Ai posteri è passato con l'espressione del "suicidio più bello del mondo". Quello di cui fu protagonista Evelyn Francis McHale il 1° maggio 1947, quando si gettò dall’ 86° piano dell’Empire State Building, allora il grattacielo più alto del globo acqueo, morendo sul colpo ma rimanendo praticamente intatta. Lo scatto che ritrae la McHale sul tettuccio dell'auto di un diplomatico alle Nazioni Unite fu realizzata da Robert Wiles, un giovane fotografo, e in poco tempo si trasformò in una delle fotografie più potenti e famose mai pubblicate da LIFE Magazine.

Per questa ragione, la morte di questa giovane e attraente impiegata in procinto di sposarsi nel tempo è divenuta leggenda. Complice anche il biglietto che Evelyn lasciò prima di lanciarsi, in cui era contenuta l'espressone "Non sarò mai la brava moglie di nessuno", che è anche il titolo del bel romanzo corale scritto da Nadia Busato, edito da SEM libri, a cui abbiamo rivolto qualche domanda per raccontarci il suo punto di vista su questa storia.

Come mai hai scelto di raccontare questa storia?

Sono sempre io a trovare le storie che scrivo. In questo caso, però, posso in qualche modo dire che è stata Evelyn a trovare me. In un momento molto particolare: una notte, in cui mia figlia di pochi mesi mi aveva svegliata e, non avendo sonno, facevo ricerche in rete per la rubrica che allora tenevo su Grazia. Ero diventata mamma da poco. E la maternità è stata per me un'esperienza straniante. Il mito della felicità muliebre non mi è mai appartenuto: non ho mai sognato di realizzarmi a servizio di un marito in carriera e di figli che crescono rendendomi orgogliosa. Al contrario: mi sono sempre chiesta come avrei potuto conciliare le mie ambizioni, che da donna sono sempre state difficili da coltivare e anche solo difendere, con un'esperienza che forse – chissà – avrei potuto fare.

Il solito dissidio della donna contemporanea: essere se stesse oppure rinunciare a se stesse…

Alle donne nel nostro Paese è ancora imposto, con una pressione culturale e psicologica che inizia dai primissimi anni di vita, il mito della rinuncia a se stesse nella cura dei bambini, degli anziani e dei partner con l'unico mito di questa magica felicità che si schiude nel cuore in momenti chiave della vita di una femmina: la calzata dell'anello di fidanzamento, il matrimonio da favola, la commovente maternità, le piccole gioie della vita di ogni giorno. Evelyn è arrivata esattamente in un momento della mia vita in cui, di fronte alla rivoluzione di un figlio, ostinatamente mi opponevo a questa ipocrisia. Volevo essere una mamma felice nella costruzione di un rapporto con una figlia; ma volevo anche essere una persona di valore, continuare a crescere professionalmente e nelle comunità umane che partecipavo per quello che sono io.

Quindi raccontare la storia di Evelyn McHale è stato un po' come attraversare uno specchio?

Il cadavere di Evelyn McHale e le poche righe del suo biglietto di suicidio mi raccontavano che, dietro quella foto, c'era la storia di una donna che, di fronte a una rivoluzione della sua vita che avrebbe dovuto essere il suo massimo desiderio di felicità, si era sentita in trappola. Le sue parole, scritte con la sensibilità a cui siamo educate noi donne fin da piccole, con il timore di urtare gli altri, di non essere adorabili, con il tono di chi deve chiedere scusa a priori, solo per il fatto che esiste, mi spingeva a farmi domande di cui non trovavo risposte. Le radici del suo senso di infelicità e disperazione non erano solo sue: erano il fantasma di tutte le donne che ho conosciuto e stimato, che hanno conciliato le loro lacerazioni e fragilità con le strategie di sopravvivenza in un mondo che ci vuole sempre a servizio, di contorno e di supporto.

Ciò che mi ha colpito del romanzo è la sua struttura "corale", che di bocca in bocca ricostruisce non le motivazioni del suicidio di Evelyn, ma la sua vita e le condizioni in cui è maturato. È molto interessante perché lo sguardo degli altri, ricostruirli attentamente, sembra essere l'unico mezzo a disposizione della fiction di "rispettare" la morte di Evelyn, senza pretendere una motivazione.

C'è più di una risposta a questa domanda, che ho rimandato per tutti gli anni in cui mi sono dedicata alla ricerca di documenti, fonti e testimonianze. La prima, ovvia, è che l'unica persona che potrebbe dirci perché Evelyn McHale ha deciso di suicidarsi è morta il 1 maggio del 1947 a New York. La seconda è un po' più sentimentale, se vuoi. A un certo punto, in rete, trovai una canzone esplicitamente dedicata ad Evelyn McHale, che nel titolo doveva essere una canzone d'amore. Ma l'amore che descriveva era assolutamente inatteso. Il cantautore che l'aveva scritta raccontava in realtà di come certe persone siano sempre in difetto, nell'amore, come se conservassero nei sentimenti e nelle relazioni comunque una sorta di dislivello sentimentale che, nei momenti critici, impedisse loro di poter chiedere aiuto; non perché non siano capaci di reagire da soli, ma perché quando si ama è bello e potente poter contare sull'altro. L'ho ascoltata e riascoltata e le parole con cui si chiudeva il pezzo (ci sono persone / o forse sono solo io/ a cui serve più amore di quanto non possano dare) non mi lasciavano in pace. Così mi sono decisa a scrivere all'autore.

Lui si chiama Anton Rothschild e il brano è "A love song to Evelyn McHale"…

Abbiamo avuto un lungo scambio epistolare. Questo suo punto di vista sul dislivello della capacità di amare non solo mi affascinava, ma mi sembrava plausibile rispetto alla ricostruzione di una storia intorno a Evelyn McHale; o meglio: intorno al vuoto e all'inconoscibile che il suo suicidio spettacolarizzato ha lasciato. Mi era sempre più chiaro che la foto del suo cadavere fosse un catalizzatore di domande, una sorta di macchia di Rorschach in cui ognuno, in uno dei momenti in cui la vita acquista un altro peso e un altro significato, potesse proiettare se stesso. Rendere un coro queste ombre, umanizzare l'esperienza del contatto con i propri fantasmi, mi sembrava molto più interessante che cercare di trovare una risposta che nessuno avrebbe potuto dare, a parte lei.

Non ti sembra che, in un certo, senso, stare in bilico sulla cima dell'Empire State Building, sia la metafora perfetta della condizione femminile oggi?

Chiunque tu sia, qualunque sia il tuo modo di essere donna, non è mai quello giusto. Ci sono molte donne nella storia che ho cucito intorno alla voragine che Evelyn ha aperto con il suo gesto. Le loro personalità e le loro storie si snodano lungo momenti diversi della storia del ‘900. Eppure, tra di loro scorre una linea invisibile, una storia parallela che chiama in causa le rivendicazioni che caratterizzano anche il nostro presente. Quando nella notte degli Oscar Frances McDormand ha sollecitato tutti gli uomini del cinema ad ascoltare le colleghe donne con interesse professionale e a valutare le loro idee e progetti non ha fatto una richiesta lontana da quelle che facevano le coetanee di Helene Constance McHale: una rappresentanza alla pari, un riconoscimento del merito e delle competenze al di là del genere, una partecipazione alla vita imprenditoriale, culturale, istituzionale. Non è una cosa che dovremmo chiedere: ogni disciplina che si occupa di economia, di diritto e di società ha affermato – dati e proiezioni alla mano- come l'esclusione delle donne dal lavoro, dalla cultura e dalla rappresentanza sia un danno per tutti noi.

Il tuo romanzo mi ha fatto tornare in mente la serie tv "Mad Men", ambientata nel mondo dei pubblicitari a Manhattan nei primi anni Sessanta. Lì era un mondo di uomini in carriera che dominavano quello femminile totalmente subalterno e pieno di "brave mogli" . Nel tuo romanzo, invece, colpisce l'affresco sociale degli Usa del dopoguerra. Maschi meno intelligenti e manipolatori che in "Mad Men", ma altrettanto opprimenti.

Quelli raccontati in Mad Men sono stati anni importanti, di cui ancora conserviamo l'eredità – politica, sociale e culturale. Ho pochi dubbi sul fatto che il novecento ci appartenga ancora profondamente e che il momento storico che abitiamo sia la nostra chance per elaborare modelli e idee che superino finalmente teorie aberranti come l'eugenetica, il razzismo, il neocolonialismo, il liberismo sfrenato, il nichilismo e l'esercizio negativo della libertà in democrazia. Ci sono spinte del secolo breve che ci caratterizzano ancora oggi, come il potere del marketing che hai correttamente connesso a "Mad Men". Altre che invece sono rimaste in sottofondo, come i grandi temi di libertà, condivisione, rispetto per l'ecosistema ambientale e la biodiversità che animarono quel momento di esplosione e creatività che fu il '68. Seppur viziati da un benessere mai conosciuto in occidente, distratti dalla magia dei serial, dalla facilità di contatto attraverso i social network, dall'immersione nei mondi dei videogame, io credo che ognuno di noi senta, più o meno consapevolmente, che questo modello di consumo sia una corsa verso il suicidio collettivo. Evelyn con la sua bellezza e il rifiuto di essere una brava moglie occidentale, un pezzo di questo sistema di felicità predatoria, è il fantasma che ci viene a trovare ogni volta che ci accorgiamo del prezzo che ha il nostro meschino ostinarsi a difendere e accrescere i nostri privilegi a dispetto di altri esseri umani, di altre specie, del pianeta.

Qual è stata l'importanza sulla cultura pop e di massa di Evelyn McHale?

Noi siamo la società dell'immagine. Lo capirono le donne che pubblicarono la foto di Evelyn McHale su Life nel 1947, compiendo un atto rivoluzionario per i media di allora. C'è però una cosa che mi riempie di ingenuo stupore: il fatto che sul cadavere di Evelyn sia mediamente associato un dolore, un atto dovuto alla depressione o alla sofferenza. Eppure, la pubblicazione della foto e l'uso che ne fece Warhol si legarono puramente all'estetica: il suicidio più bello, lo definirono. Da un lato, dunque, registriamo che l'esposizione pubblica del dolore è una caratteristica contemporanea della cultura di massa dell'occidente. Ma avvitarsi sul perché Evelyn McHale si sia uccisa attribuendole i tratti della depressione e del vittimismo segnala in noi una tendenza altrettanto deformante. Per l'arte, quello di Evelyn ha ancora valore come gesto estetico: pensiamo all'uso che ne hanno fatto Matthew Barney o Jonathan Ching. La cultura pop, anche nelle sue espressioni più alte come l'iconografia ricreata da David Bowie nel suo video "Jump they say", ne fa invece il catalizzatore di una richiesta di senso.

C'è un capitolo del libro che affronta questo tema della "richiesta di senso", quello in cui il fotografo del corpo privo di vita ma intatto di Evelyun va a colloquio con il detective che l'ha convocato.

Il nostro è il tempo delle domande; a cui per quanto precise, infallibili e concrete, né la scienza né la tecnologia riusciranno a fornire tutte le risposte. Non a caso, nel capitolo dedicato al giovane fotografo, a un certo punto Robert Wiles parla così al detective:

Noi vediamo il mondo solo con la luce. Eppure, sappiamo di esistere noi stessi per primi anche nel buio, nell’oscurità e persino nella morte. Dunque, le chiedo: ha senso domandarsi perché le cose sono come sono? Qualunque cosa stia cercando, la sta cercando nel posto sbagliato. Noi non conosciamo né conosceremo mai la vita di questa donna. La ricostruzione che possiamo farne sarà inevitabilmente troppo luminosa e perfetta, avrà punti fermi e certezze. Ma l’unica che potrebbe guidarci nell’ombra è morta. E la sua morte, fotografata, è in effetti l’unico fatto che ci parla di lei. Le cose sono come sono. Le domande a volte non hanno una risposta. E lei, a differenza di me, può ancora essere così fortunato da ignorare addirittura che la domanda esista.