I carabinieri che il 3 marzo di 4 anni fa arrestarono Riccardo Magherini – l'ex calciatore deceduto in una strada di Firenze per arresto cardiocircolatorio dopo essere stato ammanettato e messo prono dai militari mentre era "in delirio eccitatorio" per "intossicazione da cocaina"- "non avevano le competenze specifiche" su come trattare i soggetti fermati in tale stato. La morte dell'uomo, quindi, "non era prevedibile". Ad affermarlo la Cassazione spigando perché, meno di due settimane fa, ha assolto i tre carabinieri imputati per la morte del 39enne.

Nelle motivazioni della sentenza, depositate oggi, i giudici affermano che – per evitare il decesso dell'uomo mettendolo seduto affinché respirasse meglio – i carabinieri "avrebbero dovuto prospettarsi e prevedere in concreto un quadro di conseguenze dannose per l'organismo umano che solo il sapere scientifico entrato nel processo attraverso approfondite perizie mediche ha poi reso note". Una conoscenza che, secondo la Cassazione, "non era esigibile" dai militari che intervennero "in quel ristretto arco temporale rispetto al quale si è fondato l'addebito omissivo e in cui si trovarono ad operare". Riccardo Magherini fu immobilizzato prono per tredici minuti dall'1,31 all'1,44 nella notte del tre marzo 2014, poi il suo cuore cessò di battere. Stando alle molte testimonianze delle persone presenti che filmarono la scena del drammatico ammanettamento, l'ex calciatore gridò anche "sto morendo", una richiesta disperata di aiuto a cui nessuno diede alcun peso. Solo dieci giorni dopo divenne operativa la nuova circolare dell'Arma che metteva al bando le "immobilizzazioni protratte".

Nel comportamento dei carabinieri, secondo la Cassazione, "si registra" un "solo atto violento non giustificato", i due calci sferratigli quando era già a terra – e "contenuto" dai quattro carabinieri – dal militare Vincenzo Corni.