Ricoverata per gravidanza a rischio, il compagno detenuto non può raggiungerla: “Gli è stato negato un diritto”
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Giulia è ricoverata in ospedale per una gravidanza a rischio, con il pericolo di un parto prematuro. È al terzo cesareo e, in un momento così delicato, ha chiesto che il compagno Filippo, detenuto nel carcere di Monza, potesse raggiungerla con un permesso di necessità come stabilito all'articolo 30 dell'ordinamento penitenziario.
La richiesta è stata respinta, nonostante la documentazione sanitaria presentata. Questo ha portato la famiglia e l'associazione Quei Bravi Ragazzi Family a denunciare a Fanpage.it la vicenda, che solleva interrogativi sull'applicazione delle norme penitenziarie e sulla tutela dei legami familiari nei momenti di maggiore fragilità.
Il caso di Giulia e Filippo
Giulia è un'avvocata, compagna di Filippo, detenuto nel carcere di Monza. È incinta, vive una gravidanza a rischio ed è ricoverata in ospedale per scongiurare un parto prematuro. Dovrà affrontare il terzo cesareo. In un momento così delicato, segnato dalla "paura e dall'incertezza", ha chiesto che il compagno potesse raggiungerla, anche soltanto per un breve permesso.
La magistrata ha rigettato la richiesta, ritenendo che non ricorressero i presupposti dell'articolo 30 dell'ordinamento penitenziario, in assenza di un pericolo imminente. A Fanpage.it, Giulia ha contestato questa interpretazione: "L'articolo 30 prevede due commi differenti. Il secondo contempla anche eventi eccezionali e gravi capaci di incidere profondamente sul nucleo familiare". Proprio per questo, sottolinea l'avvocata, non si tratterebbe di un permesso premio, "ma di un permesso di necessità". E, ha sostenuto, la situazione è stata documentata ampiamente. Tuttavia, "il fatto che sia un comma molto ampio ha dato però spazio alla magistrata di continuare ad aderire in modo molto più restrittivo, dimenticando tutto il resto".
Parole che sollevano interrogativi sul senso del reinserimento del detenuto, che dovrebbe passare dalla possibilità di mantenere rapporti affettivi stabili, non dalla loro interruzione proprio quando la famiglia ha più bisogno di sostegno. Nadia Di Rocco, presidente dell'associazione, non ha usato giri di parole per ribadire il concetto: "Dov'è il reinserimento? Dov'è la responsabilità del detenuto?". E a Fanpage.it ha denunciato il peso psicologico che questa situazione scarica su una donna già provata, mentre il bambino potrebbe incontrare difficoltà durante il parto. "Così non gli permette di stare in ospedale quando la situazione potrebbe degenerare da un momento all'altro", ha rincarato la presidente.
È stato presentato ricorso, ma i tempi della giustizia rischiano di allungare l'attesa oltre il momento in cui quella presenza potrebbe fare la differenza. È questo il paradosso: una procedura pensata per valutare situazioni eccezionali può finire per consumare proprio il tempo che rende un intervento necessario. "Quello che sta capitando a me, potrebbe capitare domani a un'altra donna", ha avvertito Giulia. Ecco perché questa non è soltanto una battaglia privata: "È una questione che riguarda il significato della pena, la tutela dei legami familiari e la capacità delle istituzioni di distinguere tra un privilegio e un bisogno urgente".
Perché la giustizia non può ridursi a un'applicazione burocratica delle norme, ignorando il contesto umano che dovrebbe contribuire a valutare. Quando una donna è ricoverata per una gravidanza a rischio e chiede di poter avere accanto il marito, un diniego merita spiegazioni chiare e una valutazione rigorosa che, in questo caso, sembrano mancare. "È una vergogna e non è giusto", ha concluso Giulia a Fanpage.it, che mentre affronta il ricovero e l'incertezza legata alla gravidanza continua a domandarsi: "Se la necessità non viene riconosciuta neppure davanti a una situazione simile, quando dovrebbe esserlo?".