
Il figlio primogenito del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sarebbe contrario alla guerra all'Iran e avrebbe espresso la sua posizione in privato al padre. Lo rivela un'inchiesta della rivista The Atlantic, secondo cui Donal Trump Jr. avrebbe prima sconsigliato l'intervento militare e poi avrebbe ribadito le sue perplessità anche dopo lo scoppio del conflitto. Il malcontento per l'azione coordinata con Israele, aggiunge la rivista, sarebbe diffusa anche ad altri vertici dell'amministrazione Usa fra cui il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, il quale, parlando ai media americani, ha allontanato la possibilità di arrivare a un accordo a breve. Intanto, secondo il Wall Street Journal, le esportazioni di petrolio dal Medio Oriente nell'ultima settimana avrebbero superato i livelli precedenti alla guerra. Questo grazie a rotte alternative e alla protezione statunitense delle navi mercantili.
Sul fronte dell'Ucraina, intanto, riprendono i colloqui. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato che l'inviato speciale del presidente degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è in viaggio per San Pietroburgo. Ieri, invece, si è concluso l'incontro fra Witkoff e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Oslo. Colloqui che sono stati definiti "positivi". Il segretario di Stato ha anche aggiunto: "Niente di inaspettato, niente di sorprendente, e ora, con queste idee, può andare a San Pietroburgo e condividerle con la controparte russa, e vediamo se riusciamo a fare dei progressi".
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Il figlio primogenito del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sarebbe contrario alla guerra all'Iran e avrebbe espresso la sua posizione in privato al padre. Lo rivela un'inchiesta della rivista The Atlantic, secondo cui Donal Trump Jr. avrebbe prima sconsigliato l'intervento militare e poi avrebbe ribadito le sue perplessità anche dopo lo scoppio del conflitto. Ma non solo il figlio del tycoon avrebbe riserve sul proseguire l'operazione a sostegno di Israele. Secondo le indiscrezioni raccolte dalla testata, anche altri esponenti di primo piano dell'amministrazione Usa avrebbero espresso perplessità. Su tutti il vicepresidente James David Vance, ma anche il direttore della Cia John Ratcliffe e il segretario di Stato Marco Rubio.
Intanto, secondo il Wall Street Journal, le esportazioni di petrolio dal Medio Oriente nell'ultima settimana avrebbero superato i livelli precedenti alla guerra. Dall'11 al 18 ottobre i flussi regionali hanno superato i 24 milioni di barili al giorno, contro i 23,3 milioni precedenti al conflitto. I transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, invece, si sono attestati invece a circa 14 milioni di barili giornalieri, cioè l'82 per cento dei livelli prebellici. Nonostante la ripresa dei traffici, gli operatori temono un ulteriore aumento dei prezzi. Il Brent ha raggiunto circa 108 dollari al barile e anche i costi assicurativi e di trasporto sono schizzati rispetto a prima della guerra.
Sul fronte dell'Ucraina, intanto, riprendono i colloqui. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato che l'inviato speciale del presidente degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è in viaggio per San Pietroburgo. Ieri, invece, si è concluso l'incontro fra Witkoff e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Oslo. Colloqui che sono stati definiti "positivi". Il segretario di Stato ha anche aggiunto: "Niente di inaspettato, niente di sorprendente, e ora, con queste idee, può andare a San Pietroburgo e condividerle con la controparte russa, e vediamo se riusciamo a fare dei progressi".