Un programma di 29 punti e parecchie decine di miliardi di conto, solo per il 2020. È una lista della spesa parecchio salata, quella stilata dal patto Pd-Cinque Stelle che da domani sarà sulla scrivania del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del neo ministro dell’economia Roberto Gualtieri. Una lista senza flat tax, finita all’opposizione insieme a Matteo Salvini, ma con obiettivi ambiziosi e costi molto elevati, che potrebbero salire ancora, quando sapremo il prezzo di misure come la pensione di cittadinanza, il piano di assunzione straordinario di 45mila medici e 53mila infermieri, nonché l’entità degli investimenti pubblici e degli incentivi agli investimenti privati. Avvertenza: non si tratta di un conto preciso, poiché di ciascun intervento è difficile ipotizzare la reale entità e l’arco temporale in cui sarà programmata, così come del resto la durata di questo esecutivo. Prendetelo come un utile promemoria, semmai, per misurare la reale fattibilità di ciascun intervento.

Antipasto: clausole di salvaguardia – 23 miliardi (più 29 l’anno prossimo)

L’antipasto è ovviamente la neutralizzazione dell’aumento dell’Iva, figlio di quelle clausole di salvaguardia che i governi precedenti – da Berlusconi a Letta, da Renzi a Gentiloni, sino a Conte Uno – hanno posto a garanzia delle loro precedenti manovre economiche, come fossero delle cambiali. In altre parole: o si tagliano i costi, o aumenta l’Iva. Quest’anno, la clausola di salvaguardia è di 23,1 miliardi, l’anno prossimo sarà di 28,8.

Primo piatto: dissesto idrogeologico – 31 miliardi

Messa in sicurezza del territorio per il contrasto al dissesto idrogeologico, per la riconversione delle imprese, per l’efficientamento energetico, per la rigenerazione delle città e delle aree interne, per la mobilità sostenibile e per le bonifiche. Pd e Cinque Stelle non hanno dimenticato nulla per rimettere in sicurezza il territorio italiano. Bene, bravi, bis, ma i soldi? Il fabbisogno degli interventi segnalati dalle Regioni nel corso degli ultimi due anni è pari a circa 31 miliardi. Per ora ne sono stati stanziati 11 grazie al piano Proteggi Italia, ma il decreto del 27 febbraio 2019 ne ha sbloccati solamente 3,6 per i prossimi tre anni. Sarà complesso fare di più.

Secondo piatto: sostegno alle famiglie – 13 miliardi

Alle elezioni del 4 marzo del 2018 il Partito Democratico si presentò con un piano di misure di sostegno alle famiglie – in sintesi: un assegno universale alle famiglie a basso reddito con figli – che il sito economico LaVoce.info stimò costassero circa 13 miliardi. Oggi questo strumento, che allora il Pd pensava di finanziare ampliando il reddito di inclusione e disboscando tutte le detrazioni per i figli a carico – è in parte superato dal reddito di cittadinanza. Tuttavia, qualcosa bolle in pentola se una misura di questo tipo finisce in cima al programma di governo. Qualcosa si farà, magari a costi più contenuti.

Contorno: ridurre le tasse sul lavoro – 10 miliardi

Ridurre il cuneo fiscale – ossia la differenza tra lo stipendio lordo e netto di ciascun lavoratore dipendente, il terzo più alto d’Europa – è un chiodo fisso per tutte le forze politiche. come tutte le cose su cui c’è consenso unanime, non si realizza mai. Storicamente, il centrosinistra ha sempre sparato più alto: 5 punti percentuali di abbattimento del cuneo, contro i 3 miliardi dei programmi di centrodestra. Il costo di questa misura è pari a circa 2 miliardi di euro all’anno per ogni punto di cuneo fiscale in meno. I conti sono presto fatti: 5 punti percentuali, 10 miliardi di euro. Anche in questo caso, per Conte per Gualtieri trovare i soldi non sarà semplicissimo.

Dolce: più soldi a scuola, università e ricerca – 500 milioni

Nel 2017, al primo e ultimo giro di giostra del governo Gentiloni, si decise di aumentare le risorse destinate all’istruzione e alla ricerca per 1,1 miliardi circa. Alla fine, la cifra scese a 675 milioni, abbastanza per risalire a una spesa scolastica pari alla soglia psicologica del 3,5% del prodotto interno lordo. Senza esagerare, si potrebbe immaginare di completare quel progetto d’investimento aggiungendo i 500 milioni scomparsi due anni fa. Poco, forse, ma meglio di niente. Certo, se passasse anche l’idea dell’università gratis per tutti.

Caffè: varie ed eventuali – 200 milioni

Nel programma Pd-Cinque Stelle ci sono anche una serie di piccole misure di cui si può stimare il costo. Si tratta di provvedimenti importanti, intendiamoci, ma il cui costo non è più misurabile nell’ordine dei miliardi, bensì delle decine di milioni. Parliamo, ad esempio delle misure a sostegno della disabilità, col potenziamento del fondo per le non autosufficienze, che potrebbe essere rimpolpato di qualche decina di milioni, o del rafforzamento – come da programma – del progetto Impresa 4.0 per favorire l’automazione e la digitalizzazione delle imprese italiane. Oggi incentivi e detrazioni costano 480 milioni di euro l’anno. Rafforzare vuol dire arrivare almeno alla soglia dei 600, mettendoci 120 milioni in più. Missione possibile.

Amaro: la spesa per il welfare – 5 miliardi (a salire)

L’Italia spende per il welfare 450 miliardi circa, più o meno la metà della spesa pubblica. In particolare, ne spende 113 sanità e 110 per l’assistenza, che cresce in media, solo per effetto dell’invecchiamento della popolazione e della speranza di vita media, di circa 3-5 miliardi ogni anno. Dice, la nuova maggioranza di governo, che quella spesa vorrebbe incrementarla. Peccato cresca già da sola, molto più del Pil e dell’inflazione a causa dell’aumento delle persone bisognose, e non per migliorare la qualità dei servizi. Allarme (giallo)rosso.

Mancia: il resto (che ancora non sappiamo quanto costerà)

Così come la mancia ai camerieri non compare sul menù, allo stesso modo non sappiamo quanto costi rafforzare gli incentivi per gli investimenti privati, né quanto costi la pensione di garanzia per i giovani. Né, ancora, quanto serva per implementare un piano di edilizia residenziale pubblica o per assumere 45mila medici e 53mila infermieri che andranno in pensione da qui a cinque anni. Spoiler: costerà tanto, tantissimo. Ma ogni volta che leggiamo un programma di governo, chissà perché, ci dimentichiamo sempre di chiedere chi paga il conto.