La vicenda del bus dirottato a San Donato Milanese da Ousseynou Sy, cittadino italiano di origine senegalese, ha portato al centro dell’attenzione anche il tema della revoca della cittadinanza. È stato, tra gli altri, il ministro dell’Interno Matteo Salvini a proporre di revocare la cittadinanza al dirottatore del bus con a bordo decine di bambini. Ma si tratta di un’operazione molto complicata, che rischia di essere persino incostituzionale. Come spiega a Fanpage.it il costituzionalista Antonello Ciervo, ricordando che il decreto sicurezza potrebbe prevedere questa possibilità di revoca, ma che si tratta di un “istituto palesemente incostituzionale e in contrasto con i principi generali dell’ordinamento”.

La revoca della cittadinanza è possibile sulla base di quanto stabilito dall’articolo 14 del decreto sicurezza fortemente voluto proprio da Salvini. Ma proprio quell’articolo, a giudizio di molti, rischia di essere ritenuto incostituzionale. Come ricorda Ciervo, in realtà l’istituto della revoca della cittadinanza esisteva già ma solo “a particolari condizioni”. La novità principale è che viene ora prevista “l’automatica revoca della cittadinanza” in caso della commissione di alcuni reati, ma solo per chi la cittadinanza l’ha acquisita iure soli. Non incorre nello stesso rischio chi invece la cittadinanza la acquisisce per nascita, essendo figlio di genitori italiani.

Il decreto sicurezza prevede la revoca della cittadinanza in caso di “sentenze in giudicato su determinati reati, tra cui anche alcuni politici o terroristici”. Quindi, nel caso del dirottatore del bus, “se si dovesse accertare l’aggravante terroristica effettivamente dopo la sentenza in via definitiva si aggiungerebbe la revoca della cittadinanza”. Il che, comunque, vorrebbe dire aspettare i tre gradi di giudizio e poi, entro tre anni dalla sentenza, il provvedimento deve essere adottato “con decreto del presidente della Repubblica su proposta del ministro dell’Interno”. Nulla di immediato dunque.

Ma c’è poi un’altra questione: la norma introdotta dall’articolo 14 del decreto sicurezza rischia di essere incostituzionale. Ciervo spiega che uno dei punti critici è l’automaticità della revoca: “Già questo potrebbe essere sanzionatorio”. Altro problema: in caso di revoca della cittadinanza, la persona diventerebbe apolide, ma l’Italia ha sottoscritto “trattati contro l’apolidia”. Ancora, ricorda il costituzionalista, la sanzione accessoria della revoca sarebbe “in contrasto con il principio della rieducazione della pena, mentre qui stiamo sottraendo la persona alla società”.

Altro profilo che lascia perplesso Ciervo riguarda il fatto che il decreto deve essere adottato dal capo dello Stato: “Se un avvocato volesse impugnare questa decisione, dovrebbe andare in giudizio contro il presidente della Repubblica che gode delle immunità per magari chiedere il risarcimento di un danno?”. Infine, c’è il punto più critico, quello che potrebbe rendere incostituzionale questa norma: la revoca “vale solo per chi ha acquisito la cittadinanza” e non per chi ce l’ha dalla nascita. L’esempio del costituzionalista è il caso di Luca Traini, l’assalitore di Macerata che ha sparato contro alcuni migranti: “Se la stessa cosa accadesse a lui e se gli fosse riconosciuta l’aggravante terroristica, a lui non verrebbe tolta la cittadinanza. Praticamente stiamo dicendo che esistono cittadini di serie A e di serie B”. Ci sarebbe quindi “una violazione del principio di uguaglianza”.

La palese violazione dell’uguaglianza definita da Ciervo è quindi in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione. Ma anche con l’articolo 22, secondo cui “a nessuno si può togliere la cittadinanza per motivi politici, per quanto sia vero che il terrorismo non è un motivo politico in senso stretto”. Ciervo ricorda un altro caso riguardante la revoca della cittadinanza che coinvolge la Francia: “Quando ci fu l’attentato del Bataclan, con una situazione non comparabile a questa e molto più emergenziale, il presidente della Repubblica francese si posa il problema di revocare o meno la cittadinanza francese a francesi di seconda generazione. Ritenne di non doverlo fare per un principio di civiltà giuridica”.