Riforma legge elettorale del Governo Meloni

Legge elettorale, Bonetti (Azione): “È il peggior atto di violenza maschile ai più alti livelli delle istituzioni”

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Con la cancellazione delle quote di genere tra i capilista nella nuova legge elettorale, la presenza femminile in Parlamento rischia di crollare. L’ex Ministra Elena Bonetti a Fanpage.it: “È il peggior atto di violenza maschile ai più alti livelli delle istituzioni”.
Intervista a Elena Bonetti
Deputata, presidente di Azione ed ex Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia

Con l'approvazione definitiva della nuova legge elettorale, cambia il sistema di selezione della classe dirigente e si riapre uno scontro durissimo sui diritti di rappresentanza. La riforma elimina infatti l'obbligo, previsto finora, di garantire almeno il 40% di equilibrio di genere tra i capilista, ovvero nelle posizioni blindate a elezione quasi sicura. Un passo indietro che, secondo le stime, rischia di far crollare la quota di elette ben al di sotto dell'attuale 33%. Di fronte a questa svolta, Fanpage.it ne ha parlato con Elena Bonetti, deputata, presidente di Azione ed ex Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia.

Onorevole Bonetti, partiamo dalla recente approvazione della nuova legge elettorale. Come è noto, il testo cancella l'obbligo, previsto dalla normativa precedente, di garantire almeno il 40% di rappresentanza per ciascun genere tra i capilista, che di fatto rappresentano le candidature con le maggiori probabilità di elezione. Qual è la sua valutazione politica in merito?

Semplice: la maggioranza ha fatto uno scempio, e di proposito, per dare ai partiti le mani libere per poter candidare solo uomini nelle pochi posizioni a elezione sicura, quelle cioè dei capilista. Per garantirsi poltrone certe in Parlamento, le dirigenze maschili degli alleati di Meloni le hanno chiesto e ottenuto di rimuovere il vincolo sull’equilibrio di genere che li costringeva a candidare anche delle donne tra i capilista e che in questa legislatura ha portato ad eleggere il 33% di donne. Meloni, la prima premier della storia italiana, glielo ha permesso in cambio dell’introduzione delle preferenze. Tutto questo in spregio della nostra Costituzione, che obbliga a promuovere la parità di accesso alle cariche elettive. Mai prima d’ora la nostra Repubblica aveva fatto un passo indietro simile sull’attuazione della Costituzione. Eppure, la maggioranza è riuscita anche in questo: sottomettere le donne e renderle superflue, il peggior atto di violenza maschile che si potesse immaginare ai più alti livelli delle istituzioni.

I dati evidenziano come la cancellazione del vincolo del 40% di genere tra i capilista rischi di escludere le donne dalle posizioni con maggiore probabilità di elezione. Quali strumenti legislativi o emendamenti propone per evitare che le candidate vengano relegate in posizioni di facciata nelle liste?

Io avevo presentato un emendamento molto semplice: riportare il vincolo sui capilista e portarlo al 50 per cento. Ma l’arroganza di questi uomini non accetta che, in una popolazione italiana costituita per più della metà da donne, metà dello spazio della rappresentanza politica spetti di diritto alle donne. Vogliono tutto e si sono presi tutto. Ora, purtroppo per loro, in Italia non si può legiferare contro la Costituzione: quindi, pur sconfitta, aspetto fiduciosa i passaggi successivi.

Oggi abbiamo la prima donna Premier, ma la presenza femminile in Parlamento è scesa dal 36% al 33% e rischia di calare ancora. Come spiega questo contrasto tra un successo individuale al vertice e un arretramento collettivo?

Intanto, avere una Presidente del Consiglio non compensa una minor presenza delle donne in Parlamento. Non è così che funziona la democrazia. L’Italia è un Paese in cui le donne ancora lavorano meno e guadagnano meno degli uomini, e dove c’è chi nega il femminicidio. Per questo la Costituzione ci chiede lo sforzo di promuovere l'effettiva parità.

Di fronte alle tesi secondo cui le quote di genere sarebbero superate a favore del "puro merito", la realtà dei fatti mostra che senza vincoli normativi la rappresentanza tende a contrarsi. Come risponde a questa narrazione?

Il nostro compito di politiche non è ‘farcela', dimostrando che una donna può vincere giocando alle regole imposte dagli uomini. Le 21 madri costituenti non hanno detto: ‘Ce l’abbiamo fatta, bastiamo noi'. Hanno lottato per allargare la rappresentanza delle donne in un Paese in cui, ripeto, la metà della popolazione è costituita da donne. E verso le cittadine italiane di oggi e di domani il nostro compito è fare in modo che non debbano lottare per quello che gli uomini hanno di diritto. Ecco perché oggi si è consumato uno scempio: la sfida era aumentare il numero delle donne elette, non diminuirlo o addirittura azzerarlo.

Se le stime più pessimistiche sull'effetto della nuova legge elettorale dovessero confermarsi, riducendo al minimo la presenza femminile in Parlamento o addirittura azzerandola, quale impatto concreto teme che questo possa avere sulle priorità legislative in materia di lavoro, welfare e sostegno alle famiglie?

Vada a guardare le leggi che nella nostra storia hanno fatto avanzare la condizione delle donne: vedrà che in gran parte sono state proposte da donne. E adesso immagini l'arretramento, non solo reputazionale ma anche legislativo, per una democrazia europea che decide di permettere che il suo Parlamento sia costituito da soli uomini. Era qualcosa di impensabile, ma l'hanno fatto, sfigurando il volto dell'Italia.

Esiste allora lo spazio per costruire un'alleanza trasversale tra le parlamentari di diversi gruppi politici per fare fronte comune a difesa della democrazia paritaria e impedire passi indietro sulle garanzie di rappresentanza?

È quello che abbiamo provato a fare, ma le donne di centrodestra che oggi hanno votato questa legge hanno deciso di consegnare ai maschi dei loro partiti i diritti che avevamo ereditato dalle donne che hanno lottato prima di noi. E così facendo hanno tradito le donne che verranno: perché in gioco non c'è mai solo il proprio destino, c'è anche quello di chi verrà dopo. È stato un atto vergognoso.

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