“È sopravvivenza, lì dentro ci si fa male”: il racconto del carcere di Busto Arsizio dopo il caso del pestaggio

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Il caso del pestaggio di un detenuto ha riacceso i riflettori sul carcere di Busto Arsizio. Un ex detenuto ha denunciato a Fanpage.it il clima all’interno dell’istituto penitenziario, tra sovraffollamento, suicidi e carenze sanitarie.

"Si parla di sopravvivenza lì dentro, ci si fa male". Giacomo ha 50 anni e ha trascorso poco più di quattro mesi nel carcere di Busto Arsizio (Varese), da marzo a luglio 2026. Una volta uscito, l'ex detenuto ha deciso di raccontare quello che, secondo la sua testimonianza, accadrebbe dietro alle mura dell'istituto penitenziario. Una testimonianza dura che, però, si inserisce in un quadro già segnato da denunce, morti e condizioni di detenzione allarmanti.

A riportare l'attenzione sul carcere è stata l'inchiesta sul presunto pestaggio di un detenuto messicano di 28 anni. Sei agenti della polizia penitenziaria risultano indagati: due per lesioni aggravate, altri quattro per falso ideologico e frode processuale. È da qui che l'ex detenuto parte per indagare cosa significhi scontare la propria pena nel carcere di Busto, dove il sovraffollamento e le carenze nell'assistenza rischiano di trasformare la detenzione in qualcosa di molto lontano dalla rieducazione prevista dalla legge.

"Avevo già girato altri istituti e sentivo parlare di Busto come di un carcere punitivo", ha esordito Giacomo a Fanpage.it. "Il secondo giorno che ero lì ho capito perché. L'area trattamentale, che dovrebbe essere il vero motore del carcere, è inesistente. Non prova a salvarti, sei solo, abbandonato in una gabbia". Il riferimento è al lavoro di educatori e operatori che dovrebbero costruire percorsi individuali, preparare il reinserimento sociale e impedire che la pena si riduca a una parentesi vuota. L'ex detenuto ha raccontato di aver aspettato un mese prima di incontrare la propria educatrice. Quando finalmente è stato ricevuto, sostiene di essersi sentito dire che, avendo una pena breve, sarebbe arrivato alla fine senza fare nulla: "Non aveva neanche letto il mio fascicolo, perché non aveva tempo da perdere", ha riferito.

Una frase che, se confermata, racconterebbe un sistema nel quale proprio chi avrebbe bisogno di essere accompagnato verso l'uscita rischia di essere lasciato indietro. "Ho provato a spiegare che, proprio perché ero a fine pena, avrebbero dovuto aiutarmi a reinserirmi. Non è successo. Se qualcosa di buono è arrivato, è stato grazie alla mia compagna fuori che ha scritto e fatto pressioni. Altri, senza nessuno all'esterno, si sono ritrovati completamente abbandonati", ha rincarato Giacomo a Fanpage.it.

Sovraffollamento e assenza di prospettive

Il quadro descritto dall'ex detenuto si intreccia con un'emergenza documentata anche fuori dalla sua testimonianza. Durante un'ispezione lo scorso marzo, l'eurodeputata Cecilia Strada aveva denunciato condizioni "inaccettabili", con un sovraffollamento superiore al 200 per cento. I numeri, visionabili sul sito dell'istituto penitenziario, parlano di 460 detenuti a fronte di 240 posti regolamentari, con 47 agenti in meno rispetto ai 217 previsti.

Strada, inoltre, parlava di "letti a castello fino a tre piani, pochissimo spazio vitale e carenze nei servizi essenziali": una situazione che, secondo l'eurodeputata, annullava la funzione rieducativa della pena e che, stando al racconto dell'ex detenuto, esisterebbe ancora all'interno del carcere.

Suicidi e denunce sull'assistenza sanitaria

Nel racconto dell'ex detenuto c'è anche un episodio che lo ha segnato profondamente: la morte di un compagno di detenzione. "Sono uno di quelli che lo ha tirato giù", ha raccontato, riferendosi al giovane trovato impiccato in cella. Secondo quanto riferito da un altro detenuto, l'uomo sarebbe rimasto senza che nessuno si accorgesse di lui per circa un'ora e mezza, fino a quando altri detenuti lanciarono l'allarme.

Giacomo ha denunciato anche presunte carenze sanitarie e la somministrazione di farmaci che, secondo la sua testimonianza, sarebbero stati utilizzati "per sedare i detenuti", talvolta senza essere registrati nelle cartelle cliniche. Ha, inoltre, riferito di persone anziane, malate e abbandonate, con visite che non sarebbero state neppure annotate: "Essere sovraffollati non vuol dire far morire le persone", ha osservato.

L'ex detenuto ha, infine, raccontato di episodi in cui le porte blindate delle celle sarebbero state sbattute contro i reclusi e sostiene di aver saputo di presunte violenze "razziste" che avrebbero riguardato soprattutto detenuti stranieri, alcuni sottoposti a terapia farmacologica.

"Ci sono persone da salvare lì dentro"

Un carcere non può diventare un luogo sottratto allo sguardo pubblico dove il sovraffollamento viene usato come giustificazione universale e le responsabilità rischiano di dissolversi. Le condizioni di lavoro degli agenti, la presenza di personale sanitario, il sostegno psicologico e il ruolo degli educatori sono questioni diverse, ma inseparabili quando si parla di sicurezza e dignità.

"Ho avuto esperienze fantastiche in altri carceri", ha ricordato Giacomo a Fanpage.it. "C'è stato un periodo della mia vita in cui ero sottoterra e in carcere sono rinato. Perché il carcere, se funzionasse, dovrebbe permettere alle persone di rinascere". È per questo che ha Giacomo ha deciso di parlare: per chi è ancora lì dentro e non ha voce, né qualcuno fuori che possa denunciare ciò che succede. "La pena priva della libertà, non dei diritti fondamentali", ha concluso, sottolineando che se un istituto penitenziario smette di accompagnare le persone verso il ritorno alla società, lasciandole in condizioni di sovraffollamento, abbandono e paura, sta fallendo la promessa costituzionale su cui si basa la pena stessa.

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