Nuova legge elettorale, cosa prevede lo Stabilicum e cosa cambia: premio di maggioranza, soglie e preferenze

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La nuova riforma elettorale del governo Meloni è legge. Dopo il via libera della Camera cambia il modo in cui verranno eletti deputati e senatori. La legge prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 42%. Dall’obbligo di indicare il candidato premier alle preferenze con i capilista bloccati, ecco come cambia il voto per le prossime politiche 2027.

Cambiare la legge elettorale significa cambiare le regole del gioco. Sono le regole con cui i nostri voti diventano seggi alla Camera e al Senato: a seconda di come le scrivi, puoi avvantaggiare una squadra e penalizzarne un'altra, ottenere maggioranze più o meno forti, più o meno stabili. E tutto questo ha un effetto sugli obiettivi politici e sui provvedimenti che ogni partito spera di portare a casa. Ieri la Camera ha approvato la legge elettorale. Questo significa che cambia il modo in cui si eleggono deputati e senatori: nel 2027 voteremo con regole diverse da quelle con cui abbiamo votato nel 2022.

Un sistema proporzionale, ma con una regola che può cambiare completamente gli equilibri in Parlamento: il premio di maggioranza: 70 seggi in più alla Camera e 35 in più al Senato alla coalizione che raggiunge il 42% dei voti. In teoria serve ad avere una maggioranza più stabile: così dice il centrodestra, che l'ha soprannominata Stabilicum. Ma probabilmente c'è dell'altro. Se Meloni vince, con il premio avrà un controllo quasi assoluto del Parlamento, e potrà neutralizzare più facilmente le opposizioni. Tra le quali, in questo momento, c'è ancora Vannacci. Ed è proprio lui, come vedremo, il vero dilemma di Meloni.

Come cambia il voto con la nuova legge elettorale: le novità dello Stabilicum

Il percorso di questa legge è stato travagliato: alla prima votazione alla Camera la maggioranza si è spaccata, e anche nei passaggi successivi ha rischiato grosso. Alle ultime politiche, nel 2022, abbiamo votato con il Rosatellum, un misto tra proporzionale, in cui i seggi si assegnano in base ai voti, e maggioritario, in cui il seggio lo vince chi prende anche un solo voto in più degli avversari.

Con questa legge il sistema diventa proporzionale: in linea di principio, più voti prendi, più seggi ottieni. Il numero di parlamentari eletti rispecchia le percentuali di voto. Per capirci, prendiamo la Camera, che ha 400 seggi. Ipotizziamo che Fratelli d'Italia prenda il 30%: sono 120 deputati. Se il Pd prende il 20%, sono 80 seggi. Se Vannacci arriva al 10%, Futuro Nazionale eleggerà 40 deputati. E così via. Lo stesso principio vale per le coalizioni, centrodestra e campo largo. E funziona così anche al Senato, dove i seggi sono 200.

Come funziona il premio di maggioranza

Macle cose cambiano sul serio per chi vince il premio di maggioranza. Serve almeno il 42% dei voti. Se il centrodestra, o il centrosinistra, raggiunge questa soglia, si aggiudica un pacchetto di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Tradotto: una maggioranza molto più larga di quella che avrebbe ottenuto con la semplice conta dei voti. Facciamo un esempio. Mettiamo che il centrodestra prenda esattamente il 42%. Con il proporzionale sarebbero 168 deputati e 84 senatori. Con il premio arriva a 238 deputati su 400 e 119 senatori su 200.

Ma c'è un tetto: per mantenere un equilibrio, la legge fissa un massimo di 220 deputati e 113 senatori. Anche così, capite bene che con il premio la fetta della torta diventa molto più grossa. Non è detto però che qualcuno lo vinca. Se nessuna coalizione arriva al 42%, i seggi si distribuiscono con il proporzionale puro, quello che abbiamo appena visto.

L'obbligo di indicare il candidato premier

Ci sono altre due grosse novità. La prima è l'obbligo di indicare il candidato premier: ogni coalizione o partito dovrà comunicare il nome della persona che intende proporre al presidente della Repubblica. Attenzione: il nome non sarà sulla scheda. Va comunicato prima, quando la coalizione deposita il programma.

Nel centrodestra non ci sono molti dubbi: sarà Giorgia Meloni. Nel campo largo la questione è un po' più complicata. Il centrosinistra non sa ancora chi sarà il suo leader, tra Conte, Schlein o un terzo nome. E nemmeno come sceglierlo, se con le primarie o con un accordo. La norma gioca proprio su questa incertezza.

Le preferenze con i capilista bloccati

La seconda novità sono le preferenze. Tuttavia, non sono proprio quelle che uno si immagina (di sicuro non quelle che Meloni ha sempre promesso) In ogni collegio la scheda avrà una lista di candidati. Il capolista è bloccato, cioè scelto dal partito. Sotto ci sono altri sei candidati: tra loro se ne possono votare tre, con una crocetta accanto al nome.

Facciamo un esempio. Nella lista ci sono Mario, il capolista bloccato, e poi Anna, Luca, Sara, Marco, Giulia e Paolo. Se la lista vince tre seggi, uno va sicuramente a Mario. Gli altri due vanno ai più votati tra Anna, Luca, Sara, Marco, Giulia e Paolo. Se invece la lista prende un solo seggio, quel seggio va al capolista. È chiaro che così, in molti collegi, alla fine gli eletti saranno quelli scelti dal partito. Per questo non sono vere preferenze: senza capilista bloccati, tutti i candidati sarebbero eletti in base ai voti presi.

Le nuove regole sulla raccolta firme

Per candidarsi, però, non basta avere una lista: bisogna anche raccogliere le firme. La riforma cambia il numero di firme per i partiti che non sono in Parlamento: si passa da 1.500 a 6mila in ogni collegio, cioè in ognuna delle aree in cui è diviso il territorio. Detta così forse non sembra chissà che. Ma mettiamo che una lista decida di presentarsi in 70 collegi. Con il Rosatellum avrebbe dovuto raccogliere circa 105mila firme. Ora ne servono almeno 420mila. È chiaro che questa norma rischia di penalizzare parecchio i nuovi partiti che vogliono partecipare alle elezioni.

L'incognita della Consulta

Questa è una delle questioni su cui potrebbe esprimersi la Corte costituzionale, bocciando la legge. Ma non è l'unica.

  • Primo: i capilista. La legge non prevede l'alternanza di genere, quindi i partiti potrebbero scegliere anche solo uomini come capilista.
  • Secondo: il premio di maggioranza. Dà una maggioranza molto più ampia a una coalizione che la maggioranza dei voti non ce l'ha: le basta il 42%. E in passato la Consulta ha già bocciato premi di maggioranza previsti da altre leggi elettorali.
  • Terzo: il nome del candidato premier. Indicarlo prima rischia di trasformare il voto in una sorta di elezione diretta del presidente del Consiglio, che la Costituzione non prevede. E di intaccare i poteri del presidente della Repubblica, che ha il compito di nominare il presidente del Consiglio dopo le elezioni.

Ci sono poi altre questioni su cui non mi soffermo, perché ci dilungheremmo troppo. Il punto è che il rischio che nei prossimi mesi la Corte bocci una parte della legge, o addirittura tutta, c'è.

Vannacci e i sondaggi

Ma forse, in questo momento, per Meloni la Consulta è l'ultimo dei problemi. Il dilemma principale si chiama Roberto Vannacci. I sondaggi ci dicono che anche con la nuova legge elettorale il centrodestra da solo perde. E più Vannacci cresce, più diventa necessario averlo come alleato.

Il problema è che, anche se Futuro Nazionale volesse, Meloni non può aprire la coalizione come se nulla fosse. Dovrebbe farlo digerire alla Lega e a Forza Italia, ma soprattutto ai loro elettori. E infatti, se andate a vedere gli ultimi sondaggi, anche con Vannacci in coalizione Meloni non guadagna chissà quale vantaggio sul campo largo: questo perché gli elettori moderati non sono disposti a votarlo. Nei prossimi mesi i ragionamenti gireranno attorno a questo. Per Meloni il punto non sarà solo capire quanto vale Vannacci. Ma quanto costa averlo in coalizione.

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