Dunque, il governo del cambiamento nascerà grazie a un mega compromesso tra Salvini, Di Maio e Mattarella: lo spostamento di Savona dall'economia agli Affari Europei (malgrado il problema nascesse proprio per i dubbi delle istituzioni europee e per il rischio connesso alle idee in campo economico del professore). Diciamoci la verità: se un simile trucchetto, degno delle pagine peggiori della prima Repubblica, lo avesse fatto Renzi, magari con Verdini o Alfano, gli stessi che ora esultano per il governo del cambiamento e parlano di giornata storica starebbero urlando al tradimento della volontà popolare, al mega inciucio e all'atto di prevaricazione delle prerogative del Colle. Ma i tempi cambiano e con essi cambiano le valutazioni e i giudizi. I comportamenti dei politici mai, invece.

Quello che resta, infatti, di questa storia è un senso di opprimente ipocrisia che circonda le scelte dei partiti e i comportamenti pubblici dei leader politici.

A cominciare dal Movimento 5 Stelle, che a furia di ripetere di non essere né di destra né di sinitra ha favorito la nascita del governo più a destra della storia repubblicana, con Salvini al ministero dell'Interno e un programma durissimo nei confronti di immigrati, detenuti e piccoli criminali. Come se non fosse abbastanza, si è aggiunto anche l'appoggio di Giorgia Meloni (sotto forma di astensione sulla fiducia e di soccorso nero in Parlamento su legittima difesa, giustizia e immigrazione). Del resto, Di Maio e il M5s erano stati protagonisti di clamorosi "cambiamenti", già sulla scelta dei candidati e delle alleanze post elettorali, nonché, negli ultimi giorni di crisi, di repentini cambiamenti di umore, di linea politica e di orientamento istituzionale (il balletto sull'impeachment è clamoroso).

Salvini e la Lega hanno fatto di peggio, se possibile. Dopo aver giurato e spergiurato che mai e poi mai avrebbe rotto l'unità della coalizione, il leader leghista si è seduto al tavolo con Di Maio, tagliando fuori Berlusconi e Meloni e cedendo anche sul nome dell'incaricato per Palazzo Chigi, andato ai 5 Stelle. Dopo aver affidato l'intero "blocco-economia" a studiosi ed esponenti No Euro (Borghi, Bagnai e via discorrendo), ha finto che la questione non fosse più sul tappeto, mentre contemporaneamente si impuntava sul nome di Paolo Savona al ministero dell'Economia, tanto da far saltare un governo già pronto a giurare. Infine, dopo aver evocato le urne, il prima possibile, a luglio, a giugno, anzi subito, è tornato sui suoi passi, sedendosi nuovamente al tavolo con Di Maio. Non prima di aver fatto cancellare la scritta "Basta Euro" dal muretto di fronte la sede leghista…

La verità è che né la Lega né il M5s volevano le elezioni ora. Salvini non avrebbe potuto tornare da Berlusconi senza conseguenze e Di Maio, nei fatti, si gioca ora la partita decisiva della sua carriera politica, guadagnando tempo per abbattere anche la regola dei due mandati. Inoltre, come avrebbero fatto entrambe le forze politiche a fare una campagna elettorale da nemici e contemporaneamente da promessi sposi?

Una pantomima che coinvolge anche il Quirinale, che prima teneva il punto su Savona, con Mattarella che esprimeva un vero e proprio veto politico (un gravissimo precedente del quale riparleremo nei prossimi anni, c'è da scommetterci), per poi trovarsi ad avallare uno spostamento tattico dello stesso Savona in un ministero centrale per le politiche in sede europea, ancorché senza portafoglio. Certo, il Capo dello Stato ha disinnescato una crisi istituzionale senza precedenti, ma il percorso è stato quantomeno poco lineare. E la figura misera cui ha esposto Carlo Cottarelli, una persona seria che ha rimesso l'incarico con parole di grande responsabilità, è una macchia grave sulla sua gestione.

Ma il governo figlio del compromesso è la manna dal cielo anche per gli altri "non – protagonisti" del festival dell'ipocrisia. A cominciare da un Partito Democratico imbarazzante, senza bussola né guida, incapace di esprimere una iniziativa politica degna di questo nome. Il fatto di tenere una manifestazione contro il caos istituzionale nel giorno in cui giurerà il nuovo governo è surreale. Così come è surreale l'atteggiamento di Renzi e dei renziani, che hanno scambiato la nascita della saldatura fra populisti di destra e populisti antisistema per un programma di intrattenimento, per un fenomeno di costume da sbeffeggiare, sminuire, ridicolizzare. Della minoranza del PD, invece, nessuna traccia: il terrore di perdere le ultime poltrone residue tramite nuove elezioni li ha praticamente paralizzati e convinti a tenere un profilo bassissimo. In fondo, che a dettare la linea del partito sia ancora chi lo ha portato al suo minimo storico e che al governo del Paese ci siano forze antisistema non è un problema, vero?

Per Forza Italia un problema non lo è di sicuro. Anche perché questo periodo ha mostrato la totale perdita di centralità di Silvio Berlusconi, incapace di determinare non solo le sorti di un governo, ma finanche la linea dei suoi stessi parlamentari, tra i quali serpeggiava il terrore del ritorno al voto, la paura di perdere il seggio, il timore di doversi trasferire prima del tempo fra le fila del Carroccio. Così i berlusconiani sono diventati più invisibili dei democratici e hanno sperato fino all'ultimo che nascesse il governo del cambiamento. E che importa se Salvini governerà senza di loro ma coi loro voti. Che importa se non ci sarà la minima ripercussione sulle giunte regionali e comunali della rottura della coalizione a livello nazionale. La cosa che conta è conservare il posto, provare a riorganizzare il partito e sperare che passi la buriana.

Ecco, questo probabilmente è il punto centrale. Paradossalmente, lo avevamo scritto in tempi non sospetti, questo schema fa comodo più a PD e FI che agli stessi partiti che si stanno assumendo l'onere di governare. I democratici avranno modo di ripensare il loro ruolo e la loro missione, sfruttando l'esistenza di un nemico "brutto, sporco e cattivo", rinverdendo i fasti (si fa per dire) dell'antiberlusconismo. I forzisti semplicemente sopravviveranno per altri anni, sognando la grande casa dei moderati e guardando con grande attenzione al destino politico dei due Matteo.

In mezzo a questi giochetti, ancora una volta, ci siamo noi.