La scommessa di Salvini sull’Ucraina: “Stop aiuti, anche Meloni dovrà cambiare posizione”. E Vannacci lo sfida
Stavolta Matteo Salvini fa sul serio. O almeno così giura chi gli sta vicino. Nonostante i retroscena raccontino che Giorgia Meloni si sia infuriata per la sparata dal palco del congresso della Lega ("Basta soldi e armi all'Ucraina"), il neo-rieletto segretario leghista sarebbe intenzionato ad andare fino in fondo nella sua richiesta di rottura rispetto alla linea tenuta fino a oggi dal governo sull'invasione russa del territorio ucraino.
Certo, le critiche di Salvini sull'invio delle armi a Kiev non sono cosa nuova. E l'amore per Putin ha radici ancora più antiche. Ma fino a oggi i malumori non si sono mai trasformati in un esplicito dissenso, al momento dei voti in parlamento. Ora però ci sono due fattori che cambiano il quadro. Il primo è il pressing da destra dell'ex vicesegretario del Carroccio Roberto Vannacci.
Non a caso, subito dopo l'annuncio nel corso dell'assise leghista, il capo di Futuro Nazionale ha provocato: "Salvini sembra essersi vannaccizzato, sarà il solito bluff?". Date queste premesse, per il leader della Lega ora abbozzare sarebbe complicato, con Vannacci pronto a gridare al tradimento, se alle parole non seguissero i fatti.
"Anche Meloni dovrà cambiare posizione"
D'altra parte, gli uomini vicini al segretario sono convinti che quella di Salvini sia la strategia giusta per recuperare consenso, sfruttando anche la fase di reflusso che sembra attraversare la marcia dell'ex Generale. Altro che il ritorno alle origini e ai temi identitari, auspicato dal cosiddetto fronte del Nord. "Autonomia o federalismo rimangono nella nostra agenda, ma con quelli non si prendono i voti", dice a Fanpage.it un altro esponente del Carroccio di fede salviniana.
La scommessa è che il varco in cui incunearsi per riguadagnare il terreno perduto esista, sfruttando la stanchezza della popolazione per una guerra ormai arrivata quasi al suo quinto anno e il malcontento per il peso economico diretto e indiretto del conflitto. La convinzione che circola nelle stanze di via Bellerio è che anche Giorgia Meloni e gli altri partiti di governo dovranno tenere conto degli umori dell'opinione pubblica, in vista delle elezioni.
Un segnale in questo senso si coglie d'altra parte già con il protrarsi dell'attesa per l'invio di un nuovo pacchetto di armi a Kiev. Una crepa nella posizione italiana che – prevedono i leghisti – è destinata ad allargarsi più ci si avvicina alle urne. Se così fosse, Salvini potrebbe intestarsi il ‘merito' di aver imposto la svolta agli alleati. Non è chiaro però come questa strategia potrebbe tradursi nei fatti.
La frase "basta armi e basta soldi all'Ucraina" viene derubricata a slogan da comizio, anche da uomini vicini al segretario leghista. È però difficile immaginare un cambio di rotta, senza abbandonare al proprio destino il popolo ucraino aggredito dalla Russia. Il vero banco di prova ci sarà alla fine di quest'anno, quando il governo sarà chiamato a rinnovare il decreto quadro che permette l'invio degli armamenti a Kiev.
I nodi interni alla Lega
Nel frattempo, Salvini deve provare a comporre anche un'altra guerra, per fortuna meno drammatica, quella interna alla Lega. Dopo il congresso che lo ha riconfermato segretario, il leader del Carroccio ha proposto allo sfidante Massimo Garavaglia di entrare nella nuova segreteria politica, che dovrebbe rispondere alle richieste di una gestione più collegiale del partito.
"Se questo serve anche per stemperare i toni e le crisi interne, eventuali ritorsioni, a maggior ragione ci sono", ha replicato Garavaglia. Una risposta attendista, perché rimane il timore di cadere in una trappola: ottenere un ruolo di pura rappresentanza, in un organismo monopolizzato da una maggioranza di fedelissimi del capo. Per gli stessi motivi, anche l'ex governatore del Veneto Luca Zaia non avrebbe ancora sciolto la riserva.
Sempre più in bilico appare invece la posizione del capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, il più duro nelle critiche a Salvini, prima e durante il congresso. A palazzo Madama sarebbe già partita una raccolta firme per sfiduciarlo, che avrebbe ottenuto la sottoscrizione di una larga maggioranza dei senatori leghisti. La decisione finale sul suo destino però non è ancora presa.
Intanto, rimbalzano le voci su possibili nuove uscite dal partito, dopo quella di Simonetta Matone. I maggiori indiziati sono i parlamentari con poche o nessuna chance di rielezione. Al Senato, si fanno i nomi di Gianluca Cantalamessa e Tilde Minasi. Ma se l'operazione di appeasement promossa da Salvini non dovesse riuscire, non si possono escludere anche clamorose fuoriuscite.