L’emergenza Coronavirus ha costretto molti dipendenti pubblici ad applicare lo smart working. Un esperimento che potrà essere la base per applicare sempre più questa modalità di lavoro anche in futuro, come spiega in un’intervista al direttore di Fanpage.it, Francesco Piccini, la ministra per la Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone. L’idea è quella di arrivare anche al 30%-40% di smart working nelle amministrazioni pubbliche. Una volta finita l’emergenza, da questo punto di vista Dadone si augura che “non si torni al passato: non penso di mantenere lo smart working con i numeri altissimi di oggi, perché porterebbe un rallentamento dell’attività, anche perché questo è uno strumento di emergenza. Successivamente a me piacerebbe mantenerlo a regime con una percentuale abbastanza alta, io ipotizzavo il 30%-40% dei dipendenti. Io direi di non perdere il bagaglio organizzativo acquisito, ma cercare di metterlo a sistema. I dati dimostrano che nel pubblico, ma anche nel privato, il livello di produttività aumenta. Credo sia il caso di proseguire nell’utilizzo anche in una fase successiva”.

Smart working, come la Pa ha reagito all'emergenza Coronavirus

La risposta della pubblica amministrazione all’emergenza Coronavirus ha seguito una direttrice: riorganizzare il lavoro limitando “il contagio con meno assembramenti e spostamenti verso il posto di lavoro – spiega Dadone -. Abbiamo chiesto alle amministrazioni di riorganizzare il lavoro sulla base dello smart working. Un lavoro riorganizzato nell’ottica del risultato, permettendo ai dipendenti di lavorare da casa. Non tutti, chiaramente, hanno gli strumenti all’avanguardia e per questo abbiamo inserito una norma per permettere una procedura più snella per l’acquisto di tablet e pc tramite Consip, ma abbiamo anche permesso di utilizzare i propri dispositivi personali. Abbiamo chiesto in un tempo molto breve di riorganizzare un’attività portata avanti per molti anni in altra maniera. La pubblica amministrazione ha reagito bene, io sono molto soddisfatta. Le pubbliche amministrazioni centrali hanno una percentuale molto alta, ma anche le Regioni hanno raggiunto il 68,5% di dipendenti in smart working, un dato molto positivo. C’è stato qualche rallentamento da parte di qualche dirigente che non se l’è sentita da subito di rivedere la struttura, ma abbiamo attivato l’ispettorato per fargli capire che era necessario anche per la tutela dei lavoratori”.

La digitalizzazione nella pubblica amministrazione

Dadone assicura che non c’è stata alcuna esenzione dal lavoro per i dipendenti pubblici, come ipotizzato da alcuni, perché sprovvisti di strumenti adatti per il telelavoro: “Ci siamo resi conto che mancavano degli strumenti informatici, quindi abbiamo dato l’opzione di usare i propri strumenti. Io fatico a credere che nel 2020 ci sia qualche persona che non abbia quantomeno uno smartphone con cui vedere le mail o riuscire a sistemare dei file”. Per quanto riguarda la digitalizzazione nella Pa, il problema è che ancora è “abbastanza a macchia di leopardo” in Italia. Le differenze non sono tanto tra Nord e Sud, quando tra i comuni interni e quelli più grandi, ma “dipende sempre dalle varie aree”. E quello che succede dipende anche “dalla volontà del dirigente della singola struttura”.

Dadone: accesso agli atti garantito

Altro tema di cui si è discusso negli scorsi giorni è quello del Foia e dell’accesso agli atti che sarebbe stato impedito per qualche giorno: “Per me – replica il ministro per la Pa – la trasparenza è un faro del mandato. Io ho subito chiesto di riattivare il registro dei portatori d’interessi e ho attivato una consultazione per snellire le procedure di accesso civico. In realtà il disguido è nato ed è legato a un articolo del dl Cura che ha sospeso fino al 15 aprile i procedimenti amministrativi a tutela delle Pa a cui abbiamo chiesto di riorganizzare il lavoro da remoto e alcune scadenze a ridosso avrebbero gravato eccessivamente: tra questi ci sono anche gli accessi agli atti. Le pubbliche amministrazione devono comunque fare tutto ciò che è nelle loro capacità per garantire la conclusione in tempi rapidi dei processi, anche per l’accesso agli atti”.

Una proposta lanciata da Dadone è quella di allargare il Fondo per le vittime del dovere anche alle vittime del Coronavirus, un’idea che “nasce dalla necessità di riconoscere da parte dello Stato l’abnegazione e lo spirito di servizio di queste persone. Noi abbiamo tutelato più che potevamo i cittadini e i lavoratori chiedendo di rimanere a casa, ma ci sono quelli che devono continuare ad andare a lavoro perché sono coloro i quali garantiscono la tutela della salute e pensiamo in primis a medici e infermieri. Mentre tutti stanno a casa, ci sono queste altre persone che devono garantire un servizio. Oltre a questo ci sono, per esempio, le cassiere dei negozi. Ma penso anche a chi continua a ritirare la spazzatura. Queste persone ci garantiscono la prosecuzione dei servizi e alcune più di altre sono esposte al virus. Non è sufficiente ripagarli per quello che stanno facendo, ma almeno questo piccolo riconoscimento sarebbe un modo per lo Stato di dire che capiamo il sacrifico che stanno facendo e non lo diamo per scontato”.

Sanità centralizzata e differenze tra Regioni

Le differenze tra Regioni in questa emergenza sanitaria stanno emergendo in maniera sempre più chiara e per questo c’è chi dice che una competenza centralizzata dello Stato avrebbe aiutato. Anche la ministra per la Pa ritiene che il sistema stia mostrando “tutte le proprie fragilità ed è una questione che solleviamo da tempo, soprattutto nella materia sanitaria. In questo momento, di fronte a un’emergenza sanitaria, la differenza tra Regione ha mostrato tutti i chiari-scuro. Negli anni si sono visti con Regioni all’avanguardia e altre, invece, che sono diventate l’ultima ruota del carro. Nella fase successiva sarà importante ridiscutere dell’organizzazione dello Stato. Un ragionamento penso che andrà fatto in sede parlamentare, è quella la sede naturale. E come Movimento siamo d’accordo all’idea che lo Stato debba emanare delle linee guida molto forti anche in tema di sanità, anche per evitare differenze notevoli tra varie aree del territorio”.

Dadone su reddito di cittadinanza e reddito di emergenza

Il reddito di cittadinanza si è rivelato uno strumento fondamentale in questa emergenza, secondo quanto ribadisce Dadone riprendendo le parole di Luigi Di Maio. E anche per questo ora bisogna pensare a quello che viene definito il reddito di emergenza: “In una situazione come questa la tensione sociale cresce e non possiamo permetterci di farla crescere, dobbiamo stare vicino alle persone. La misura del ministro Catalfo è importantissima, poi possiamo discutere dei dettagli, l’importante è che si raggiunga l’obiettivo”, dice chiedendo anche alle opposizioni di collaborare. Per quanto riguarda il ruolo dell’Ue, di fronte a una risposta quantomeno lenta Dadone non nega il suo “sommo stupore”: “Lascia tutti attoniti il fatto che l’Europa dia una risposta così lenta di fronte a una necessità così grande”. E la strada da percorrere è quella di “permettere agli Stati di avere maggiore flessibilità per stanziare le risorse”. Anche in una fase successiva a quella dell’emergenza sanitaria: “Serviranno ulteriori risorse per la fase successiva, perché ci troveremo di fronte alla necessità di rilanciare veramente l’economia del Paese. Tutti i paesi europei si troveranno in grandissima difficoltà”. Per la data di riapertura, invece, Dadone sottolinea che è impossibile stabilirla ora e che bisogna valutare cosa avviene di settimana in settimana: “Capisco che sia difficile, ma dovremo anche imparare a convivere con gli effetti di questo virus. Dobbiamo essere molto cauti e valutare anche di settimana in settimana per capire quando potremmo lentamente ricominciare ad uscire”.