La Lega va alla guerra sulla cosiddetta cannabis light. Dopo le parole del ministro Fontana, che sostanzialmente incitavano il governo ad adottare la linea della tolleranza zero, arrivano i primi atti concreti, per ora sotto forma di circolare del ministero dell’Interno. L’obiettivo, come spiega il sito DolceVitaOnline (che ha diffuso una circolare che risale al 31 luglio), è la cosiddetta cannabis light, che in qualche modo rientra nella regolamentazione disposta dalla legge numero 242 del 2016 (per quanto concerne la “produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi”). Come noto, c’è grande incertezza sulla commercializzazione dei prodotti a base di cannabis light (tecnicamente quella che contiene una percentuale di THC inferiore allo 0,5%), tanto più dopo il parere del Consiglio Superiore della Sanità e dopo le ultime circolari applicative dei ministeri della Giustizia e della Sanità. Da tempo, infatti, le associazioni di settore e i produttori chiedono un tavolo di confronto, anche in considerazione dell'espansione del mercato in questi ultimi mesi.

La circolare di Salvini interviene dunque in un contesto di grande confusione, per indicare alle forze di polizia come comportarsi nei confronti dei commercianti che vendono cannabis light e per chiarire qual è l’orientamento del Governo relativamente alle eventuali violazioni della legge n. 242, norma che, assieme alle circolari emanate dai governi Gentiloni e Conte, autorizza e disciplina la commercializzazione e la produzione di prodotti che contengono concentrazioni di THC inferiori allo 0,2% (prevedendo che non vi siano responsabilità per gli agricoltori che ottenessero un prodotto fino alla percentuale dello 0,6% di THC).

In Italia è autorizzata la coltivazione di alcune varietà di canapa (quelle certificate con contenuto di THC massimo dello 0,2%), in modo da permettere l’uso industriale delle biomasse, ma anche la vendita al dettaglio e all’ingrosso di manufatti a scopo ornamentale e, infine, la diffusione di prodotti a scopo alimentare, come semi e altre “componenti vegetali” che rispettino i regolamenti di settore. Non è consentito né riprodurre o coltivare piante derivanti da incroci, né importarne da altri Paesi. Un passaggio particolarmente delicato è quello delle infiorescenze, il cui uso è stato disciplinato da una circolare di maggio: “Pur non essendo citate espressamente dalla legge n. 242 del 2016 né tra le finalità della coltura né tra i suoi possibili usi, rientrano nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo, purché tali prodotti derivino da una delle varietà ammesse, iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, il cui contenuto complessivo di THC della coltivazione non superi i livelli stabiliti dalla normativa, e sempre che il prodotto non contenga sostanze dichiarate dannose per la salute dalle Istituzioni competenti”. Le infiorescenze, senza girarci intorno, sono utilizzate (quasi) esclusivamente a scopo ricreativo, ovvero sono l'elemento che viene consumato dai fumatori di cannabis light. Una risposta chiara ed esplicita sul loro utilizzo non c'è e l'intervento del ministero "approfitta" proprio di questo vuoto normativo.

La circolare (che non ha valore di legge, giova ricordarlo) è importante perché, nel momento in cui appare più urgente la necessità di una regolamentazione precisa e completa della cannabis light (non solo per quanto concerne le infiorescenze, ma anche per le specifiche produttive e di vendita), il ministero dell'Interno chiede alla polizia di ampliare gli interventi repressivi e gli accertamenti su rivenditori. Una forma di pressione indiretta nei confronti anche dei colleghi dell'esecutivo (in particolare il ministro della Salute Grillo, già protagonista di uno scontro col leghista Fontana, e il ministro della Giustizia Bonafede, i cui collaboratori hanno recentemente incontrato le associazioni di settore), nelle more di indicazioni chiare sulla guida del Dipartimento per le politiche antidroga. Che la ratio sia stata questa è confermato proprio dal fatto che, solo pochi giorni prima della stesura della circolare, Fontana aveva manifestato in Commissione Affari Sociali della Camera la volontà di fare chiarezza sui "cannabis shop", ribadendo il concetto di tolleranza zero anche sulle droghe leggere.

Prima di tutto, Salvini cita alcuni interventi delle forze dell’ordine su consumatori e negozianti. Come vi avevamo raccontato qualche mese fa, alcune azioni delle Questure erano apparse arbitrarie e contraddittorie, con dei veri e propri "casi", come questo. La circolare non fa eccezione, tanto che, cosa singolare, notata dall’avvocato Zaina su Facebook, è che “in tutti i casi citati (fatta eccezione per la questione di Macerata per la sola parte del sequestro del GIP e non per quella dei sequestri di iniziativa della p.g.) l'autorità giudiziaria ha annullato i sequestri per illegittimità, oppure i procedimenti sono stati archiviati con restituzione dei prodotti agli aventi diritto”. Nel testo si stabilisce poi (dando una interpretazione della norma in vigore) che “la legge non prevede la vendita delle infiorescenze per consumo personale attraverso il fumo o altra modalità di assunzione”, ribadendo alle forze di polizia la necessità di intervenire poiché non esiste “la possibilità di utilizzare le infiorescenze (della cannabis light, ndr) in funzione surrogatoria della cannabis stupefacente”.

Il passaggio cruciale è però quello successivo, in cui Salvini asserisce che “l’esimente prevista per il coltivatore non è estendibile al venditore delle infiorescenze”. In altre parole, come spiega La Stampa, “non sarà più tollerata nessuna zona grigia: se la canapa non rispetta il limite dello 0,2 per cento di Thc oppure non rientra nelle 64 varietà definite «industriali» dal Catalogo europeo, va trattata come una sostanza stupefacente”. La tolleranza garantita agli agricoltori (tra 0,2 e 0,6%, appunto), non può essere estesa ai rivenditori, perché, spiega la circolare “le piante, ma soprattutto le infiorescenze, possono rientrare nella nozione di sostanze stupefacenti anche se il tenore di Thc oscilla nell’intervallo stabilito”.  Cosa significa? Significa che il negoziante che venda infiorescenze con concentrazioni di principio attivo fra 0,2% e 0,6% (e non solo > 0,5%, quota oltre la quale la polizia è autorizzata a parlare di “sostanza stupefacente”) non potrà avvalersi di “tutela giuridica e presupposto di legalità”.

Quindi, “la cessione o la semplice presenza all’interno degli esercizi commerciali di prodotti (infiorescenze, concentrati, essenze o resine) o piante” con le dette concentrazioni di THC, potrebbe portare ad accuse per detenzione e spaccio disciplinate appunto dal Testo Unico delle leggi in materia di sostanze stupefacenti. La circolare ribadisce questo passaggio anche in chiusura, dopo aver invitato le forze di polizia a procedere a sequestri in presenza di confezioni anonime o danneggiate, infiorescenze sfuse, olio ed altri estratti oleosi: “Qualora venga in evidenza la cessione delle infiorescenze separate dalla pianta in ragione della sola presenza del THC (in contesti diversi da quelli direttamente menzionati dalla legge 242, ndr), tale condotta dovrebbe essere valutata dalle norme del Testo Unico in materia di sostanza stupefacenti e rientrare nel perimetro sanzionatorio della normativa antidroga”.

Come spiega Haze, che ha intervistato l’avvocato Zaina, "le conseguenze per i negozianti che si troveranno a non rispettare le misure incluse all’interno della circolare sono decisamente pesanti: denuncia a piede libero per il titolare del negozio, sequestro dei prodotti e segnalazione al Prefetto dei consumatori". Certo, finora i Tribunali hanno sempre dato ragione a commercianti e coltivatori in materia di convalida dei sequestri fatti dalle forze dell'ordine. Ma questo magari non ditelo a Salvini e Fontana…