Dopo le piazze del 17 ottobre: chi sono i movimenti che vogliono dare voce al disagio giovanile, e cosa vogliono

A cura di Giulia Renda
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Protagonisti delle piazze degli ultimi giorni, Movimento 1710 e Italia in piazza rivendicano le ragioni del dissenso: chi sono, cosa vogliono e quali idee portano avanti, tra critiche alle istituzioni, rivendicazioni sociali e nuovi modi di stare in piazza.

Il caro vita si fa sentire ormai ovunque in Italia. Dopo le repressioni in piazza e dopo l’ennesimo decreto sicurezza come risposta da parte del governo, sono nati diversi movimenti che rivendicano le piazze organizzate nei giorni scorsi. Movimento 17 ottobre e Italia in Piazza sono i due movimenti che stanno facendo discutere in questi giorni. Tra chi li accusa di essere i responsabili degli scontri e degli atti vandalici nelle piazze delle città, e chi li "giustifica" parlando di disagio giovanile. Sia Movimento 1710 che Italia in piazza hanno condiviso via social i loro manifesti, chiarendo oltretutto che gli incappucciati che hanno distrutto e danneggiato le città, sono stati allontanati dagli stessi movimenti o non centravano proprio niente con loro.

Movimento 1710: apartitici, ma non apolitici

Movimento 1710 nasce formalmente dopo le piazze del 17 ottobre, dallo slogan "Un movimento, nessun padrone", si vedono come "Giovani che hanno deciso di non aspettare più". Dichiaratamente apartitici ma assolutamente non apolitici, portano avanti tre rivendicazioni generali:

  1. Nessuna fiducia nelle istituzioni e nel governo,
  2. Nessuna fiducia per le strutture politiche classiche,
  3. Tutela dalla repressione di Stato e dai fascisti.

Sebbene questo movimento si discosta dagli atteggiamenti più violenti delle piazze scrivendo nel loro manifesto: "Vogliamo piazze che siano scuole di politica, e giovani che ne escano più consapevoli di come ne sono entrati", le loro rivendicazioni sembrano essere l'eco del disagio manifestato, non sempre in modo pacifico, nelle città di tutta Italia. Per quanto riguarda il primo dei tre punti cardine del movimento, scrivono: "Reputiamo il governo di orientamento autoritario: leggi che restringono lo spazio del dissenso, il conflitto trattano come problema di ordine pubblico, il disagio giovanile risolto con un manganello e un decreto. Chi governa cosi non ha bisogno di ascoltarci, ha bisogno che stiamo zitti. Ci rifiutiamo di essere interlocutori di chi ci considera una minaccia". Sul secondo punto, rivendicano: "Partiti e sindacati istituzionali sono parte dello stesso sistema che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzare, per noi non sono all'altezza della causa. Non è un'abiura, è una condizione. Devono dimostrarlo nei fatti, mettendosi al servizio delle lotte invece di mettere le lotte a servizio della propria sopravvivenza, delle proprie sigle, dei propri bandi e delle proprie carriere. Fino ad allora nessuno parla a nome nostro e nessuno mette il cappello sulle nostre piazze".

Infine sul terzo, scrivono: "La repressione non arriva più solo dopo: schedature, fogli di via, denunce a pioggia, infiltrazioni, pressioni su chi si espone. Si colpisce prima che un movimento nasca, e si entra nei collettivi per svuotarli dall'interno. A questo si aggiunge l'aggressione dei fascisti, tollerata, quando non coperta, da chi dovrebbe garantire l'agibilità politica. Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un'irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli".

Il Movimento 1710, nel suo manifesto, parla con forte identità e conoscenza politica. Nelle pagine successive parlano della postura che hanno scelto per stare in piazza e degli episodi che, a detta loro, vanno emulati anche qui in Italia. Tra gli esempi ci sono: L'Egitto nel 2011, dove scoppiò una rivolta popolare contro il regime del presidente Mubarak che, dopo 18 giorni di proteste e repressioni violentissime, portò alle dimissioni del presidente. Poi, nel 2019, Hong Kong dove scoppiò un grandissimo movimento di protesta che chiedeva maggiore libertà e rispetto della democrazia; anche queste proteste vennero gestite attraverso la violenza della polizia. La Serbia, nel 2024, dove gli studenti organizzarono blocchi delle università, manifestazioni di massa e cortei in tutto il Paese, denunciando la corruzione e le responsabilità del governo di Vučić. E ancora, in Marocco, nel 2025, dove la Gen Z scese in piazza, trovando una risposta nella repressione delle forze di sicurezza, con morti, feriti e migliaia di arresti.

Infine, lo stesso rivendica un solo grande obbiettivo: "Prendere in mano il nostro futuro. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso". Difatti, non sembra intenzionato a fermarsi. Hanno annunciato una mobilitazione permanente, con nuovi appuntamenti in piazza ogni sabato alle 15 in diverse città italiane. Il prossimo appuntamento è previsto per sabato 24 ottobre. A Roma, il ritrovo indicato è al Circo Massimo.

Italia in piazza: dal caro vita al diritto di manifestare

Diverso, sopratutto nella comunicazione c'è Italia in piazza, un movimento nato il 4 ottobre proprio per convocare la manifestazione del 17, sui loro canali social si concentrano sull'articolo 17 che sancisce il manifestare come diritto costituzionale. Il loro manifesto tocca più temi caldi, dalla sicurezza sul lavoro, ad una pretesa di sanità davvero pubblica, un reale diritto allo studio, una soluzione chiara all'emergenza abitativa, riprendendo infine una stessa misura del governo meloni "Strade sicure", scrivendo: "Strade sicure, ma per davvero. Mentre vengono pompate le finanze di eserciti e polizia armata…sempre più persone sentono che la loro sicurezza non è più una priorità per lo stato che sostengono con il loro lavoro e le loro tasse".

In due settimane il gruppo ha aperto anche un profilo TikTok, un canale Telegram da oltre 4.300 iscritti e un sito che raccoglie segnalazioni. Il principio cardine da dove partono e che condividono su tutti i loro canali è: "Chi ci rappresenta non vive i nostri problemi", elencando poi gli stipendi di chi sta al governo, nei parlamenti regionali e nei comuni, confrontandoli con lo stipendio medio di un lavoratore italiano: circa 1700 euro.

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