Le lavoratrici domestiche escluse dal nuovo bonus mamma, il Tribunale di Milano: “Incostituzionale”

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Il Tribunale di Milano, con un’ordinanza depositata oggi, ha definito incostituzionale l’esclusione delle lavoratrici domestiche dal nuovo bonus mamma, pari a 60 euro nel 2026.

Escludere le mamme lavoratrici domestiche (per esempio le badanti) dalla possibilità di ricevere il nuovo bonus mamma è "incostituzionale". A stabilirlo, con un'ordinanza depositata oggi, giovedì 8 ottobre, è il Tribunale di Milano.

La giudice del lavoro, Eleonora Palmisani, ha sollevato la questione di costituzionalità dell’art.6, comma 2, d.l.95/2025, e della successiva norma di proroga nella parte in cui esclude le lavoratrici domestiche dalla attribuzione del bonus mamma, che viene invece riconosciuto – in misura di 40 euro mensili nel 2025, 60 euro nel 2026 – a tutte le lavoratrici dipendenti degli altri settori.

Come spiegato a Fanpage.it dall'avvocato Alberto Guariso che segue il caso in prima persona, tutto è partito dal ricorso presentato da una lavoratrice cingalese, attiva su Milano e con tre figli piccoli a carico, che si è fatta avanti insieme alle associazioni ASGI e APN nonché dalla CGIL Lombardia per denunciare una situazione ritenuta "discriminatoria". 

Inoltre, come spiega sempre l'avvocato Guariso, risulta del tutto "irragionevole" non assegnare un bonus a sostegno della maternità a tutte le mamme lavoratrici domestiche che già percepiscono uno stipendio basso.

Secondo la giudice, l’esclusione viola in primo luogo il principio di uguaglianza di cui all’art.3 Cost. e l’obbligo di tutela della maternità ex art. 31 Cost., essendo evidente che le esigenze di tutela di tutte le lavoratrici madri sono le medesime, indipendentemente dal settore nel quale la lavoratrice è occupata.

Inoltre come spiegato a Fanpage.it da Valentina Cappelletti, segretaria generale CGIL Lombardia, il sindacato ha sostenuto il ricorso per accertare il profilo discriminatorio del bonus mamma perché "per noi era lampante".

"Escludere le madri che sono lavoratrici domestiche significa escludere nella maggioranza dei casi donne lavoratrici straniere, perché sono il 70% del settore, le stesse donne che si prendono cura dei nostri familiari anziani o dei nostri figli, spesso a scapito della possibilità di curare i loro", ha detto ancora Cappelletti.

E ha proseguito: "Se il bonus è uno strumento di tutela delle donne che lavorano, escludere chi fa lavoro domestico significa discriminare un settore intero e colpire consapevolmente le lavoratrici straniere. Questo per noi non è coerente con il principio di uguaglianza dettato dalla Costituzione".

Nell'ordinanza del Tribunale emerge infatti che questa esclusione vìola anche il divieto di discriminazione perché costituisce appunto una discriminazione indiretta nei confronti delle lavoratrici straniere che costituiscono la parte maggioritaria delle lavoratrici domestiche e che, in quanto straniere, hanno diritto a godere del medesimo trattamento riservato alle italiane, senza discriminazioni né dirette, né indirette.

In attesa della decisione della Corte Costituzionale le associazioni e il sindacato che hanno promosso il ricorso rilevano che la vicenda esprime una inammissibile “disattenzione”, da parte del legislatore, delle condizioni di lavoro nel settore del lavoro di cura; un settore che invece, per le basse retribuzioni medie e per la elevata concentrazione di lavoratrici straniere, che già soffrono delle ulteriori difficoltà derivanti dalla condizione di migranti, meriterebbe significativi interventi di sostegno.

Invitano pertanto il legislatore a intervenire quanto prima quantomeno sul “bonus mamma”, riportando a una condizione di uguaglianza tutte le lavoratrici madri. 

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