L’Italia che si lascia alle spalle il 2020 è un Paese profondamente ferito, colpito in modo durissimo dalla seconda ondata della pandemia ed esposto in modo sensibile anche alla terza ondata. Partire dai dati è fondamentale per capire di cosa stiamo parlando e per contestualizzare considerazioni di tipo politico – ideologico, che pure restano fondamentali per inquadrare il fenomeno che stiamo vivendo. Nel momento in cui scriviamo, il nostro Paese ha circa 73mila morti ufficiali da Covid-19, quelle reali sono diverse decine di migliaia in più (i dati ISTAT sulla mortalità in eccesso restituiscono un quadro ancora peggiore), cifra che ci colloca al quarto posto al mondo: peggio solo USA (circa 340mila), Brasile (190mila), India (160mila) e Messico (130mila). Si tratta però di nazioni molto più popolose della nostra, che resta al primo posto al mondo per mortalità ogni 100mila abitanti tra quelle più colpite dalla Covid-19.

Il grafico della John Hopkins University rende bene l'idea:

Ci si è a lungo interrogati sul perché di questi dati, senza che si riuscisse a giungere a una risposta esaustiva. Sostanzialmente, dopo mesi e mesi di discussioni, è possibile soltanto rendere conto di alcune ipotesi e spiegazioni complesse, che tengono dentro un'insieme di fattori.

La pandemia ha messo a nudo i limiti del sistema sanitario italiano, il peso di anni di tagli e di mancati investimenti, l'impreparazione delle Regioni e la farraginosità della co-gestione con lo Stato, la carenza di posti letto e terapie intensive in alcune zone del Paese, l'inconsistenza dei protocolli di sicurezza nelle Rsa, la problematicità dei modelli incentrati sugli ospedali tipici di alcune zone del Nord, i limiti della medicina territoriale, l’arretratezza tecnologica del mondo del lavoro, l’assoluta inadeguatezza dei comparti scolastici e universitari nell’affrontare una sfida di questa portata. Di fronte a una crisi senza precedenti non siamo solo stati colti di sorpresa, siamo stati incapaci di difenderci e di organizzare le nostre vite in modo diverso, come mostra il fallimentare e pericoloso tentativo di gestire il rientro degli studenti a scuola da settembre in poi.

Un fallimento di sistema

Tomas Pueyo spiega con la solita chiarezza una delle caratteristiche basilari della pandemia da coronavirus: “Do, or do not. There is no try. With Coronavirus, you can't just have a few cases. You either have close to 0, or you have a lot. A very small change in infectiousness (here, R=1.1   R=1.4) grows the infected population from 2% to 50% within 1 year”. Nell’impossibilità di portare a zero l’indice di contagio, abbiamo imparato nel corso dei mesi che ciò che realisticamente possiamo fare è tenere sotto controllo la curva epidemica, in modo da impedire il sovraccarico dei servizi ospedalieri e assistenziali, riducendo così il numero di decessi e garantendo cure ottimali ai malati. Contenere la diffusione del virus attraverso la limitazione degli spostamenti, della circolazione e dei contatti sociali è la sola arma che abbiamo avuto a disposizione per mesi (prima del vaccino, almeno), e in definitiva l’unica risposta seria al coronavirus che le autorità possono e devono mettere in campo. Ne abbiamo parlato a lungo: non si può scommettere contro una curva esponenziale, perché per quanto il sistema sanitario possa lavorare al massimo, per quanto si possano ampliare le terapie intensive, raddoppiare i posti letto e trovare migliori protocolli di gestione dei pazienti, non possiamo evitare il collasso del sistema sanitario se non abbattiamo il numero dei contagi, non rintracciamo velocemente e poi isoliamo i casi riducendo la trasmissione del virus. Figurarsi se non siamo in grado di fare né l'una né l'altra cosa.

L’Italia ha fallito miseramente nella gestione della seconda ondata e sarebbe ora di ammetterlo senza rifugiarsi in inutili supercazzole o giocarsi la carta “è andata così ovunque”. Lo dicono i numeri, lo dice la cronaca di quei giorni di ottobre in cui analisti ed esperti avvertivano del disastro incombente, ora lo dice anche il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. In tal senso, c’è un passaggio particolarmente illuminante della sua conferenza stampa di fine anno. La questione posta dal collega Marco Billeci era piuttosto semplice: se il governo continua a ritenere efficace il sistema di monitoraggio dell’ISS (che poi determina anche la divisione in zone gialle, arancioni e rosse, tra l’altro confermata per i prossimi mesi), allora come spiega il ritardo nell’adozione dei provvedimenti consequenziali? Come spiega che, malgrado le allerte di fine settembre – inizio ottobre e l’aggiornamento del sistema di monitoraggio del 12 ottobre, il governo abbia impiegato oltre 20 giorni per mettere in campo restrizioni un minimo stringenti, limitandosi (è il caso del DPCM illustrato il 18 ottobre) a fare appello al senso di responsabilità degli italiani o a impostare provvedimenti che hanno avuto un impatto marginalissimo sulla curva epidemia?

La risposta di Conte, come detto, è illuminante. Il Presidente del Consiglio, dopo aver giustamente premesso che si tratta di questioni complesse da affrontare con grande cautela e tenendo conto di fattori diversi, spiega che “avrebbe voluto farlo prima”, ma il governo ha dovuto confrontarsi con soggetti diversi, o che hanno titolarità nella gestione territoriale (le Regioni, appunto competenti in materia sanitaria), o che rappresentano interessi fondamentali per la nostra economia. I ritardi e gli errori sono frutto di un sistema confuso e confusionario, in cui la mediazione al ribasso e il compromesso a ogni costo sono la prassi cui devono conformarsi anche le evidenze scientifiche. Attenzione, perché non è un semplice scaricabarile quanto piuttosto un’ammissione di colpa: abbiamo sbagliato, ma non potevamo fare altrimenti. Perché questa è l'Italia.

È il punto centrale: il sistema Italia non è attrezzato per reggere sfide di questa portata. Abbiamo fatto il possibile, mettendo pezze e coprendo limiti decennali, ma non c’è nessun miracolo, men che meno un “modello Italia” cui gli altri Stati dovrebbero conformarsi. Di come molte Regioni siano andate per conto loro, facendo disastri o capolavori (ma questo conta poco), si è scritto molto in questi mesi, del resto si tratta di fatti incontrovertibili che pesano ancora sullo sforzo che tanti comparti stanno facendo in questi mesi (non solo operatori sanitari, ma anche sistemi produttivi, logistici, eccetera). Meno si è parlato della pressoché totale irrilevanza del mondo universitario italiano nella sfida globale del vaccino e delle cure della Covid-19, ma è un fatto anche questo, che dovrebbe indurci a riflettere su cosa si è costruito in questi decenni di affossamento dell’istruzione e di deprezzamento delle competenze. Ancora meno si è scritto, ma temo se ne parlerà molto di qui a marzo, sulla scelleratezza dei piani fondati sulla ricerca di un equilibrio della bilancia “salute – economia”, che non solo ci è costata migliaia di morti, ma non ha in alcun modo messo in sicurezza il sistema economico nazionale (e come avrebbe potuto, del resto?). Poco o nulla si è parlato del modo in cui la Covid-19 abbia aumentato le disuguaglianze e reso ancor più evidente il peso della componente economica nell'accesso alle cure. Chi più ha, più ha possibilità di salvarsi: questo ci hanno detto, o meglio ripetuto, più di dieci mesi di pandemia; non è solo l'Italia il problema, lo sappiamo bene, ma il modello di società che si è determinato e che abbiamo contribuito a determinare.

Avere consapevolezza di cosa è stato questo 2020 è il solo modo per affrontare i mesi che verranno e che saranno durissimi. Aumenteranno contagi e morti, ci sentiremo impotenti e disillusi dopo l'entusiasmo di questi giorni per il vaccino, il cui impatto concreto richiede tempo e pazienza. Come comunità, però, dovremo trovare la forza per ripensare noi stessi e il nostro ruolo all'interno della società, mostrandoci responsabili e lucidi anche oltre i bug di sistema. Le due sfide che ci attendono, la gestione del NextGenUe e la campagna vaccinale, sono enormi e decisive, perché diranno molto di cosa questo Paese è e cosa può diventare in futuro. Che avvengano sotto l'ombrello della UE, che davvero può uscire dalla crisi come "comunità", è certo un sollievo, ma toccherà a noi, a ognuno di noi, contribuire con l'esempio, la responsabilità, la lucidità e l'inflessibilità nel valutare le scelte e le decisioni dei nostri rappresentanti. Auguri a tutti noi, ne abbiamo davvero bisogno perché la strada è lunga e la sfida enorme.