A dicembre, nello stesso momento in cui a Madrid si svolgeva la conferenza per il clima (COP25), la Commissione europea ha presentato il “Piano verde europeo” dichiarando di impegnare cento miliardi di euro per arrivare a raggiungere la neutralità climatica (ovvero l’equilibrio tra gas immessi e compensazioni) entro il 2050. Un piano rivendicato come “ambizioso” da Bruxelles che non aveva dettagliato le misure rimandando a un calendario di proposte (di cui molte non legislative e quindi non vincolanti) in cui avrebbe chiarito il proprio progetto.

Oggi a Strarburgo Paolo Gentiloni (commissario per l’economia), insieme ai commissari Hahn (politiche regionali) e Ferreira (mercato interno) ha annunciato investimenti di mille miliardi per i prossimi dieci anni che potrebbero coinvolgere anche green bond e aiuti di stato, ma non ha chiarito ulteriormente da dove verranno e come verranno alloccati. Per ora è stato definito solamente il “Meccanismo per una transizione giusta”, il pacchetto che coinvolgerà cento miliardi di investimenti, di cui solamente 7.5 miliardi di nuovi fondi, e che si delinea in tre differenti pilastri: Fondo per una transizione giusta (tra i 30 e i 50 miliardi che arriveranno dal fondo per lo sviluppo regionale e il "social plus", più 7,5 miliardi di nuove risorse); un nuovo sistema di garanzia all'interno dell'ex Piano Juncker, ora InvestEU (mobiliterà tra i 25 e i 30 miliardi di investimenti privati) e un sistema di prestiti pubblico attraverso la banca d'investimenti europea (dalla quale potrebbero arrivare tra i 25 e i 30 miliardi di finanziamenti per il settore pubblico).

Secondo le stime della Commissione europea i fondi potranno essere allocati a partire da gennaio 2021 e tutti gli Stati potranno beneficiarne secondo alcuni criteri che "prenderanno in considerazione le necessità dei singoli Stati anche in termine di possibili perdite di posti di lavoro", un'assicurazione che non è stata sufficiente per nazioni come la Polonia che si aspettavano dei fondi dedicati solamente ai Paesi che dipendono più dal carbone e che quindi possono faticare di più nel processo di transizione. Prima dell'allocazione dei fondi non sarà quindi possibile capire di quanti soldi beneficeranno i vari Stati, sull'Italia Gentiloni, rispondendo a una domanda durante la conferenza stampa, dichiara che "è chiaro che questo fondo, il Just Transition Fund, può essere utilizzato anche nel caso dell'Ilva, ma non bisogna pensare che i problemi dell'Ilva saranno risolti da questo"

La capacità finanziaria di questi meccanismi arriverà secondo le stime più generose ai cento miliardi promessi, ma non si tratta di nuove risorse messe a disposizione degli Stati per portare avanti le loro politiche di riconversione, semplicemente di una diversa allocazione di fondi già esistenti, o come nel caso del sistema di garanzia all’interno dell’ex Piano Juncker, di crediti finanziari per stimolare le aziende private. Un meccanismo che ha già fallito i suoi target in passato e che potrebbe minacciare anche le ambizioni del Green Deal europeo. Le nuove risorse ammontano a 7,5 miliardi di euro, “una cifra decisamente insufficiente”, secondo Michael Bloss, europarlamentare dei Verdi, che aggiunge: “Il Commissario Timmermans di solito definisce la crisi climatica come una cometa pronta a scagliarsi sulla Terra tra trenta anni, siamo tutti d’accordo nel dire che la crisi climatica è la sfida fondamentale di questi tempi, ma nessuno è disposto a mettere dei soldi per contrastarla. Se una cometa si stesse schiantando sulla Terra penseremo ancora che non è necessario impiegare delle risorse economiche?”.

Siamo di fronte al forte rischio che alle promesse non corrispondano azioni reali, “Oltre alla mancanza di risorse – continua Bloss – la questione più allarmante sono i criteri. Non c’è scritto da nessuna parte che una regione per ricevere i propri fondi sulla transizione debba per esempio aver già legiferato sull’allontanamento dalla produzione di carbone”. Una preoccupazione a cui fa eco anche Monica Di Sisto, vicepresidente di Fair Watch Italia: “Se non ci sono vincoli stringenti non è un piano per la transizione, ma semplicemente una forma di sussidi mascherata, per rendere il sistema europeo più competitivo”.

La distanza tra promesse e impegni reali diventa ancora più visibile se si esaminano le politiche di contrasto alle emissione dei gas a effetto serra. Dal 2005 l’Unione europea ha introdotto il cosiddetto sistema ETS, ossia un meccanismo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra che funziona a tutti gli effetti come un mercato finanziario. Fissato un tetto massimo di emissioni ogni stato stabilisce un Piano nazionale di allocazione, a quel punto le aziende possono comprare le loro quote, quindi il loro diritto a inquinare.

L’obiettivo di questo meccanismo era di rendere meno appetibile per le aziende ricorrere a sistemi inquinanti e quindi poter riconvertire la loro produzione o utilizzare tecnologie più pulite, ma allo stesso tempo sono state introdotte delle “quote a titolo gratuito” per le aziende a rischio delocalizzazione. Come funziona? Un’impresa che potrebbe uscire dal mercato europeo per andare a produrre dove non ha costi ambientali viene avvantaggiata e le vengono date quote gratuito, non avendo nessun bisogno di spendere, non c’è nessun impatto sulla riduzione dell’inquinamento. “Dal 2012 al 2018 le emissioni del settore industriale, quelle più soggette alle quote a titolo gratuite, si sono ridotte in media solamente dell’1%”, spiega Agnese Ruggiero, policy officer a Carbon Market Watch.

La Commissione europea ha previsto di rivedere il sistema ETS nell’estate 2021 e di annunciare i principi di questa riforma non prima dell’estate 2020 e quindi ancora non ha spiegato come intende passare dalla riduzione del 40 percento entro il 2030 previsto fino a ora, al nuovo obiettivo del 50-55% che si è data a dicembre. Secondo Ruggiero però questo target è tutt’altro che ambizioso “Molti paesi hanno già deciso per la chiusura di centrali a carbone e se si analizzano i piani nazionali per l’energia e per il clima si può vedere che già siamo nella condizione di raggiungere più o meno il 50% proposto, non c’è nulla di nuovo. Se veramente l’Unione europea vuole fare la sua parte e rispettare gli accordi internazionali sul clima di Parigi e quindi contenere l’innalzamento delle temperature medie a 1,5° / 2° centigradi, deve puntare almeno al 65% di riduzione delle emissioni, altrimenti non arriveremo mai alla neutralità climatica e soprattutto continueremo a subire gli effetti dei disastri ambientali che sono sotto gli occhi di tutti”.