Dieci anni di unioni civili, il giurista: “Legge Cirinnà ha cambiato l’Italia, matrimoni e figli il prossimo passo”

Era l’11 maggio 2016: le piazze italiane si riempivano, la Fontana di Trevi si accendeva con i colori dell’arcobaleno e in Parlamento veniva approvata la legge sulle unioni civili, sotto il governo Renzi. Per la prima volta in Italia veniva concessa alle coppie omosessuali la possibilità di vedere tutelato dallo Stato il proprio legame, con diritti e doveri come la comunione dei beni, l’obbligo di assistenza materiale, i diritti di successione, la pensione di reversibilità e molto altro.
Ma, mentre la comunità Lgbtqia+ festeggiava questo riconoscimento, tra loro c’era già chi, come Daniela Ghiotto, oggi consigliera del direttivo di Famiglie arcobaleno, parlava di una "vittoria che sa di sconfitta". Una visione legata all'assenza nel testo definitivo della stepchild adoption – l'adozione del figlio del partner – il cui articolo era stato al tempo stralciato durante il dibattito parlamentare. Il tema delle adozioni è stato eliminato dal testo sulle unioni civili a causa dello scontro politico sulla gestazione per altri, che rischiava di bloccare l’approvazione della legge in aula.
A dieci anni da quel primo traguardo, il Parlamento non si è più pronunciato in via definitiva su alcun provvedimento che allarghi le tutele della comunità arcobaleno. Chi, come Daniela e sua moglie Valentina si è unito civilmente e ha poi deciso di creare una famiglia, ha potuto contare solo sulle sentenze dei giudici per vedersi riconoscere il diritto alla genitorialità.
Se però nelle aule di Camera e Senato poco è cambiato, il Paese reale è mutato profondamente e, come spiega a Fanpage.it il professore di diritto pubblico comparato alla Sapienza, Angelo Schillaci, il merito è anche della legge sulle unioni civili che "ha funzionato come leva culturale di sviluppo della società italiana: ha reso visibili quelle coppie che, fino a quel momento, erano sostanzialmente invisibili e ha prodotto nella società italiana una percezione diffusa dell'eguaglianza tra coppie eterosessuali e omosessuali".
La storia di Daniela e Valentina: l'atto di nascita impugnato e la sentenza della Corte costituzionale

Daniela Ghiotto e quella che diventerà sua moglie, Valentina Bagnara, si conoscono nella scuola in cui lavorano entrambe. "Ci siamo conosciute e poi riconosciute – racconta Ghiotto a Fanpage.it – Da subito abbiamo parlato di questo desiderio di genitorialità". Le due si uniscono civilmente nel 2019 e poco dopo scelgono la Danimarca per avere un figlio: "L'abbiamo vissuta come una ricerca, un viaggio in cui trovare la nostra famiglia". Nel 2022 nasce la loro bambina. "Partorire a Padova è stata una scelta politica – spiega Daniela – il sindaco Sergio Giordani avrebbe riconosciuto entrambe come madri alla nascita di nostra figlia, ma sapevamo che quella tutela era appesa a un filo". Un filo che si è spezzato in fretta.
Nel marzo 2023 una circolare del ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, blocca la registrazione degli atti di nascita dei bambini con due genitori dello stesso sesso. La procura di Padova impugna in maniera retroattiva le trascrizioni di 37 famiglie arcobaleno, tra cui quella di Valentina e Daniela. "Quando abbiamo ricevuto la lettera, è stato scioccante – ricorda Ghiotto – Leggere in quelle due semplici righe che da un momento all'altro, per quello che veniva definito un errore, l'atto di nascita di tua figlia deve essere riscritto senza una delle due madri, è stato un pugno in faccia". La vicenda arriva alla Corte costituzionale e nel maggio 2025 una sentenza su un caso analogo al loro diventa giurisprudenza, consentendo anche alle famiglie padovane di vedere riconosciuti i nomi di entrambe le madri sugli atti di nascita dei figli nati in Italia tramite procreazione medicalmente assistita effettuata all’estero.
Una conclusione positiva per la loro storia di cui, dice Daniela, "racconteremo tutto a nostra figlia: la parte bella, il desiderio di averla cercata e trovata, ma anche quanto abbiamo lottato per tutelare lei e i bambini come lei". In questa battaglia, Daniela e Valentina hanno sentito "la solidarietà delle persone comuni da un lato, e la violenza di uno Stato che ti porta in tribunale dall'altro". Uno Stato che, riconosce Daniela, "attraverso la politica, dopo dieci anni, non ha fatto nessun passo avanti rispetto ai diritti per le persone Lgbt+".
Dieci anni dopo le unioni civili, i diritti Lgbt+ si fermano in Parlamento
"Un percorso lungo, solido, profondo di radicamento, in cui hanno ottenuto tutele da parte dei giudici, ma sono rimaste ancora inascoltate dalla politica", è così che il professore di diritto pubblico comparato alla Sapienza, Angelo Schillaci, definisce la storia di Daniela e Valentina e quella di molte altre famiglie omogenitoriali in Italia. Un cammino a cui la legge sulle unioni civili ha contribuito facendo da "leva culturale di sviluppo della società italiana – continua il professore – ha reso visibili quelle che coppie che, fino a quel momento, erano sostanzialmente invisibili e ha prodotto nella società italiana una percezione diffusa dell'eguaglianza tra coppie eterosessuali e omosessuali". Schillaci ammette però che, proprio in virtù di questo riconoscimento, "è come se la legge sulle unioni civili avesse concluso il suo lavoro di trasformazione culturale della società italiana e riconoscere le coppie omosessuali attraverso un istituto giuridico diverso da quello del matrimonio è irragionevole e discriminatorio".
Di fronte alla trasformazione della società italiana, fotografata anche dall'ultimo rapporto Eurispes del maggio 2025, secondo cui 7 italiani su 10 sono favorevoli ai matrimoni tra persone dello stesso genere, la politica, per il giurista, "è rimasta ancora indietro". "Se da un lato nella società italiana c'è un riconoscimento ormai diffuso, è altrettanto vero che è attraversata da minoranze ostili alla piena parità delle coppie omosessuali e delle famiglie omogenitoriali – riconosce Schillaci – Minoranze che sono però molto rumorose e molto ascoltate da parte della maggioranza".
E se la politica non ascolta, sono i giudici a intervenire, nonostante le difficoltà. "Cioè più la politica rimane ferma, e quindi il processo politico si indebolisce e ha difficoltà a dare riconoscimento e tutela ai diritti, più anche i giudici progressivamente entrano in affanno perché le risorse dell'interpretazione giuridica non sono infinite", avverte il professore.
Perché parlare di Gpa non basta a spiegare le famiglie omogenitoriali
È proprio sul terreno della genitorialità che questo squilibrio tra società, magistratura e politica è diventato più evidente. Secondo il professore della Sapienza, infatti, uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico italiano è “sovrapporre la questione dell’omogenitorialità alla gestazione per altri”. Una lettura che il giurista definisce fuorviante “sia perché la Gpa è solo uno dei modi in cui le coppie omosessuali possono avere dei figli, ma soprattutto perché è un modo in cui anche moltissime coppie eterosessuali accedono alla genitorialità”. Stando agli ultimi dati disponibili, che risalgono al 2023, in Italia ben 9 coppie su 10 che ricorrono alla Gpa sono eterosessuali.
Il riferimento è anche alla legge Varchi, approvata alla fine del 2024, che ha reso perseguibile come reato universale in Italia la gestazione per altri praticata legalmente all’estero. Una scelta che, per il costituzionalista, rappresenta “qualcosa di inaudito”, perché trasforma “un comportamento lecito nel luogo in cui viene realizzato” in un reato previsto dalla legge italiana. Al momento non sono stati registrati indagini o procedimenti penali aperti sulla base di questa legge, “ma sicuramente molte persone hanno dovuto interrompere il loro percorso di realizzazione di un progetto di genitorialità”. Confondere la discussione sulla Gpa con quella sulle famiglie arcobaleno, aggiunge, rischia anche di farci dimenticare “che, indipendentemente dal modo in cui vengono i bambini al mondo e dal tipo di famiglia in cui crescono, c’è l’esigenza di assicurare il loro superiore interesse, il loro diritto ad aver riconosciuto il rapporto con entrambe le persone che se ne prendono cura e – conclude – fissare l’idea che si diventa genitori soprattutto quando ci si assume la responsabilità di mettere al mondo un bambino”.