Garlasco e l’impronta 33, così il RIS smonta la difesa di Stasi: “Gli avvocati erano d’accordo con noi nel 2007”
Nel novembre del 2025 il Ris di Parma aveva presentato le sue considerazioni in risposta alla memoria consegnata dai difensori di Alberto Stasi in merito al lavoro eseguito dai carabinieri della scientifica nel 2007 sull'impronta 33, ovvero quella impronta parziale della mano destra trovata sulla parete delle scale interne dove è stato trovato il cadavere di Chiara Poggi. Impronta che in queste ultime indagini la Procura di Pavia ha attribuito all'attuale indagato Andrea Sempio. Ma andiamo per ordine: la difesa di Alberto Stasi, unico condannato in via definitiva per il delitto di Garlasco, aveva chiesto che le venisse consegnata tutta la documentazione a disposizione sul lavoro eseguito sulla traccia 33. E in questo botta e risposta tra difesa Stasi e Ris c'è la conferma di cosa è rimasto su quella impronta. Oltre le foto? Nulla.
Ma in queste carte, lette da Fanpage.it, in cui il Ris risponde agli avvocati di Stasi emerge anche che tra "nuova" e "vecchia" difesa (cioè tra la difesa di Stasi del 2007 e quella di adesso) c'è qualcosa che non torna. Questo perché gli attuali avvocati Bocellari e De Rensis puntano il dito su alcuni accertamenti fatti dal Ris ma su cui gli ex avvocati di Stasi avevano dato il loro consenso a procedere. Andiamo per ordine. Leggiamo quello che scrive il Ris nelle carte.
I carabinieri riportano questo passaggio della difesa Stasi del 2025: "A questa difesa non è chiaro come il contenuto della provetta contenente l'intonaco grattato in corrispondenza dell'impronta n. 33 sia stato ‘interamente utilizzato' dal RIS". Nei mesi successivi l'omicidio di Chiara Poggi infatti si era provveduto a recuperare la traccia grattando l'intonaco dalla parete (questo lavoro era stato fatto solo su questa traccia) e per fare gli accertamenti del caso era stato necessario consumare tutto l'intonaco. Allora i risultati del Ris erano stati: "La traccia è stata testata con il combur test che ha fornito esito dubbio e con l'OBTI test che ha fornito esito negativo (campione 33dattilo)". In altre parole, non era stato trovato sangue e oggi di quell'intonaco grattato non è rimasto più nulla. Ecco quindi che lo scorso anno la difesa Stasi ha chiesto perché l'intonaco fosse stato tutto utilizzato, impedendo quindi altre analisi in futuro.
Il Ris alle parole della difesa, che hanno tutta l'aria di essere più un rimprovero che una richiesta, hanno risposto così: "La decisione di utilizzare il campione di intonaco nella sua interezza, al fine di massimizzare la percentuale di successo, non solo non fu oggetto di contestazione da parte del CTP Dott. Fabbri, ma anzi sembrerebbe condivisa dal consulente della Difesa Stasi". Il genetista Fabbri era il consulente della difesa Stasi quando vennero fatti gli accertamenti del Ris negli anni successivi il delitto. Per questo i carabinieri del Ris scrivono che "giunge inaspettata l'affermazione" dell'attuale difesa.
Poi la scientifica dell'Arma sostiene che la difesa sta facendo confusione sui reperti utilizzati. Si legge: la difesa aveva fatto richiesta di "porre in essere tutti gli accertamenti necessari per chiarire come sia stato interamente utilizzato il campione". E il Ris sottolinea – anche loro qui con un rimprovero velato – che gli avvocati sembrerebbero "confondere il reperto (cioè il prelievo di intonaco 33dattilo, interamente utilizzato per l'estrazione del DNA) con il suo eluito (per cui invece avrebbe senso richiedere lumi sul percorso analitico)".
Perché nella sua memoria la difesa Stasi scriverebbe che "non risulta consegnata dal RIS ai Carabinieri di Vigevano alcuna provetta relativa all'impronta n.33". In realtà, chiarisce il RIS – "sono i reperti non completamente utilizzati a essere stati restituiti, non i loro eluiti, e mai si sarebbe potuto restituire un reperto (il prelievo di intonaco "33dattilo") interamente consumato in fase di estrazione".
E qui è giusto fermarsi un attimo e spiegare quanto emerso negli ultimi giorni con la chiusura delle indagini dello scorso 28 settembre. Non solo non è rimasto più nulla del grattato dell'impronta 33 ma nel 2016 il RIS aveva distrutto anche gli eluiti, cioè la soluzione liquida ottenuta dal processo di estrazione della traccia. Il RIS nelle sue carte ha spiegato che la distruzione degli eluiti è avvenuta secondo legge. O meglio: secondo un regolamento entrato in vigore il 7 aprile 2016. E nelle carte dei carabinieri della scientifica in risposta alla memoria di Stasi concludono così: "Lo smaltimento degli eluiti avvenne dunque dopo la Sentenza definitiva di condanna nel processo contro Alberto Stasi".
L'ex capitano Alberto Marino – oggi al centro dell'attenzione anche da parte dei magistrati pavesi per due test negativi sul DNA sui pedali di Alberto Stasi – aveva riferito a suo tempo che avrebbe conservato tutti gli eluiti delle tracce e li avrebbe messi a disposizione dell'autorità giudiziaria. Ma il RIS ora chiariscono e difendono così il collega: "Non poteva intendersi come un impegno a tempo indeterminato ma, piuttosto, da ritenere valido sino alla conclusione del procedimento penale con una Sentenza divenuta definitiva".
Resta il fatto che l'impronta 33 è l'elemento chiave in vista di un processo ad Andrea Sempio. In aula periti super partes, accusa e difesa dovranno rispondere una volta per tutte a due domande: Quell'impronta è di Sempio? E soprattutto: C'è sangue su quell'impronta?