Mi riconosco nella formula della ‘tolleranza zero’. E non liberalizzerò la cannabis. Penso ai genitori: non credo vorrebbero che i loro figli fumino”. Con queste parole, affidate a La Stampa, il ministro della Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, annuncia la presentazione di un decreto (che nelle prossime settimane sarà sottoposto all’attenzione del Consiglio dei ministri) e anticipa la notizia dell’ottenimento della delega per la lotta alle tossicodipendenze, che teoricamente spetterebbe al ministro della Salute, la grillina Giulia Grillo, ma che di solito viene affidata a un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Manca ancora l’ufficialità, ma si tratterebbe di una scelta chiara, considerando la distanza fra la posizione di Fontana e quella di Grillo, che pochi giorni, per esempio, fa aveva criticato il no del Consiglio Superiore della Sanità alla cannabis light e che ha da sempre vedute “più aperte” del collega leghista.

Nel caso in cui toccasse a Fontana, dunque, bisognerebbe attendersi una nuova puntata della war on drugs in salsa italiana: “Potenzieremo a tutti i livelli l’azione delle forze dell’ordine, dal contrasto allo spaccio alla guerra al traffico internazionale […] Avremo massima attenzione alla droghe ‘fatte in casa’, quelle che chiunque può prodursi in cucina seguendo le istruzioni su Internet”. Fontana è contrario anche alla legalizzazione della cannabis, su cui ci sono diverse proposte in Parlamento e nella scorsa legislatura c’era stato un lungo lavoro di sintesi dell’intergruppo parlamentare (cui avevano preso parte anche 12 parlamentari del MoVimento 5 Stelle).

Il ministro cita “qualche politica antidroga che ha avuto successo all’estero”, anche se non specifica a cosa si riferisce. E, in effetti, come vi abbiamo spiegato in questa scheda, l’approccio della war on drugs è stato criticato in tutto il mondo e appare piuttosto anacronistico proprio se si considerano “le tendenze legislative in atto negli Stati Uniti d’America, in molti Paesi del Centro e Sud America, nonché con le riflessioni in numerosi Paesi europei”.

Le politiche di contrasto attuate in Italia, per il tramite di un impianto normativo fortemente repressivo e illiberale (la Fini – Giovanardi e non solo), hanno prodotto disastri e non hanno inciso sul consumo complessivo, finendo per alimentare gli affari delle organizzazioni criminali. Lo spiegava bene Manconi nel presentare la proposta di legge per la legalizzazione della cannabis: “Questa mastodontica attività di contrasto non ha portato significativi risultati sotto il profilo della riduzione dei consumi di sostanze stupefacenti, soggetti, al più, a fluttuazioni di carattere macro-geografico, generazionale o culturale; né sono percepibili variazioni significative nel flusso di denaro di cui si appropriano annualmente diversi sodalizi criminali, variamente stimato, ma quasi mai inferiore ai 60 miliardi di euro”.

Che il proibizionismo abbia fatto danni enormi, del resto, appare acclarato. La stessa Direzione nazionale antimafia ha certificato il fallimento della war on drugs in Italia, ma questo non ditelo a Fontana. E, non ditegli nemmeno che nel contratto di governo non c’è nulla di ciò che ha annunciato.