Più in alto poni l’asticella, più difficoltà avrai per raggiungere il risultato, più grande sarà la delusione in caso di fallimento. Una delle letture più condivise sull’avvicendamento tra Draghi e Conte a Palazzo Chigi insisteva sulla necessità di un “cambio di passo” nella gestione della pandemia, in particolare per quel che riguardava (riguarda) la campagna vaccinale e il contenimento del contagio, oltre che ovviamente per la stesura/completamento/sottomissione/realizzazione del piano nazionale di ripartenza e resilienza, cui è legato il futuro nel medio e lungo periodo del Paese. Possiamo anzi dire che l’intera narrativa della soluzione della crisi di governo si reggeva non solo sulla mitizzazione della figura di Mario Draghi, ma anche sull’impegno dei “migliori” per la salvezza della nazione. Un pensiero condiviso da politici e giornalisti, per convinzione o necessità, che aveva retto anche di fronte all’amara constatazione del fatto che la squadra di governo fosse composta, pur con le dovute eccezioni, da vecchi e onesti mestieranti della politica, o da uomini e donne buoni e buone per tutte le stagioni e gli incarichi. Lo stesso dicasi per l'utilizzo degli strumenti legislativi (lo schema sembra sempre quello della seconda fase del Conte II, ovvero decreti legge che il Parlamento non farà in tempo ad approvare prima del loro "superamento" e utilizzo disinvolto dei DPCM), nonché per la lentezza ed estrema difficoltà con cui l'esecutivo sta gestendo la questione "ristori".

Senza tornare sul vero problema di un siffatto esperimento, ovvero la forza e la legittimità di un accrocchio fra partiti lontani anni luce e senza uno straccio di programma che non sia quello di gestire l’emergenza e sopravvivere alla tempesta determinata dall’ennesima manovra di palazzo, dobbiamo purtroppo constatare che la realtà si sta velocemente occupando di sgonfiare una simile narrazione e che, senza un deciso cambio di rotta, la mitopiesi draghiana rischia di trasformarsi nella presa d’atto di un fallimento che è prima di tutto sistemico. La politica, non solo in Italia, sembra aver perso completamente la capacità di incidere sui processi, e i governi si trovano a rincorrere affannosamente l'emergenza, praticamente senza mai riuscire a venirne a capo.

Pur con i dovuti distinguo, tra cui in parte rientra il piano vaccini, proprio su aspetti centrali della gestione dell’emergenza questo governo sta operando in preoccupante continuità con quello precedente, soprattutto ne sta reiterando gli errori e le lentezze. In primo luogo, l’attuale esecutivo sta continuando a difendere un modello che non funziona, che non ci ha mai permesso di anticipare evoluzione del contagio e nemmeno di valutare coerentemente i segnali e gli esempi che arrivano da altri Paesi europei. L’esempio della variante inglese è piuttosto esplicativo: un impatto non casuale o inatteso, bensì prevedibile e ampiamente previsto, di fronte al quale ci si è mossi male e con enorme ritardo, facendo seguire provvedimenti più restrittivi (e nemmeno risolutivi) come quelli dell’ultimo decreto a mezze misure inutili e controproducenti. Esattamente gli stessi errori commessi dal governo Conte nel contrastare la seconda ondata.

Il "governo dei migliori" sconta probabilmente un’impostazione strutturalmente sbagliata del rapporto con il Comitato Tecnico Scientifico (su cui era lecito attendersi qualche intervento, peraltro), nonché con ISS e CSS. Draghi ha disposto una ridefinizione di ruoli e incarichi nel CTS, vero, ma hanno destato più di qualche perplessità sia le scelte dei nuovi componenti (tra cui figurano personalità che hanno sbagliato praticamente ogni previsione o che si sono da tempo collocate su una linea riduzionista che si è rivelata fallace), sia la riorganizzazione interna, che risponde sempre all'idea della continuità.

La linea per cui i tecnici fanno “appelli” che vengono recepiti o meno a seconda del “clima” nel Paese o degli equilibri politici è del tutto disfunzionale e ci impedisce di prendere con celerità e rigore le misure che servirebbero a evitare disastri. Tanto per fare un esempio, ora siamo al punto in cui il modello dell’ISS prevede il raggiungimento certo in tutte le Regioni italiane, Sardegna esclusa, della soglia “250” quanto all’incidenza dei contagi, quella per cui è prevista la zona rossa automatica; ciò avverrà con ogni probabilità perché il monitoraggio attuale si basa su dati vecchi di almeno due settimane (il che tra l’altro rimanda alla solita e mai risolta problematicità di prendere decisioni sulla scorta di dati vecchi, che dunque non fotografano la realtà con precisione). Ora, perché non anticipare sin da subito le misure di contenimento, impedendo cioè l’ulteriore espansione del contagio? Perché non basarsi (o magari migliorare) su un sistema predittivo smettendola di rincorrere il virus? Perché non anticipare misure che comunque saremo poi costretti a prendere, magari sfruttando il lavoro fatto negli altri paesi che hanno dovuto fare i conti prima con la minaccia delle varianti?

In tal senso, il problema più rilevante appare la difesa del sistema “a colori”, che ha mostrato tutti i suoi limiti anche dal punto di vista comunicativo. La confusione determinata dai continui cambi di zona (16 per la Lombardia, senza mai riuscire a riportare i contagi a un livello tale da ripristinare i meccanismi di tracciamento) si somma alla vaghezza delle indicazioni e alla totale permeabilità dei provvedimenti, che rende complessi e inutili i controlli. La ratio stessa delle misure è quella “contiana”: nessun intervento serio su luoghi di lavoro, attività produttive, mezzi di trasporto, attenzione interamente puntata sulla socialità (si è perso il conto delle “strette alla movida” degli ultimi mesi) e sulle responsabilità dei cittadini. Peraltro, dopo aver assicurato di voler dare un congruo preavviso a cittadini e istituzioni, ci si è ridotti a emanare ordinanze poche ore prima dell’entrata in vigore, con i soliti pasticci (i dati della Basilicata) e le solite disattenzioni (Marche e Bolzano fuori da ordinanze e a lungo “in bilico”).

La scuola meriterebbe un discorso a parte, mi limiterò a segnalare come dopo settimane dall’insediamento Bianchi non sia stato in grado di indicare una data per la riapertura, perché, come prima e più di prima, nessuno sa quanti siano stati i contagi nelle classi e nessuno ha la minima idea di dove prendere questi dati. Lo ammette anche il Comitato tecnico scientifico, nel verbale di una riunione del 26 gennaio: “Per ciò che concerne l’analisi dei contagi intrascolastici, non si hanno a oggi informazioni; non esistono stime di trasmissibilità nelle scuole e quindi non è possibile analizzare l’effetto della riorganizzazione scolastica alla ripresa delle attività didattiche dopo la scorsa estate. Al momento, è possibile basarsi solo sul numero dei contagi che avvengono in età scolare, senza avere evidenza se questi siano avvenuti all’interno delle scuole, prima dell’ingresso negli istituti scolastici o nelle attività periscolastiche”. In queste condizioni, aprire non è e non sarà mai un'opzione, al di là delle vaccinazioni degli insegnanti (altra scelta ereditata dal governo precedente su cui nessuno è intervenuto, come l'imbarazzante priorità a professori universitari che non vedono un'aula o uno studente da 12 mesi…). Nel frattempo, il ministro Bianchi ci ha messo del suo, come sottolinea l'associazione presidi: "Nell'arco di undici giorni il Ministero ha emanato ben tre note riguardanti il medesimo tema – l'organizzazione delle attività in presenza nelle cosiddette zone rosse – offrendo di volta in volta ricostruzioni del quadro normativo parzialmente diverse e talvolta contraddittorie". E, dulcis in fundo, la nuova reggenza al ministero si affiderà a un'altra guida in uscita dal CTS, Miozzo, che solo pochi mesi fa si produceva in questo capolavoro proprio sul tema della scuola.

Il disastro comunicativo su Astrazeneca

Nell'attesa di capire cosa accadrà con la spinosa vicenda della sospensione temporanea e precauzionale del vaccino di Astrazeneca (e se ci siano o meno responsabilità più strettamente politiche), possiamo già registrare il primo vero fallimento comunicativo del governo guidato da Mario Draghi. Non mettere la faccia in un momento così delicato è un errore imperdonabile del Presidente del Consiglio in carica. Non spiegare in modo chiaro cose stesse accadendo, sminando gli allarmismi e riconducendo la questione nei suoi termini reali, è l'ennesima mancanza del ministro Speranza. Il fatto che Draghi non abbia ritenuto opportuno rispondere a neanche una domanda dei giornalisti dopo più di un mese dall'ingresso a Chigi, rimanda poi a un'idea distorta del ruolo, che è e resta quello del servizio ai cittadini e alla nazione. In momenti di grande tensione e incertezza, metterci la faccia e rispondere delle proprie azioni all'opinione pubblica non dovrebbe essere un'opzione, ma un dovere. A maggior ragione se di questa incertezza si è fra i maggiori responsabili.