Tanto per essere chiari fin dall’inizio, va detto che il dibattito al Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per l’accusa di sequestro di persona aggravato in relazione al caso Gregoretti è stato un florilegio di strumentalizzazioni, distorsioni argomentative, fallacie logiche, omissioni, errori formali e sostanziali, bugie e imprecisioni (per decenza non diremo di chi ha citato i bombardamenti in Serbia o il coronavirus). Fatta eccezione per pochi e precisi interventi, la stragrande maggioranza dei senatori ha fatto esattamente ciò che da loro ci si aspettava facessero: trasformare il caso Gregoretti nell’ennesima puntata del regolamento di conti con Matteo Salvini, continuando a giocare la partita più sul piano comunicativo che politico. Parole, posizioni e finanche tempistiche hanno seguito in questi giorni un preciso schema, con i partiti che hanno calibrato la comunicazione intorno a quelli che ritenevano essere i “punti di forza” delle loro posizioni, omettendo il resto e glissando sulle conseguenze politiche di una scelta o dell’altra. Come conseguenza, il voto del Senato consegna Salvini al processo, ma non rappresenta affatto un segnale di discontinuità nell’approccio alla questione degli sbarchi o del salvataggio in mare dei migranti. Né assolve qualcuno da precise responsabilità politiche.

Il Senato era chiamato a decidere sulla base della legge costituzionale n.1 del 1989, che determina con precisione le uniche circostanze sulla base delle quali si possa negare l’autorizzazione a procedere chiesta dal Tribunale dei ministri. Nel caso di specie, i senatori avrebbero dovuto stabilire se l’allora ministro dell’Interno avesse agito “per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”. Non toccava (e come avrebbe potuto, del resto) al Senato stabilire se Salvini fosse colpevole di sequestro di persona aggravato: lo decideranno i giudici, come in ogni sistema democratico e come per ogni cittadino. Allo stesso modo, non aveva senso agitare lo spettro di un golpe giudiziario, considerando che la richiesta dei giudici si inserisce perfettamente in un percorso disegnato dalla nostra Costituzione, senza alcuna anomalia né sostanziale né procedurale. E, infine, non poteva trovare alcun accoglimento la tesi del "precedente": perché se dal punto di vista politico i casi Diciotti e Gregoretti sono praticamente simili, non lo sono da quello "fattuale" (come hanno spiegato gli stessi giudici del Tribunale dei ministri) e "giuridico".

Nella lettura dei difensori di Matteo Salvini l’interesse costituzionalmente rilevante era costituito dalla necessità di “difendere la Patria” dall’arrivo di 131 naufraghi, fatto che avrebbe potuto determinare anche un pericolo per la sicurezza dei cittadini: l’interesse pubblico preminente, dunque, sarebbe stato quello di mantenere salda la linea sull’immigrazione dell’intero governo, spingendo gli altri partner europei a farsi carico delle persone tratte in salvo dalle navi italiane.

Su entrambe le questioni, la risposta migliore e più efficace (oltre che condivisibile, a parere di chi scrive) l’ha data Emma Bonino: Vogliamo davvero sostenere l'assurdo che la Patria italiana correva il rischio di essere invasa da una nave della Guardia costiera italiana? Io credo che siamo veramente andati al di là di ogni raziocinio. Allo stesso modo, vogliamo davvero sostenere che la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini e l'ordine pubblico fossero minacciati da qualche decina di marinai italiani e da un centinaio di naufraghi stranieri che chiedevano di sbarcare, di nessuno dei quali era stata accertata qualunque pericolosità?

Non c'era altro di cui discutere, perché tutto ruotava intorno al concedere o meno la possibilità di fare giustizia, ammesso che le "eccezioni" previste dalla Costituzione non fossero state ritenute applicabili. La sovrapposizione dei livelli, in un mare di retorica e propaganda, ha determinato invece un dibattito desolante, dominato dall'insostenibile vittimismo salviniano (il leader leghista ha citato decine di volte i figli in un paio di giorni) e dalle “dimenticanze” degli esponenti dei partiti che ora governano il Paese.

La maggioranza si è gettata a capofitto nella vicenda Gregoretti. Per le ragioni sbagliate.

I 5 Stelle hanno visto un’occasione per rifarsi una verginità sulla questione migranti, sperando di far passare in secondo piano la loro responsabilità politica sul caso Gregoretti. Assieme a Conte, i ministri 5 Stelle facevano parte del governo che ha tentato di chiudere i porti, ha respinto decine di minori in spregio alla stessa legge italiana, ha varato i due decreto sicurezza, ha avallato gli accordi con i libici. Il governo Conte, sostenuto da Lega e M5s, ha portato ai massimi livelli la criminalizzazione della solidarietà, continuando a smantellare il sistema dell’accoglienza e finanche quello del soccorso in mare aperto.

Il Partito Democratico non solo ha firmato gli accordi con la Libia, ma ha istituzionalizzato, con Marco Minniti, la campagna di criminalizzazione delle ONG e contribuito a creare un clima tossico intorno alle attività di ricerca e soccorso in mare. Una volta tornato al governo, poi, ha promesso a vuoto per settimane di cambiare / cancellare / migliorare i decreti sicurezza di Matteo Salvini. Contestualmente, sostiene un governo composto da ministri che credono alle bufale sui “taxi del mare”, che varano operazioni di semplice maquillage alla devastazione del sistema dell’accoglienza operata da Salvini e che usano gli stessi strumenti del leader leghista, magari con un “tocco di umanità” in più.

Il voto di oggi non cambia nulla. È solo esattamente ciò che è: la ratifica del fatto che non vi fosse nessuna tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo, nel bloccare per 5 giorni decine di migranti su una nave militare italiana. E la possibilità che i giudici stabiliscano se Salvini abbia o meno commesso un reato.

È, se vogliamo, il minimo sindacale. Ma per favore, risparmiateci le sciocchezze sul "segnale di discontinuità".