Congesso Lega, Garavaglia sfida a sorpresa Salvini: la rottura su Vannacci e l’incognita voto segreto

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L’ex ministro e senatore leghista Massimo Garavaglia si è candidato al congresso straordinario della Lega, in competizione con Matteo Salvini. Una scelta maturata a sorpresa, anche per gli esponenti del partito a lui più vicini. Garavaglia è espressione dell’ala nordista del Carroccio, che contesta a Salvini la svolta all’estrema destra e l’abbandono delle istanze storiche. È improbabile che lo sfidante batta il segretario uscente, ma il suo nome potrebbe ottenere più consensi del previsto, specie se si dovesse votare a scrutinio segreto. E infatti, al di là delle dichiarazioni di rito, gli uomini di Salvini stanno già preparando le contromosse.

Chi se lo aspettava che proprio Massimo Garavaglia sarebbe venuto allo scoperto per sfidare Matteo Salvini, al congresso straordinario della Lega del 24 e 25 ottobre? Nessuno o quasi, anche all'interno del Carroccio. E non certo perché il presidente della Commissione Finanze del Senato non abbia un curriculum adatto. Lombardo, militante del Carroccio fin dalle origini, sotto le insegne di Alberto Da Giussano è stato amministratore locale, parlamentare, uomo di governo, fino a raggiungere il grado di ministro del Turismo nell'esecutivo Draghi. Un profilo moderato – all'opposto degli eccessi della Lega a trazione Salvini – apprezzato trasversalmente in parlamento, per la sua competenza sui temi economici. La questione è un'altra. Fino a oggi Garavaglia ha sempre preferito rimanere lontano dai riflettori e dalla ribalta mediatica, anche se le sue posizioni critiche nei confronti della gestione del partito sono note da tempo.

Di conseguenza, la decisione di buttarsi in prima persona nella mischia – anticipata dal Foglio e poi confermata ufficialmente – ha subito dato adito a congetture e teorie complottiste. I salviniani hanno fatto trapelare l'idea che Garavaglia sia una semplice pedina del cosiddetto fronte del Nord. Qualcuno è arrivato a ipotizzare che dietro l'operazione ci sia addirittura il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, vista l'amicizia di lunga data tra i due. La realtà sarebbe molto più semplice: Garavaglia ha deciso di candidarsi al congresso da solo, consultandosi solo con il suo staff. Con Giorgetti non ci sono stati contatti di nessun tipo, idem con l'ex governatore del Veneto Luca Zaia. E successive all'annuncio sarebbero state anche le interlocuzioni con il presidente Attilio Fontana e il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, gli altri due esponenti di punta dell'ala lombarda che chiede un cambio di rotta del partito.

"Non siamo un partito di estrema destra"

La scelta di correre al congresso dunque è stata individuale, ma Garavaglia certo presenterà una piattaforma capace di raccogliere le istanze espresse dal cosiddetto Fronte del Nord. Innanzitutto basta con  la rincorsa a Vannacci: "la Lega non è un partito di estrema destra" ha detto il senatore leghista in una delle sue prime dichiarazioni, dopo l'annuncio della candidatura. E poi ascolto dei militanti e recupero delle bandiere identitarie del Carroccio: dalla semplificazione alla lotta alla burocrazia, fino al federalismo e alla valorizzazione dei territori. Le lotte insomma che hanno fatto la fortuna del partito nelle regioni Settentrionali e che i critici ritengono siano state sacrificate in nome del progetto della Lega Nazionale.

Certo, le regole del Congresso sembrano fatte apposta per blindare Salvini e infatti hanno scoraggiato tutti gli altri potenziali avversari. Ma il ragionamento di Garavaglia è stato molto dritto. La sua rottura con la linea di Salvini risale almeno al 2024, l'anno della candidatura di Vannacci alle elezioni europee e del congresso lombardo che sancì una spaccatura interna al Carroccio, con l'elezione di Romeo contro il candidato del segretario, Luca Toccalini. Un dissenso mai nascosto, che quindi ora l'ex ministro ritiene necessario esporre a viso aperto, in occasione dell'assise straordinaria, chiamata da Salvini per ‘stanare' i critici. E se in ambienti salviniani si maligna sul fatto che Garavaglia sarebbe entrato in competizione perché già certo di non essere ricandidato, dalle parti dello sfidante il ragionamento viene ribaltato: l'ex ministro non può essere ‘ricattato' perché non ha bisogno di una candidatura. "Con la sua preparazione e il suo curriculum non avrebbe difficoltà a trovare un lavoro nel settore privato pagato molto meglio di quello da parlamentare", è la replica.

Una corsa in salita

Intanto però Garavaglia dovrà trovare entro mercoledì le firme necessarie per presentare la sua candidatura. Ne servono ottanta sui settecento delegati del Congresso. Un'operazione già complicata, perché i rappresentanti saranno gli stessi dell'assise del 2025, quella che confermò Salvini per acclamazione. E se davanti ai microfoni il segretario uscente ha accolto di buon grado la notizia che stavolta avrà un competitor ("Bene, più gente c'è che porta proposte costruttive meglio è"), dietro le quinte si racconta che i suoi uomini di fiducia abbiano già fatto partire le telefonate per invitare più o meno minacciosamente i delegati a non sottoscrivere la candidatura alternativa a quella dell'attuale leader. Anche con messaggi del tipo "chi firma per Garavaglia perde il posto al prossimo giro".

In questo clima, per Garavaglia sarà ancora più difficile raccogliere voti al momento dell'assiste.  Per questo è più che possibile che la sua corsa si risolva in poco più di una candidatura di bandiera. D'altra parte, il presidente della Commissione Finanze del Senato sapeva fin dall'inizio quali fossero le regole. Anche se chi gli sta vicino riflette sul fatto che in una fase ricostituente per il partito sarebbe stato necessario "dare voce a tutti i militanti, in modo veramente democratico, organizzando una sorta di primarie", invece di mettere il destino del Carroccio in mano a pochi ràs della corte salviniana. Sicuramente però la mossa a sorpresa ha avuto il merito di smuovere le acque di un Congresso che sembrava solo una formalità, utile solo a rinsaldare la posizione di Salvini e non a risollevare la Lega dalla profonda crisi di consenso.

C'è un'incognita che potrebbe cambiare il quadro. Per statuto, i candidati hanno diritto di chiedere che il voto sia segreto. Se ciò accadesse, al riparo dalla ‘sorveglianza' dei vertici, potrebbe manifestarsi una minoranza più ampia del previsto in opposizione alla linea del segretario uscente, rispetto a quanto emergerebbe con lo scrutinio palese. Un dissenso probabilmente non sufficiente a far vincere il Congresso a Garavaglia, ma che aprirebbe una crepa vera nella leadership di Salvini. Con conseguenze impossibili da prevedere, nei prossimi mesi, in vista delle elezioni politiche.

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