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Decreto carburanti, via libera al taglio delle accise: governo tira dritto e ignora le critiche Ocse

Il Senato approva il decreto carburanti con il taglio temporaneo delle accise, in risposta alla nuova fase di tensione sui prezzi energetici. Il provvedimento, pensato come misura ponte, riapre però il dibattito sull’efficacia di interventi generalizzati sui carburanti: anche l’OCSE segnala infatti i limiti dei tagli alle accise, che rischiano di avere effetti temporanei sui prezzi e costi elevati per i conti pubblici, senza incidere sulle cause strutturali del caro energia.
A cura di Francesca Moriero
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Il via libera dell'Aula del Senato al decreto carburanti arriva dentro un quadro economico che si fa sempre più stretto. Da una parte l'emergenza energetica legata alla crisi nello Stretto di Hormuz con la guerra in Iran, dall'altra conti pubblici sotto pressione e crescita rivista al ribasso. In questo scenario, mentre l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico invita i governi a superare i tagli generalizzati alle accise, l'esecutivo italiano sceglie comunque di puntare su questa leva.

Il via libera al decreto

Il provvedimento, approvato con 83 voti favorevoli, introduce un taglio temporaneo delle accise (circa 25 centesimi su benzina e diesel) insieme a crediti d'imposta per autotrasportatori e settore pesca e a un rafforzamento dei controlli contro la speculazione. Si tratta, nelle intenzioni dell'esecutivo guidato da Giorgia Meloni, di una misura "ponte", cioè di un intervento rapido per assorbire lo shock dei prezzi in attesa di decisioni più strutturate. Non a caso, il decreto ha una durata limitata e si inserisce in una sequenza di provvedimenti: dopo quello di marzo e quello di inizio aprile, un terzo intervento è già atteso entro fine mese. Il risultato è però una gestione a tappe, dove ogni misura rincorre l'aumento dei prezzi più che anticiparlo.

Come si finanzia

Il punto più delicato resta quello della copertura. Ridurre le accise significa infatti rinunciare a entrate fiscali, e il governo ha scelto di compensare questa perdita attraverso tagli interni alla spesa pubblica. Tra le voci interessate rientrano anche alcuni fondi destinati alla sanità e alla ricerca, con riduzioni che riguardano dalla ricerca di base ad altri programmi pubblici. Si tratta di una redistribuzione che rende evidente il costo reale dell'intervento: il sollievo immediato alla pompa si traduce in una riduzione di risorse su settori strutturali. È qui che emerge una delle tensioni centrali della strategia, sospesa tra la necessità di interventi rapidi e generalizzati e l'esigenza di mantenere in equilibrio i conti pubblici.

Il contesto

A rendere più complessa la gestione è poi il quadro macroeconomico. Nel nuovo Documento di Finanza Pubblica, il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha rivisto la crescita allo 0,6% per il 2026-2027, segnalando un rallentamento più marcato del previsto. Il debito resta elevato e condizionato dalle "code" del Superbonus, mentre il deficit viene leggermente rivisto al rialzo. Nonostante un dato migliore del previsto per il 2025, l'Italia resta così dentro la procedura europea per deficit eccessivo, limitando i margini di manovra. In questo scenario, ogni intervento emergenziale (come il taglio delle accise) pesa quindi doppio: utile nel breve periodo, ma, come detto, difficile da sostenere nel tempo.

L'emergenza energetica

Non si tratta solo di un problema di prezzi, perché la crisi attuale ha una natura diversa rispetto a quelle puramente finanziarie: nasce da una riduzione reale dell'offerta. Le tensioni nel Golfo Persico e i rischi legati allo Stretto di Hormuz hanno infatti ridotto la disponibilità di petrolio, aumentando la competizione tra Paesi importatori. Per questo il nodo non riguarda soltanto "quanto costa l'energia", ma anche e soprattutto quanta energia è effettivamente disponibile sul mercato globale. Ed è proprio su questo punto che le misure di contenimento dei prezzi mostrano un limite strutturale: abbassare artificialmente il costo alla pompa non aumenta l'offerta, rischia anzi di sostenere la domanda in una fase in cui le risorse sono già sotto pressione.

Il limite delle accise

Il tema del limite dei tagli alle accise ruota attorno a un effetto semplice ma spesso sottovalutato: intervenire sul prezzo finale dei carburanti può dare un sollievo immediato a famiglie e imprese, ma non agisce sulle cause profonde dell'aumento, che in questo caso sono legate soprattutto alla scarsità dell'offerta globale. In questa prospettiva, ridurre le accise finisce per funzionare come una sorta di "ammortizzatore" temporaneo. Il prezzo alla pompa scende e la pressione percepita si attenua, ma allo stesso tempo resta elevato il livello della domanda in una fase in cui il mercato internazionale è già sotto tensione. A un livello più strutturale, però, emerge il tema della sostenibilità dei conti pubblici. Le accise rappresentano infatti una fonte stabile di entrate per lo Stato e ridurle significa rinunciare a risorse che devono essere compensate altrove. Questo spostamento, come nel caso attuale, tende spesso a ricadere su altre voci di spesa pubblica o su aggiustamenti di bilancio, con l'effetto di spostare il costo dell'intervento senza eliminarlo davvero. Poi, c'è un altro problema, quello di distribuzione degli effetti. Il beneficio del taglio si concentra soprattutto su chi consuma più carburante, mentre chi consuma poco o non usa l'auto ne trae vantaggi limitati. Per questo diverse istituzioni economiche, tra cui l'OCSE, suggeriscono misure mirate ai redditi più vulnerabili e ai settori più esposti, piuttosto che interventi generalizzati sui prezzi dei carburanti.

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