Fumata nera. Dopo sedici ore di riunioni ancora non c’è l’accordo sul budget dell’Unione europea. Niente di inatteso, anzi, sono state confermate le previsioni della vigilia, tra cui quella di Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione, che aveva annunciato “difficili, lunghe e ancora lunghe negoziazioni”. Il confronto, iniziato con due ore di ritardo, si è prolungato per tutta la notte con riunioni bilaterali e riprenderà con una plenaria questa mattina a partire dalle undici.

Le porte del Justus Lipsius, la sede del Consiglio a Bruxelles, si sono aperte alle due di ieri pomeriggio e all’ingresso si sono alternate le dichiarazioni già deluse e preoccupate di presidenti e capi di governo. L’obiettivo di questo summit straordinario non è semplice: trovare una posizione comune per il “quadro finanziario pluriennale” (MFF nell’acronimo inglese), così si chiama il bilancio che nei prossimi sette anni – dal 2021 al 2027 – disegnerà gli obiettivi dell’Unione europea. Il primo a essere costruito senza il contributo del Regno Unito, che lascia un vuoto di circa 75 miliardi di euro.

“Charles Michel (ndr, il presidente del Consiglio europeo) è per caso il fratello del mago David Copperfield?”, con questa battuta il premier del Lussemburgo Barrel aveva riassunto il nodo della questione: non si può fare di più con meno. Le ambizioni non mancano: un’Europa che investa sulla riconversione ecologica (richiesta un po’ da tutti), con un serio fondo per la difesa (spinto soprattutto dalla Francia di Macron), che punti sul rilancio della crescita e l’occupazione (desiderio espresso da Conte) dimostrandosi all’altezza della sfida del digitale (di nuovo a richiesta della maggioranza) e senza rinunciare alle politiche di cooperazione (come chiedono paesi dell’est e sud Europa). Quello che non si riesce a trovare sono i fondi. “Ci mancano almeno 230 miliardi”, ha dichiarato David Sassoli, presidente del Parlamento europeo commentando la proposta del Consiglio, ma molti leader europei non sembrano interessati alla posizione del Parlamento e spingono ancora più in basso. La finlandese Sanna Marin, salita alle cronache in Italia per il suo governo progressista, vuole infatti "un budget decisamente più moderato, sono delusa da questa proposta".

Le linee dello scontro sono diverse: la quantità dell’impegno finanziario, le priorità della spesa, la possibilità di dotarsi di finanziamenti diretti, se e come subordinare i fondi al rispetto dei valori fondamentali dell’Ue, ma il punto che torna più spesso sul tavolo è quello dei “contribuenti netti”, ossia i paesi che versano a Bruxelles più di quello che ricevono: Germania, Francia, Italia, Olanda, Svezia, Austria, Danimarca, Finlandia e fino a pochi mesi fa il Regno Unito. Il Parlamento europeo ha pubblicato negli ultimi giorni briefing e studi per dimostrare quanto sia necessario superare questa logica del ritorno nazionale immediato, sottolineando che ci sono altri aspetti – anche dal punto di vista economico – che devono essere tenuti in considerazione e che sono più difficili da quantificare, come l’impatto sul turismo o sul commercio. In linea generale le economie più grandi (Spagna a parte) sostengono anche le più deboli, ma i paesi piccoli non ci stanno a essere messi in una posizione marginale: “Dobbiamo essere considerati anche noi un contribuente netto – ha dichiarato il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda – non in termini monetari forse, ma non è l’unico modo per calcolarlo. Nell’ultima decade abbiamo perso il dieci per cento della nostra popolazione, della nostra forza lavoro, che si è mossa in Europa generando crescita per altri paesi. E questo come lo contiamo? Dobbiamo forse chiedere una compensazione?”.

È necessario sfatare un mito”, ha strillato Sassoli in conferenza stampa ad appena mezz’ora dall’inizio della riunione, spiegando poi: “Non vogliamo diminuire le capacità degli Stati membri, ma aumentarle. Trasferire i soldi dai bilanci nazionali a quelli dell’Unione significa moltiplicare il ritorno per i singoli paesi. Il Parlamento non ha proposte utopiche, ma pragmatiche. Se si taglia, non si risparmia, si tolgono possibilità ai cittadini”. Germania, Italia, Lussemburgo e Francia sono pronte ad aumentare il loro contributo, ma chiedono in cambio un “budget ambizioso”. In completo disaccordo invece Austria, Olanda, Svezia e Danimarca (denominate ora le ‘frugal four’, parsimoniose quattro), che hanno scelto le colonne del Financial Times per proporre la loro linea: l’impegno di ogni Stato non può superare l’1 per cento del PIL. Fino a ora è stato l’1,16 per cento, la Commissione propone l’1,11 per cento, il Parlamento l’1,3 per cento e la proposta del presidente del Consiglio Michel l’1,07 per cento. Decimali che sembrano insignificanti, ma che nascondono centinaia di miliardi di euro di differenza, tanto che i tagli del Consiglio raccolgono lo scontento praticamente ovunque: dagli agricoltori riuniti tra le strade di Bruxelles che protestano per i circa 54 miliardi in meno rispetto agli anni precedenti, ai beneficiari del programma Erasmus che dovranno fare i conti con il 48,4 per cento in meno di fondi rispetto a quanto proposto dal Parlamento europeo.

Le negoziazioni saranno ancora lunghe, e questa è solo la prima fase, visto che l’accordo – qualunque esso sia – dovrà poi arrivare in Parlamento e solo dopo il via libera dell’aula avremo il prossimo quadro finanziario pluriennale. L’ultima volta ci sono voluti diciotto mesi prima di conoscere la posizione del Consiglio e altri nove di trattative tra le istituzioni. Quest’anno però è iniziato tutto con più ritardo e il calendario è molto corto: se non si arriva presto a un accordo c’è il rischio che molti programmi non verranno finanziati per tempo, altro che “Europa ambiziosa”, come ha promesso la nuova Commissione dal suo insediamento in poi.