Rischio un processo e una condanna a 15 ANNI di carcere dopo aver bloccato, da Ministro dell'Interno, uno sbarco di immigrati da una nave. Che i Senatori decidano secondo coscienza se ho difeso l’interesse nazionale oppure no, non ho paura della sinistra e delle sue vendette. Sto studiando vita e opere di Silvio Pellico! Mi processino e mi incarcerino pure se credono, ho sempre agito a difesa del mio Paese e della sicurezza degli Italiani”. Basterebbe leggere il post con cui il leader della Lega Matteo Salvini ha annunciato la presentazione delle sue memorie difensive in Senato per rendersi conto di quanto la questione Gregoretti rischi di sfuggire di mano e di aprire scenari piuttosto preoccupanti. L’ex ministro dell’Interno sta seguendo lo stesso canovaccio comunicativo adottato per il caso Diciotti, passando dalla spavalderia (“Non ho paura del processo”), al martirio (“pronto ad andare in carcere”) e al vittimismo (la storia dei giudici che vogliono metterlo a tacere), azzerando le differenze fra livello politico e livello giudiziario. Il rimando a Silvio Pellico è piuttosto imbarazzante, lo avrà capito anche Salvini, ma ci aiuta a capire quanto spazio utile ad alimentare consenso il suo entourage veda in questo particolare caso di cronaca. Il contesto, in effetti, è piuttosto interessante e merita qualche considerazione ulteriore.

Il caso Gregoretti, di cosa stiamo parlando

Fin da subito il caso Gregoretti si è presentato come un caso Diciotti bis: una nave militare italiana cui si impediva di sbarcare 140 migranti tratti in salvo da altre imbarcazioni nel Mediterraneo. Per giorni, infatti, il Viminale non aveva autorizzato lo sbarco dei migranti, nonostante lo stesso decreto sicurezza di Matteo Salvini escludesse la possibilità di “limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” ai navigli militari o navi in servizio governativo non commerciale. La Gregoretti, imbarcazione della Guardia Costiera con un equipaggio di 31 persone, è esattamente una nave militare, con il compito di “contrastare le attività illegali e svolgere funzioni di vigilanza sull’attività di pesca” e la possibilità di “svolgere attività di comando e controllo, ricerca e soccorso (SAR), polizia marittima, controllo dei flussi migratori”.  Anche al di là delle (allora nuove) norme del decreto sicurezza, era apparso chiaro fin da subito come una condotta di quel tipo da parte del Viminale prestasse il fianco a una nuova azione giudiziaria, proprio sul precedente del caso Diciotti. E in effetti, al termine di un complesso iter procedurale (che aveva visto anche il rigetto della richiesta di archiviazione formulata dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro), il Tribunale dei ministri di Catania avrebbe poi chiesto al Senato l’autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Matteo Salvini per l’accusa di sequestro di persona aggravato.

La difesa di Matteo Salvini sul caso Gregoretti

Carmelo Lopapa su Repubblica ha anticipato i punti salienti della memoria difensiva che il leader leghista ha intenzione di presentare alla Giunta per le immunità del Senato, che si esprimerà in prima battuta sulla richiesta dei giudici del Tribunale dei ministri:

Punto primo. Nessun atto è stato compiuto da Matteo Salvini in quei cinque drammatici giorni di luglio per trarre vantaggio o lucrare politicamente dalla vicenda dei 131 immigrati a bordo del pattugliatore della Guardia Costiera Gregoretti. Tutte le decisioni sono state adottate nella sua qualità e nei suoi poteri di ministro dell'Interno. Punto secondo. Delle sue determinazioni in tal senso sono stati sempre tenuti al corrente il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i ministri competenti. A conferma, ed è il terzo punto, ci sarebbe il fatto che pur essendo di dominio pubblico lo stallo della nave al largo di Catania e poi di Augusta, non è giunto alcun ordine in direzione opposta da parte di Palazzo Chigi. Infine ci sarebbe il precedente del caso Diciotti, che ha portato alla respinta della richiesta di processo per una vicenda analoga.

In sostanza, Salvini intende replicare l’impianto difensivo del caso Diciotti: scelte compiute nell’interesse nazionale, con ampia collegialità e sollevando la questione delle prerogative della politica.

Come andò a finire col caso Diciotti

Il precedente del caso Diciotti è un punto a favore della linea difensiva di Matteo Salvini, un gentile omaggio del Movimento 5 Stelle, allora alleato disposto a rinunciare a uno dei principi cardine della sua storia pur di non aprire la crisi di governo. Anche in quell’occasione, dopo aver spavaldamente dichiarato di non temere nulla e nessuno, Salvini si era reso protagonista di un clamoroso voltafaccia, inviando una lettera al Corriere della Sera senza nemmeno avvertire il Presidente del Consiglio Conte e il suo vice Luigi Di Maio. Il leader leghista aveva spiegato come non si trattasse “di un potenziale reato commesso da privato cittadino o da leader di partito”, ma di una “decisione che non sarebbe stata possibile se non avessi rivestito il ruolo di responsabile del Viminale”, dunque trovava applicazione la speciale procedura di cui all’art. 96 della Costituzione (“Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”). Nella considerazione ulteriore di aver agito in nome di un “preminente interesse pubblico”, in ossequio alle disposizioni dell’articolo 10 del Testo Unico sull’immigrazione, Salvini chiedeva così ai senatori di bloccare il processo, sancendo che lo stop allo sbarco dei migranti da una nave militare italiana fosse un atto politico (dunque insindacabile) e non un atto amministrativo.

I Cinque Stelle non solo si erano piegati a tale richiesta (che costituisce un vero precedente), ma avevano fatto anche di più: Conte, Di Maio e Toninelli si erano autoaccusati, rivendicando la paternità delle scelte e schierandosi senza se e senza ma dalla parte dell’allora ministro dell’Interno. Il voto del Senato fece il resto, come spiegammo qui:

Siamo al punto in cui l’arrivo di qualche centinaio di disperati sulle nostre coste è percepito come un attacco alla patria da cui occorre “difendersi”. E a dirlo non sono i fanboy o gli elettori, ma i senatori italiani, come testimonia il surreale dibattito di oggi, i cui si dava per scontato che fosse una opzione "politica" tenere 177 persone bloccate su una nave militare italiana. È l’elemento che completa un processo avviato da tempo, con “la colpevolizzazione di chi salva vite in mare e la rivendicazione degli accordi con chi quelle vite le ha messe e mette costantemente in pericolo”.

Bloccare 177 persone a bordo di una nave militare diventò un atto politico, dunque insindacabile, secondo i parlamentari italiani.

Come finirà adesso, dunque?

Sul piano numerico sembrano non esserci dubbi: salvo sorprese Matteo Salvini non ha i numeri per ottenere un voto a lui favorevole nell’Aula del Senato e in Giunta. Politicamente, però, la questione è molto più complessa. Salvini punta a dimostrare che Conte e gli altri ministri 5 Stelle fossero al corrente di ogni passaggio e dunque avessero dato un appoggio implicito ed esplicito alle due decisioni. In tal caso, il voto del Senato rischierebbe di essere anche un voto “su Conte e i 5 Stelle”, con implicazioni piuttosto importanti.

Non aiuta in tal senso l’approccio del Presidente del Consiglio, apparso molto in difficoltà quando si è trattato di spiegare che ruolo avesse avuto nella vicenda:

“Ho fatto già una verifica, per quanto riguarda i messaggi anche sul cellulare, sto facendo fare una verifica per quanto riguarda le mail, sicuramente dal primo riscontro c'è stato un coinvolgimento della presidenza, come è sempre avvenuto, per la ricollocazione. In questo momento non ho avuto ancora riscontri sul mio coinvolgimento per quanto riguarda invece lo sbarco, però non ho ancora sciolto la riserva, voglio completare tutte le verifiche. Se troverò un frammento di coinvolgimento sarò il primo a dirlo, perché è giusto che sia così, però permettetemi di completare l'istruttoria”.

Tradotto, Conte non sa se ha deciso lui, se ha avallato la decisione di Salvini o se non ne sapeva niente. Piuttosto debole come linea, tanto da costringere anche Di Maio alla massima prudenza. Certo, sul punto specifico almeno Trenta e Toninelli possono rivendicare di aver agito diversamente dal caso Diciotti, ma si tratta di distinguo “formali” non “politici”, visto che nei giorni del caso Gregoretti non si ricordano epocali e furibonde liti per permettere ai migranti di sbarcare. Anche per questo non è scontato l'esito del voto del 20 gennaio, tanto che non è possibile escludere che i soliti franchi tiratori tolgano d'impaccio la maggioranza e facciano l'ennesimo favore al leader leghista.

La questione resta ancora una volta legata più alle dinamiche interne alla politica che ai fatti in sé, evidentemente. Salvare da un processo o mandare a processo un ex ministro dell'Interno in nessun caso dovrebbero essere atti di resistenza o di speculazione politica, ma esercizio di una prerogativa garantita ai parlamentari italiani dalle norme in vigore.