Il livello di istruzione della popolazione italiana sta aumentando: a comunicarlo è l'Istat, che però contemporaneamente sottolinea come il nostro Paese rimanga ancora al di sotto della media europea. Secondo il report, intitolato "Livelli di istruzione e ritorni occupazionali", la quota di persone dai 25 ai 64 in possesso di almeno un titolo di studio secondario, considerato il "livello minimo indispensabile per acquisire le competenze di base richieste nella società attuale e, ragionevolmente, anche nella futura", si aggira nel 2018 intorno al 61,7%, con un aumento dello 0,8% rispetto all'anno precedente. Nonostante, quindi, il numero dei diplomati sia in crescita, è ancora distante dalla media europea, pari al 78,1%. Il documento sottolinea anche come su questa discrepanza incida la bassa quota di 25-64enni con un titolo di studio universitario: se in Italia questi sono meno di due su 10, la media europea è di oltre tre su 10. In ogni caso, il trend degli ultimi anni è in crescita: se infatti nel 2018 è pari al 19,3%, nel 2008 questo era del 14,3%.

Un fattore interessante che evidenzia il report è composto dal coefficiente femminile: "Fra i maggiori Paesi europei, Italia e Spagna hanno in comune il marcato vantaggio delle donne nei livelli di istruzione". Per quanto riguarda un livello di istruzione secondario, in Italia le diplomate sono il 63,8% contro il 59,7% dei diplomati, mentre per quanto riguarda un livello terziario, il gap è di 22,1% di laureate contro il 16,5% di laureati. La media Ue di differenza non arriva invece al punto percentuale. Un altro elemento che emerge dall'analisi dell'Istat è la discrepanza dei numeri a livello territoriale: esaminando i dati nel territorio nazionale, si noterà subito come il livello di istruzione più basso si riscontra nel Mezzogiorno, dove poco più di un adulto ogni due è in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore, mentre al Centro, dove si è registrato il valore più alto, oltre due adulti su tre hanno conseguito il diploma. "Situazione analoga si rileva per il livello di istruzione terziario, ancora una volta minimo nel Mezzogiorno (15,3%) e massimo al Centro (23,3%)", si legge nel documento. Secondo lo studio, le differenze territoriali emerse si affermando indipendentemente dal genere analizzato, ma sono più marcate se si considera la componente femminile.

Ci sono anche differenze generazionali evidenti nei livelli di istruzione. "Sicuramente i più giovani sono anche i più istruiti: si consideri ad esempio che il 75,9% dei 25-34enni ha almeno il diploma di scuola secondaria superiore contro il 47,9% dei 60-64enni. Rimane tuttavia forte, anche tra le classi di età più giovani, lo svantaggio dell’Italia rispetto al resto d’Europa come pure il divario territoriale all’interno del Paese", continua il report. A livello comunitario, l'Italia rimane anche in penultima posizione per il numero di giovani laureati. Un altro fattore che determina ampie differenze nei livelli di istruzione è quello della cittadinanza, per cui "tra gli stranieri solo il 47,9% ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore (o equivalente) e soltanto il 12,4% possiede un titolo terziario, a fronte del 63,3% e del 20,1% registrato tra gli italiani". Questo divario permane alto anche nel resto d'Europa: tuttavia, a differenza di quanto accade negli altri Paesi, in Italia è in crescita negli ultimi anni.

In aumento anche il vantaggio occupazionale della laurea. Dopo il 2014, con la ripresa economica, si è verificato un aumento del vantaggio occupazionale dei laureati, specialmente per quanto riguarda la componente femminile. " Le donne con un titolo secondario superiore hanno un tasso di occupazione di 25 punti maggiore rispetto alle coetanee con basso livello di istruzione (vantaggio doppio rispetto a quello degli uomini), e la differenza tra laurea e diploma è di 16,7 punti (scarto oltre tre volte maggiore di quello maschile)". Tuttavia, nonostante i vantaggi occupazionali che derivano da più alti livelli di istruzione siano pressoché in linea con la media europea, "i tassi di occupazione restano più bassi, quelli di disoccupazione più alti e permangono divari di genere e sul territori".