“Botte, umiliazioni e molestie: così Israele ci ha imprigionati”: parla l’attivista della Flotilla

"Il tema che vi voglio porre è questo: io ho ricevuto tantissima attenzione, insieme ai miei compagni, per quello che ci è successo, cosa che ai palestinesi non accade. Chiediamoci perché". Queste sono le parole con cui Martina Comparelli, attivista della Global Sumud Flotilla, chiude la sua testimonianza a Fanpage.it sulle torture e gli abusi messi in atto da parte dei militari israeliani durante l’abbordaggio di una delle navi della spedizione.
Il 14 maggio la spedizione, composta da circa cinquanta imbarcazioni, era salpata ancora una volta dal porto di Marmaris, in Turchia, con l’obiettivo di raggiungere la Striscia di Gaza e rompere il blocco navale imposto illegalmente da Israele. A bordo delle imbarcazioni si trovavano circa 500 attivisti e attiviste provenienti da più di 40 Paesi, inclusa l’Italia.
La "nave-lager" e le torture
"Siamo state portate in quella che secondo me può essere definita una nave-lager, perché la prima cosa che succede è che vieni spogliata di tutti i tuoi averi, ti viene preso il passaporto e diventi un numero su un braccialetto", continua Comparelli nella sua testimonianza, ripercorrendo una dopo l’altra le torture subite in quei momenti. "Per entrare passavi attraverso un container scuro in cui qualcuno, senza mostrarsi in volto, ti picchiava. La prima cosa che sentivi entrando nella nave-prigione erano le urla dei compagni, accompagnate dai rumori delle botte e dei taser".
Il reato di tortura è entrato a far parte dell’ordinamento italiano nel 2017 e riguarda quei momenti in cui chi esercita potere su una persona decide di usarlo per calpestarne la dignità: ciò che, secondo le testimonianze raccolte, sarebbe accaduto agli attivisti della Flotilla abbordati in quei giorni dai militari israeliani. Nel diritto israeliano non esiste una legge che definisca esplicitamente la tortura come reato specifico. I legali di Sumud Italia hanno già raccolto le testimonianze delle vittime per presentare un esposto che si aggiungerà a quello depositato dopo il primo abbordaggio israeliano del 29 aprile, su cui la Procura di Roma sta indagando.
"Dal porto di Isdud, uno dei villaggi distrutti dal regime israeliano durante la Nakba, siamo state trasportate nel carcere di Ketziot dove, dopo una notte di molestie, botte e umiliazioni, siamo state espulse passando dalla Turchia". Con ricordi che rimarranno per sempre nei loro corpi e nelle loro menti, Martina Comparelli e gli altri compagni abbordati hanno lasciato Israele per fare ritorno nei propri Paesi.
"Il governo Meloni non vuole davvero rompere con Israele"
"Il fatto che il nostro governo e le nostre alte cariche si siano lanciate a criticare Ben-Gvir ci fa capire che c’è l’interesse a non rompere con Israele", continua Comparelli parlando del rimbombo mediatico che hanno avuto le notizie che l'hanno coinvolta in quei giorni. "Se davvero si condanna quello che è successo, bisogna dimostrarlo con i fatti, a livello istituzionale ed economico, e non solamente con parole di condanna rivolte a un ministro che può essere cambiato, perché il sionismo è un sistema e si esprime anche in questi modi". La premier Giorgia Meloni ha chiesto le scuse ufficiali di Tel Aviv dopo la diffusione del video in cui il ministro israeliano Ben-Gvir deride gli attivisti e si complimenta con la polizia per averli ammanettati con il volto a terra.
"Adesso sono tornata, sono andata in ospedale a farmi vedere, cosa che un palestinese non può fare. Rivedrò la mia famiglia, cosa che spesso un palestinese non può fare. Tornerò a casa mia, cosa che molti palestinesi non possono fare perché le loro case vengono distrutte o rubate, a seconda che si trovino a Gaza o in Cisgiordania", conclude Comparelli.