Qualche mese fa il dibattito pubblico era occupato dalle polemiche fra virologi, epidemiologi e clinici sulla sussistenza o meno del pericolo "seconda ondata" per il nostro Paese: paginate di interviste, analisi e commenti destinate a determinare un clima di totale spaesamento fra l'opinione pubblica e a influenzare direttamente o indirettamente le scelte dei decisori politici. Un dibattito spazzato via dall'autoevidenza dei dati (eccezion fatta per qualche giapponese nella giungla che si ostina a minimizzare la recrudescenza della pandemia), ma che ha lasciato tracce evidenti nella gestione di questa fase delicatissima della crisi. Confusione, contraddizioni e incertezza hanno infatti accompagnato non solo l'azione del governo e l'interlocuzione fra le autorità centrali e quelle territoriali (con conseguenze ancora non del tutto chiare), ma anche i comportamenti dei cittadini e la loro predisposizione ad accettare le indicazioni non sempre lineari delle autorità.

La timeline dei provvedimenti del governo, un progressivo inasprimento delle sanzioni senza neanche attendere il tempo necessario affinché si manifestassero gli effetti dei singoli provvedimenti, è estremamente indicativa del grado di confusione e incertezza che ha caratterizzato la gestione della seconda ondata, peraltro cominciata in estremo ritardo e dopo aver vanificato il "vantaggio" di cui il nostro Paese sembrava poter godere rispetto a Francia, Spagna e UK in termini di monitoraggio delle nuove infezioni e necessità di interventi restrittivi della mobilità e delle occasioni di contagio. Un cammino tortuoso durante il quale Conte e Speranza non hanno potuto contare né sull'appoggio della comunità scientifica (divisa e litigiosa) né soprattutto sulle Regioni, con alcuni Presidenti che hanno dato uno spettacolo indegno, fatto di personalismi, ripicche e piccoli tornaconti personali. Da Chigi sono arrivati messaggi non sempre chiari e univoci (al netto della complessità del momento), il ministro della Sanità si è rifugiato dietro un misterioso algoritmo che avrebbe determinato automatismi e sanzioni (dopo aver fatto sparire il suo libro in cui elogiava il modello italiano di risposta alla pandemia), i rappresentanti di ISS e CTS hanno collezionato interventi contraddittori e previsioni all'insegna dell'ottimismo, alcuni governatori sono arrivati alla negazione della realtà e altri a ipotizzare scenari distopici in cui i più deboli possono essere lasciati indietro pur di garantire l'efficienza del sistema produttivo. Ancora oggi, con oltre 500 morti e 40mila contagi al giorno, ci si avventura in minimizzazioni e rassicurazioni, trattando gli italiani come bambini boccaloni cui dire tutto e il contrario di tutto due giorni dopo. Un delirio, insomma.

L'Italia che si avvia inesorabilmente a un nuovo lockdown (probabilmente in una forma breve, riveduta e corretta rispetto a marzo, simile a quella che si sta sperimentando in altre zone d'Europa) è un Paese diviso e impaurito, in cui sarà molto complicato ritrovare quello spirito di comunità che ci aveva aiutato a superare la prima ondata.

Spesso viene utilizzata la metafora della casa che brucia per indicare la situazione determinata dalla pandemia da coronavirus. Prima spegniamo le fiamme, ci dicono, poi capiamo di chi è stata la colpa e solo dopo litighiamo sul fatto che si sarebbe potuto dare l'allarme prima. La metafora potrebbe essere anche efficace, ma servirebbe qualche piccola modifica.

Il problema è che per settimane non abbiamo ascoltato i vicini che ci avvertivano di come le loro case fossero già in fiamme e l'incendio si sarebbe inesorabilmente propagato anche da noi. Poi alle prime scintille abbiamo fatto finta di nulla sperando nella pioggia, mentre alcuni occupanti della casa ci chiedevano a gran voce di farci i fatti nostri e pensare positivo. Quando la casa stava cominciando davvero a bruciare abbiamo atteso ancora prima di chiamare i vigili del fuoco, quando lo abbiamo fatto la centrale ha mandato un'autobotte alla volta, mentre l'incendio si espandeva. Ora che tante stanze stanno bruciando, stiamo provando a utilizzare più mezzi e più uomini, ma senza mettere davvero in sicurezza tutti i locali della casa, luoghi in cui addirittura continuiamo a far soggiornare le persone quasi come se niente fosse. Il tutto dopo esserci accorti di non aver reclutato abbastanza pompieri, di non aver speso tutto ciò che potevamo in mezzi e tecnologie utili a rallentare le fiamme, di non aver fatto tutto il possibile per mettere in sicurezza le persone intossicate dal fumo o gli oggetti lambiti dalle fiamme.

E siamo di nuovo costretti a sperare che la pioggia, il vaccino, arrivi prima possibile. Ma questa significa anche accettare centinaia di migliaia di casi, migliaia di morti, la scommessa sulla tenuta dell'intero sistema sanitario. Un costo enorme, eccessivo, che dovrebbe portarci a un'ulteriore assunzione di responsabilità da tradurre in un imperativo: basta mezze misure e confusione, basta compromessi e mistificazioni, basta divisioni e speculazioni. È il tempo della serietà.