Giuseppe Conte
in foto: Giuseppe Conte

Il caso Bonafede ieri, quello Azzolina oggi, quello Di Maio ieri, oggi e domani. Che il clima all'interno della maggioranza non fosse dei migliori era cosa nota e discussa, un po' meno prevedibile era la rapidità con cui tali questioni sarebbero montate e diventate centrali all'interno del dibattito pubblico. Polemiche, dissidi e tensioni che si incrociano con l'eterno ritorno della madre di tutte le questioni: il governo tecnico che dovrebbe sostituire quello politico (?) guidato da Giuseppe Conte. Un'ipotesi che ha una consistenza indefinita, che non ha una collocazione temporale chiara e nemmeno un candidato in pectore (se non, appunto, lo spettro di Draghi): solo centinaia di articoli di giornale, di interviste sibilline e dichiarazioni allusive. Solo una grossa bolla a uso e consumo dei media e dei frequentatori dei palazzi della politica, dunque? Esattamente. Ma proprio per questo si tratta di un argomento da maneggiare con grande cautela. Conte è intoccabile al momento, immobile e inscalfibile, ma tutto ciò che ha intorno è in piena fibrillazione.

Il caso Bonafede è una plastica dimostrazione di quanto un dibattito dall'epilogo scontato in partenza possa lasciare scorie tossiche in grado di condizionare il futuro stesso della coalizione di governo. Pur essendo la figura e l'operato di Bonafede incompatibili con tutto ciò che è, vuole essere e sarà Italia Viva, non c'era una sola possibilità che i renziani andassero fino in fondo, sfiduciando il capo delegazione del M5s nel governo, che peraltro gode della protezione speciale del Quirinale. Ma pensare che si sia trattato di un teatrino a uso e consumo dell'ego di Renzi sarebbe un errore piuttosto banale, proprio perché si sottovaluterebbe ciò che l'intero dibattito ha dimostrato o confermato. In primo luogo che su un tema cruciale come quello della giustizia ci sono delle distanze non colmabili, non solo fra i renziani e il resto del mondo, ma anche tra il PD e il M5s: insomma, se il progetto di Zingaretti e dei contiani è quello di una convergenza che vada al e oltre il 2022, c'è ancora molto da lavorare. In secondo luogo che c'è una decisa e netta volontà trasversale in Parlamento sul far continuare la legislatura, costi quel che costi: un messaggio a Conte e al M5s, il dualismo "o Conte o elezioni" non esiste, perché di responsabili è pieno il mondo e un nuovo accrocchio è sempre possibile. In più, il messaggio recapitato al Colle da Renzi (che con Mattarella non ha quello che si definirebbe esattamente un "rapporto cordiale") e dall'opposizione di destra è chiaro: la tregua determinata dalla pandemia è finita, il Quirinale deve tornare a vigilare e a essere garante dell'intero arco parlamentare.

Infine, il caso Bonafede è un macigno sulla seconda grossa grana dell'esecutivo: il ruolo e l'operato del ministro Azzolina. La scuola è da sempre il più grande rimorso di Renzi (che da Chigi ha investito tanto ricavandone poco o nulla) e il vero obiettivo del PD, che negli ultimi anni ha lasciato per strada elettorato e reti di relazione. L'attacco combinato e durissimo di queste ore non è un caso: Azzolina è in una posizione di grande debolezza e sconta anche colpe non sue, tra ritardi, incertezze e una prudenza giudicata anche eccessiva. Il M5s ufficialmente fa muro e difende il ministro a spada tratta, ma sono in molti a credere che Azzolina sia indifendibile e che non si possa andare alla battaglia d'autunno con le zavorre di questi mesi. Anche sulla scuola, insomma, serve un cambio di marcia, perché la tregua è finita. Discorso simile sulle Commissioni, il cui rinnovo è imminente e la cui composizione potrebbe essere decisiva in caso di recrudescenza della crisi politica in autunno.

Insomma, se al momento parlare di governo tecnico ha poco senso, anche considerato il gradimento di cui gode il Presidente del Consiglio e la necessità di non aprire una crisi politica in un momento decisivo per il Paese, il messaggio che arriva in queste ore dai palazzi della politica è quello di sempre: non sottovalutare le conseguenze dei giochi di potere. Perché lasciano scorie, rancori e polemiche pronte a tornare in circolo e ad avvelenare i pozzi. O a far cadere i governi.