L'Aula di Palazzo Madama ha votato sul calendario della crisi di governo, aperta la scorsa settimana dal ministro degli Interni Matteo Salvini: la sfiducia a Conte si voterà il 20 agosto, alle ore 15. Di fatto c'è ufficialmente una nuova maggioranza in Senato. M5S, Pd, LeU e Autonomie hanno votato insieme contro le proposte del centrodestra di mettere ai voti nei prossimi giorni la mozione di sfiducia al premier a seguito della crisi di governo. Compatte anche le forze di centrodestra che hanno invece sostenuto la richiesta di procedere fra oggi e il 20 agosto alle votazioni.

Il 20 agosto, come giorno papabile per il voto sulla mozione di sfiducia nei confronti del presidente del Consiglio Giuseppe Conte presentata dalla Lega, era stato indicato già ieri dopo la conferenza dei capigruppo, che ha fissato in quella data le comunicazioni del premier.

Secondo il regolamento, come ha ricordato la presidente di Palazzo Madama Elisabetta Casellati, in caso di assenza di un accordo all'unanimità alla conferenza dei capigruppo, la prassi corretta era appunto la convocazione dell'Aula. "Proprio perché ho rispettato la democrazia parlamentare, per rispettare la centralità del Parlamento" è stata convocata l'Aula, ha spiegato Casellati, sottolineando come sulla "parlamentarizzazione della crisi" non ci sia stata dunque una "scelta del presidente ma di questa Aula".

La battaglia in Senato è stata tra due fonti contrapposti: i leghisti, insieme a Fratelli d'Italia e Forza Italia, avrebbero voluto il voto sfiducia il prima possibile, prima di Ferragosto, e quindi già domani, 14 agosto. Mentre M5S, Pd e Leu, che comunque, numeri alla mano, avevano la maggioranza, volevano prendere tempo, anche per permettere a tutti i parlamentari di rientrare a Roma.

Matteo Salvini, durante il suo intervento in Aula, ribadendo l'urgenza di ridare la parola agli italiani, ha fatto una proposta al M5S: "Votiamo la settimana prossima per anticipare il taglio dei parlamentari, si chiude in bellezza e poi per dignità per onestà e coerenza si va subito al voto". Questa mossa a sorpresa ha sparigliato le carte, rigettando di fatto la palla nel campo degli avversari.

L'ipotesi circolata in queste ore in ambienti parlamentari, era quella di un centrodestra pronto a non partecipare alla votazione per non risultare in minoranza, gridando all'inciucio Pd-M5S-Leu, pronti a unirsi per salvare la poltrona per la formazione di un governo di garanzia elettorale (quello che il senatore ed ex premier Matteo Renzi ha chiamato anche esecutivo ‘istituzionale').

Il Pd, tramite il senatore Dario Parrini, aveva commentato così: "Non so se è vero che Lega, FdI e FI stanno valutando di non votare oggi sul calendario del Senato per paura di perdere e far emergere una maggioranza d'aula contraria alle prepotenze del Gradasso. Se è vero – aveva scritto su Twitter Parrini – siamo alle solite: ennesima fuga di Salvini dal Parlamento.

Con una nota diffusa poco prima del voto il centrodestra aveva fatto sapere che si sarebbe presentato compatto all'appuntamento al Senato. Lega, FdI e Forza Italia avevano chiesto che l'Assemblea si esprimesse con un voto sulla mozione di sfiducia a Conte, certificando così un voto ‘politico' sulla sfiducia al premier, decretando così che questo governo ha concluso la sua esperienza. FdI ha chiesto quindi una modifica del calendario approvato ieri a maggioranza dalla capigruppo, inserendo in coda, oltre alle comunicazioni di Conte, anche il voto sulla mozione di sfiducia.

Cosa succede adesso

Il 20 agosto si aprirà dunque si aprirà formalmente la crisi. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte potrebbe però anticipare i tempi e non sottoporsi al voto di sfiducia del Parlamento, salendo direttamente al Quirinale per dimettersi. A quel punto il presidente Sergio Mattarella avvierà la fase delle consultazioni. Potrebbe quindi emergere una nuova maggioranza, che permetterebbe di portare il Paese al voto, e nel frattempo scongiurare l'aumento dell'Iva, fare la legge di bilancio e magari la riforma Costituzionale voluta dal M5S con il taglio dei parlamentari. Oppure ci saranno elezioni anticipate, e in questo secondo caso il presidente della Repubblica scioglierà le Camere. Dopo lo scioglimento del Parlamento dovranno passare almeno 60 giorni (due mesi) prima di poter tornare alle urne.