Istat, cresce l’occupazione, ma quella dei giovani è lontana da media Ue. Allarme calo attivi: -5 mln nel 2050

Il Rapporto annuale 2026 elaborato dall'Istat, arrivato alla 34esima edizione, viene presentato questa mattina alla Camera dal presidente dell'istituto Francesco Maria Chelli, alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella. Una parte del rapporto è dedicata ai cambiamenti nel mercato del lavoro e ai dati sull'occupazione, che anche quest'anno risulta in crescita.
Nel 2025 viene confermata la traiettoria di espansione del mercato del lavoro in Italia, si legge nel documento, sebbene il ritmo di crescita abbia mostrato una progressiva stabilizzazione. È vero quindi che gli occupati continuano ad aumentare, ma quest'incremento ha rallentato: se guardiamo ai dati, infatti, gli occupati sono aumentati dello 0,8 per cento quest'anno, un dato che, pur segnando un rallentamento rispetto all’1,5 per cento del 2024 e al 2,1 per cento del 2023, permette comunque di consolidare i massimi storici raggiunti nel periodo successivo alla pandemia.
Occupazione in Italia cresce più di quella di Germania, ma resta lontana dai livelli della Spagna
Nel paragone tra Italia e i maggiori Paesi europei, tra il quarto trimestre del 2019 e gli ultimi tre mesi del 2025, il nostro Paese ha registrato una crescita dell’occupazione del 4,3 per cento, una performance superiore a quella della Germania (+2,4 per cento), ma ancora lontana dai risultati della Francia (+6,4 per cento) e, soprattutto, della Spagna, che con un aumento del 12,6 per cento si conferma il paese più dinamico tra le quattro maggiori economie dell’UE.
Contemporaneamente, nello stesso periodo, in Italia si osserva una drastica riduzione del numero di disoccupati (-42,6 per cento), un calo molto più marcato di quello registrato in Spagna (-21,3 per cento), mentre in Germania e in Francia si è verificata una tendenza opposta (+34,5 e +1,7 per cento, rispettivamente). Questa dinamica non è solo una conseguenza della crescita economica, spiega Istat, ma risente anche della diminuzione degli inattivi (nel 2025 il tasso di inattività tra i 15-64enni è sceso lievemente rispetto all'anno precedente, attestandosi al 33,3%) e della contrazione strutturale della popolazione in età lavorativa. Grazie a questi fattori, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto il 62,5 per cento nel 2025 (ed è pari al 62,4 per cento a marzo 2026) con un incremento di 3,5 punti percentuali rispetto alla media del 2019, anche se questo valore rimane ancora inferiore a quello dei principali partner europei.
In generale, si osservano segnali positivi anche se analizziamo i dati dal punto di vista del genere: l'occupazione è cresciuta dell'1,0 per cento tra le donne (+99 mila) e dello 0,6 per cento tra gli uomini (+86 mila). La disoccupazione è diminuita del 5,3 per cento nel complesso, con una contrazione più accentuata della componente femminile (-7,5 per cento), si legge ancora.

Si sottolinea poi che nel 2025 il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1 per cento in media di anno (segnando una diminuzione di 0,4 punti rispetto al 2024 e di 3,8 punti rispetto al 2019) e a marzo del 2026, il tasso di disoccupazione è sceso ulteriormente al 5,2 per cento (7,7 in Francia, 10,3 in Spagna e 4,0 per cento in Germania).
Restano elevati i divari di genere nei tassi di occupazione
Però, nonostante questi dati apparentemente sembrerebbero fotografare un quadro positivo, i divari strutturali restano elevati: secondo l'Istat, la distanza di genere nei tassi di occupazione si attesta a 17 punti percentuali (71,2% per gli uomini w 53,8% per le donne, mentre il differenziale tra gli individui con istruzione terziaria e al massimo la licenza media supera i 37 punti percentuali.
Il Mezzogiorno mostra l’aumento occupazionale più marcato negli ultimi anni, riducendo la distanza dal Nord nei tassi di occupazione: nel 2025 il divario è di circa 20 punti percentuali in media (a fronte di 23 punti nel 2019) e di 25 per le donne (27 punti nel 2019).
La crescita dell’occupazione nell’ultimo triennio si è concentrata sui dipendenti a tempo indeterminato, sugli autonomi con dipendenti e sui lavoratori a tempo pieno, mentre sono risultati in diminuzione i dipendenti a tempo determinato e part-time.
Si osserva però, fa notare l'Istat, una crescente difficoltà a stabilizzare la propria condizione lavorativa, con meno transizioni da tempo determinato a indeterminato. A fronte di un peggioramento dell'efficienza nell’incontro tra domanda e offerta (mismatch) dopo la pandemia, nel corso del 2024 si è osservato un parziale recupero, con una diminuzione sia dei posti vacanti sia della disoccupazione; tale dinamica si è tuttavia interrotta nella seconda metà del 2025, quando i posti vacanti sono tornati a crescere, mentre la disoccupazione è rimasta su livelli decisamente contenuti, segnalando la difficoltà da parte delle imprese nel trovare personale.
Nel 2025, le forme di lavoro standard riguardano 15,7 milioni di individui – circa 2,3 milioni in più rispetto al 2019 – rappresentando quasi i due terzi dell’occupazione totale (erano il 58,0 per cento nel 2019). I lavoratori ‘vulnerabili' (lavoratori a termine e/o in part-time involontario) si sono ridotti di quasi un milione (rispetto al 2019), scendendo a oltre 4 milioni di unità nel 2025 (17,0 per cento degli occupati, contro il 22,3 del 2019), con una maggiore presenza tra le donne (23,0 per cento) e i giovani (oltre il 30,0 per cento tra i 15-34enni).
Il divario tra lavoro vulnerabile e lavoro standard è particolarmente marcato sotto il profilo retributivo: nel settore privato extra-agricolo, nel 2023, la retribuzione lorda mediana dei lavoratori standard è pari a oltre 28mila euro annui, mentre per i lavoratori vulnerabili non raggiunge i 7mila euro, a causa della forte frammentarietà dei loro percorsi nel mercato del lavoro e del più ridotto numero di ore lavorate.
Le donne, in ogni tipo di occupazione, mostrano livelli retributivi più bassi rispetto agli uomini. Anche tra i lavoratori del Mezzogiorno si registrano retribuzioni e numero di ore retribuite sistematicamente inferiori in confronto ai lavoratori del Centro-Nord.
Il tasso di occupazione dei giovani resta al di sotto della media Ue
La condizione dei giovani (15-34 anni) resta delicata, con un tasso di occupazione nel 2025 inferiore alla media dell’UE (43,9 contro 58,1 per cento), anche tra i 25-34enni laureati (68,5 contro una media dell’UE2 del 79,6 per cento).
Nel 2025, in Italia, il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training) coinvolge il 13,3 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni, un valore quasi dimezzato rispetto al 2015, quando era pari al 25,7 per cento; nel Mezzogiorno si osserva la quota più elevata (20,2 per cento). Difficoltà emergono per i giovani che, pur avendo completato percorsi formativi qualificanti, non riescono a valorizzare pienamente le proprie competenze.
Il 23,7 per cento degli occupati laureati di 25-34 anni svolge professioni a media o bassa qualifica (fenomeno della sovraistruzione), un valore superiore alla media dell’UE (21,3 per cento). Le trasformazioni sociali e del mercato del lavoro stanno ridisegnando la struttura occupazionale, con un aumento, tra il 2019 e il 2025, degli occupati in professioni altamente qualificate (manageriali o specialistiche) e un calo in quelle meno qualificate. Nel 2025, le professioni di alto profilo rappresentano il 20,2 per cento degli occupati (+1,1 punti percentuali rispetto al 2019).
L'Italia sconta tuttavia un ritardo strutturale rispetto agli altri paesi europei in termini di risorse umane impiegate nelle professioni scientifiche e tecnologiche, posizionandosi tra gli ultimi posti in Europa.
Il mercato del lavoro continua a essere caratterizzato da una forte segregazione di genere. Metà dell’occupazione femminile è concentrata in sole 17 professioni, spesso meno remunerative, contro le 43 professioni della componente maschile. La segregazione orizzontale si accompagna a quella verticale: sebbene le donne rappresentino il 43,0 per cento degli
occupati totali, la loro quota scende al 25,3 per cento nelle posizioni dirigenziali e manageriali.
Una più diffusa partecipazione e una migliore valorizzazione delle donne nel mercato del lavoro – considerando anche oltre un milione di donne inattive che appartengono alle forze di lavoro potenziali – sono elementi chiave per contrastare le conseguenze della contrazione della popolazione in età attiva, spiega l'Istat.
L'allarme sui tassi di attività in Italia
Il calo delle nascite, la conseguente diminuzione della popolazione e il suo ulteriore invecchiamento, avranno un impatto non trascurabile sulla consistenza e sulla struttura della forza lavoro. La riduzione del numero assoluto di attivi e di occupati,
conseguente alla diminuzione della popolazione, dice l'Istat nel Rapporto annuale, può avere importanti ricadute sul sistema di welfare e sulla crescita del Paese, come effetto di un numero più basso di ore lavorate, di una domanda e di una produzione aggregata più contenute, di una riduzione del Pil e di un gettito fiscale più basso, con forti rischi di crescita strutturalmente debole, se non addirittura negativa.
Se la partecipazione al mercato del lavoro rimanesse fissa ai livelli del 2025, per il solo effetto della diminuzione della popolazione, entro il 2050 il numero di attivi tra i 15 e i 64 anni di età toccherebbe i 19,7 milioni, con un calo di oltre cinque milioni di individui (da 24,8 milioni nel 2025).
Per contrastare le conseguenze della contrazione della popolazione che, almeno nel medio periodo, non potrà essere evitata, sarà dunque necessario secondo Istat aumentare in misura significativa i tassi di partecipazione al mercato del lavoro. In Italia, nel 2025, solo il 66,7 per cento delle persone tra i 15 e i 64 anni è attivo, il tasso più basso tra tutti i paesi dell’UE2 (la media europea è pari al 75,7 per cento). Il divario con l’Europa è più ampio sia per le donne (57,8 contro 71,2 per cento), sia, nonostante il recupero degli ultimi 20 anni, per i 15-29enni (38,6 contro 55,6 per cento), riducendosi invece per i laureati (89,7 contro 94,0 per cento) e le laureate (79,0 contro 86,4 per cento).
Ma per aumentarei tassi di partecipazione servirebbe investire soprattutto nell’aumento dei tassi di attività femminili. Il grande numero di donne in età attiva che si dichiarano inattive per motivi familiari (oltre 3 milioni nel 2025) e, tra queste, in particolare, quelle che appartengono alle forze di lavoro potenziali (1,1 milioni) rappresentano un bacino a cui il mercato del lavoro potrebbe attingere, valorizzando almeno una parte di un enorme potenziale produttivo inespresso, con benefici diretti sulle famiglie e sulla sostenibilità del sistema economico.
Altri elementi di debolezza sono sicuramente il livello di istruzione più basso rispetto all’Europa, che spiega i tassi di occupazione più bassi, anche tra gli uomini, a conferma dell’importanza dell’investimento in istruzione e formazione continua, sia per l’ingresso nel mercato del lavoro sia per rispondere alla necessità di aggiornamento, riqualificazione professionale e adattamento alle innovazioni tecnologiche.