L’Unione europea vuole riposizionarsi a livello globale e per farlo sta scegliendo la forza delle armi. Per anni le strategie in materia di difesa sono state costruite intorno ai temi dello sviluppo e della cooperazione, ma tra le pieghe dei finanziamenti europei e negli indirizzi politici ci si prepara a un nuovo corso. A Strasburgo è stato approvato il report annuale sulle politiche di difesa, una procedura standard che non ha alcun impatto legislativo immediato, ma dalla quale si può misurare il cambiamento delle volontà politiche.

Mai come nel testo di quest’anno l’occorrenza di termini come “militare-militarizzazione”, “armi”, ha sostituito gli ormai vecchi “sviluppo” e “cooperazione”. Nel report oltre a celebrare l’aumento di spesa per la difesa si è arrivati per la prima volta a sostenere che “la difesa dell’Europa si basa in larga misura sulla capacità dell’Unione e sulla volontà politica degli Stati Membri di intervenire militarmente, in modo credibile, nei teatri delle operazione esterne”, una lunga formulazione che tradotta in un semplice slogan significa: prepararsi ad agire. Bocciati tutti gli emendamenti dei Verdi che sottolineavano l’importanza della non proliferazione e del controllo sull’esportazioni di armi, il testo è stato approvato nonostante i voti contrari della Sinistra, dei Verdi, del Movimento Cinque Stelle e del gruppo “Identità e Democrazia”, quello di cui fa parte la Lega, che si è visto rifiutate le sue modifiche in cui richiedeva un approccio più severo, soprattuto sulla migrazione ritenuta “un pericolo per la civilizzazione europea”. Forza Italia e il Pd hanno votato a favore, con l’eccezione dei deputati democratici Majorino e Smeriglio che si sono astenuti insieme ai colleghi di Fratelli d’Italia.

Ci hanno a lungo raccontato che l’Europa era il progetto più riuscito di peace-building, ma sta cambiando pelle: lo si vede da come affronta la questione migrazione, ma anche dalle scelte che si stanno facendo sulla difesa. Per la prima volta, con lo European Defence Fund ha deciso di fare investimenti in campo militare, anche se è proibito chiaramente dai trattati”, dichiara Andrew Smith dell’associazione Campaign Against Arms Trade.

Lo European Defence Fund entrerà in azione per il periodo 2021-2027, la Commissione aveva previsto un bilancio da tredici miliardi di euro, ma è ancora in fase di negoziazione e la presidenza finlandese ha proposto un taglio di oltre la metà delle risorse. Nelle intenzioni di Bruxelles il fondo ha l’obiettivo di “proteggere e difendere i suoi cittadini”. In pratica funzionerà così: gli investimenti sono divisi in due macro-sezioni, la ricerca e lo sviluppo e l’acquisizione, per ottenere i finanziamenti gli Stati (insieme alle aziende) dovranno presentare progetti in collaborazione con almeno altri due partner. Una parte del bilancio, almeno il 5%, dovrà essere dedicato in particolare a “strumenti dirompenti e ad alto rischio”, ossia armi come droni o basati sull’intelligenza artificiale.

L’Unione non aveva mai avuto fino a questo momento una linea di bilancio per la difesa, l’articolo 41 dei trattati vieta esplicitamente spese per “operazioni che hanno implicazioni nel settore militare o della difesa”, un ostacolo che è stato aggirato cambiando la base legale di questi finanziamenti: non la politica estera, ma la competizione e l’innovazione industriale. Una scappatoia che secondo Francesco Vignarca di Rete per il Disarmo non fa altro che confermare le preoccupazioni: “E’ evidente che questi soldi non servono per rafforzare la stabilità in Europa, sono risorse completamente a favore delle industrie. E’ logico pensare che una volta sviluppate queste tecnologie e questi materiali, qualcuno dovrà pur comprarli, così verranno imposti agli Stati senza che siano veramente necessari”.

Esportare armi in zone di guerra

Nello stesso periodo, 2021-2027, entrerà in azione anche la European Peace Facility, uno strumento lanciato dall’allora Alto Rappresentante Federica Mogherini che permetterà di esportare armi ai paesi partner nelle zone di crisi. Questa volta per evitare di essere bloccati dai trattati il progetto è stato messo “off-budget”, non verrà quindi finanziato direttamente dal bilancio dell’Unione, ma troverà altrove i dieci miliardi per ora previsti. “Che sia fuori dal budget non significa certo che non sia sotto il marchio dell’Unione europea”, commenta Lucia Montanaro responsabile della sede europea di Saferworld. “Se con una mano l’Unione promuove politiche per lo sviluppo,  la pace, manda aiuti umanitari, lotta contro la proliferazione delle armi, dall’altra – continua Montanaro – trasferisce strumenti bellici a paesi in conflitto, in zone con una forte instabilità, dove non c’è nessuna garanzia che non vengano usati per violare i diritti umani. L’Europa è a un bivio e deve scegliere che impatto vuole avere, non serve molto andare in paesi in crisi e fare una formazione di mezza giornata sui diritti umani se nel contempo siamo proprio noi a fornire le armi”.