Novanta giorni per arrivare al governo, dopo le elezioni. Novanta giorni di giravolte, arrampicanti dialettici in cui tutto è stato il contrario di tutto e poi di nuovo il contrario ancora, fingendo il filo logico di poteri forti che dovrebbero essere talmente evoluti da avere (anche loro) desideri configgenti e talmente forti da essere stati confitti spostando Savona da un ministero all'altro. Novanta giorni in cui l'obiettivo è stato sempre il potere: lo chiamano possibilità di mettersi alla prova al governo ma anche Andreotti ci deliziava con sinonimi potabili e quasi appetitosi, anche Renzi (vi ricordate?) aveva raccontato la storiella del "potere" che per lui era «un verbo e non un sostantivo». Del resto, se ci pensate, questi novanta giorni di alambicchi, trattative parallele, narrazioni strumentali e pentimenti di convenienza in Italia è andata in onda la versione digitale (eppure vecchissima) della DC, dei suoi due forni (appunto), dei valori da ammainare quando serve. Il governo del cambiamento nasce con le stigmate della prima Repubblica e ci racconta che sono le ferite dei nemici del popolo.

Eppure hanno da stare molto accorti, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ad avere giocato così tanto, così urlando e così tanto a lungo con il fuoco: a forza di chiamare vigliaccheria la difficoltà degli altri di fare le riforme rischieranno di essere codardi dopo poche settimane; a forza di giocare con i buonisti rischiano facile di diventare rammolliti dal potere o (peggio, per noi) incostituzionali (avrei scritto inumani ma non è un confine che potrebbe fermarli); a forza di mostrare semplice governare un Paese (basta l'onestà il buon senso, dicono loro) rischiano presto di essere incapaci; a forza di ripeterci che sarebbe bastata un po' di buona volontà finiranno pusillanimi se falliranno. Ma soprattutto traditori: se Mattarella è un nemico, l'Europa è un nemico, il PD è un nemico, i mercati finanziari sono nemici d'altro canto Salvini e Di Maio sono dei loro e quindi sarebbero traditori. Se finirà male si faranno male, insomma.

Ci sono due vie d'uscita che i democristianissimi Salvini e Di Maio possono permettersi di cominciare fin da subito a valutare. Due soltanto. Continuare a sperare che l'ipocrisia continui a non essere colta (ne scrive Adriano Biondi proprio qui) cadendo nell'errore di ritenere inesauribile il credito di fiducia e speranza nei loro confronti (hanno sbagliato in molti, prima di loro) e illudendosi che le proprie smentiti continuino a funzionare senza dubbi oppure inventarsi un potere forte, un altro, il prima possibile. Ma subito. E inventarsi un potere forte mentre ci si ritrova al governo del Paese non è roba semplice (l'errore dei loro predecessori è stato quello di indicare il popolo, tanto per dirne una, come potere ostile) e soprattutto ha bisogno di una narrazione che venga prima instillata a piccole dosi e poi tenuta in tasca per l'emergenza. Segnatevelo: o sarà colpa dell'altro (Di Maio che non capisce, dirà Salvini o Salvini che non vuole dirà Di Maio) oppure ci sarà presto un nemico che noi ora non abbiamo nemmeno la fortuna di immaginare che apparirà nei prossimi mesi.

Comunque vada, auguri a tutti. Ce n'è bisogno.