Una recessione senza precedenti. Che colpisce, ancora una volta, maggiormente il Mezzogiorno. Tanto che la Regione in cui il Pil si è più contratto è la Basilicata. Sono solo alcuni dei dati emersi dal rapporto Svimez 2020 sull’economia e la società del Mezzogiorno, dal titolo ‘L’Italia diseguale di fronte all’emergenza pandemica: il contributo del Sud alla ricostruzione’. Il Coronavirus viene definito come la “più grave crisi della storia repubblicana”, che al Sud “si è tradotta in emergenza sociale incrociando un tessuto produttivo più debole, un mondo del lavoro più frammentario e una società più fragile”. Il divario di sviluppo tra Nord e Sud continua a crescere, anche se Svimez sottolinea come sempre più Regioni del Nord, dopo Umbria e Marche, rischiano quella che viene definita una “meridionalizzazione”, con un timore che riguarda soprattutto Piemonte, Toscana e Friuli Venezia Giulia.

Il Covid, il lockdown e l’impatto sul Sud

La crisi seguita alla pandemia è stata un acceleratore di quei processi di ingiustizia sociale che ampliano le distanze tra cittadini e territori”, afferma la Svimez nel suo rapporto annuale, sottolineando che “la crisi si è scaricata quasi interamente sulle fasce più fragili dei lavoratori”. La perdita di occupazione causata dal Coronavirus colpisce soprattutto i giovani, le donne e il Mezzogiorno, con un impatto sui giovani che è stato più pesante nelle regioni meridionali. Altro problema che riguarda maggiormente il Sud è quello della precarietà, secondo Svimez. Inoltre il rapporto stima che “il costo del lockdown in termini di valore aggiunto si ridimensiona a livello nazionale al 36,7%”. Un costo più alto al Nord che al Sud. Infine, un’altra stima: un mese di lockdown è costato all’Italia 48 miliardi di euro, il 3,1% del più. Di questi 37 miliardi riguardano il Centro-Nord e solo 10 il Mezzogiorno.

Il crollo del Pil nel 2020

Nel 2020 il Pil italiano, secondo Svimez, subirà una contrazione del 9,6%, con un calo maggiore al Centro-Nord (9,8%) e leggermente inferiore al Sud (9%). A fine anno il Pil del Mezzogiorno sarebbe più basso di quello del suo picco minimo del 20114 e inferiore di 15 punti percentuali rispetto al 2007, prima della crisi economica. Il crollo più alto del Pil si registra in Basilicata, dove si sfiora il 13%. A seguire ci sono Veneto, Molise, Emilia-Romagna e Piemonte, con una diminuzione superiore al 10%. Il calo meno marcato si registra invece in Trentino Alto Adige, Sicilia e Lazio.

Le previsioni del Pil per 2021 e 2022

La ripresa nel 2021 e nel 2022 sarà limitata al Centro-Nord, secondo la Svimez. Qui il Pil dovrebbe crescere del 4,5% nel 2021 e del 5,3% nell’anno successivo. Ben diversi, invece, i dati del Sud, dove la crescita sarebbe solamente dell’1,2% e dell’1,4%. Chiaramente Svimez sottolinea che l’incertezza è molta ed è difficile fare una previsione realmente attendibile, anche se vengono escluse le ipotesi di altri lockdown totali. Inoltre, queste stime non tengono conto delle misure del Recovry fund né della legge di Bilancio che, secondo il rapporto, potrebbe avere un impatto positivo soprattutto al meridione, con un +0,4% al Sud rispetto alle stime che non includono le misure previste dalla manovra. Nel 2021, inoltre, il rapporto sottolinea che la crescita maggiore del Pil si registrerà in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Mentre la più bassa in Molise, Sardegna e Sicilia.

Il calo demografico al Sud

Il rapporto ritiene che il Mezzogiorno sia destinato a un lento declino demografico: dal 2019 al 2065, secondo le previsioni, la popolazione italiana potrebbe ridursi di 6,9 milioni di abitanti, di cui ben 5,1 al Sud. Nel Mezzogiorno a pesare è quella che viene definita una fragile demografia che poggia su un altrettanto fragile tessuto economico. Il calo della popolazione riguarda soprattutto la componente in età da lavoro. Altro dato citato è quello del 2018, quando dal Sud si sono cancellati 138mila residenti, di cui 20mila che si sono trasferiti all’estero. E la quota più alta è quella dei laureati.

L’impatto del reddito di cittadinanza sul Covid

La Svimez sottolinea l’importanza del reddito di cittadinanza durante l’emergenza sanitaria ed economica. Secondo il report in assenza di questo strumento, il lockdown avrebbe potuto portare profondi disagi economici con conseguenti tensioni sociali. Secondo Svilmez “nell'emergenza sanitaria il reddito di cittadinanza ha contribuito significativamente a ridurre la platea dell'esclusione e della marginalità fornendo un reddito minimo garantito”. Anche se va sottolineato che l’impatto della misura sul mercato del lavoro è stato “scarso, se non nullo”. Nessun aumento del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, quindi.

Sanità in zona rossa già prima dell’emergenza

Secondo il rapporto la sanità del Sud era già "zona rossa” prima della pandemia. Il divario di offerta dei servizi sanitari essenziali dipende da inefficienze e distorsioni, con uno squilibrio “drammatico” tra le Regioni italiane nell’attività di prevenzione. La distanza tra le Regioni del Sud e quelle del Centro e del Nord era evidente già dal 2018, con valori massimi intorno ai 220 punti per Veneto ed Emilia-Romagna e minimi dai 170 in giù per Campania, Sicilia e Calabria.

Lo smart working diventa south working

Altro fenomeno analizzato è quello dello smart working al Sud, con tanto di definizione del south working in riferimento a quei lavoratori impiegati in aziende del Centro o del Nord che si sono trasferiti al Sud approfittando del lavoro agile. Gli addetti che lavorano in smart working dal Sud sono 45mila, secondo i primi risultati di un’indagine realizzata da Datamining su 150 grandi imprese con oltre 250 addetti. Un dato che potrebbe essere solo parziale, perché non tiene conto delle piccole e medie imprese, più difficili da rilevare.