
Novanta giorni. Tre mesi per "prendere tempo" di fronte a ciò che da anni viene denunciato come "intollerabile". Per questo, la scelta del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, di rinviare la sua decisione sulla chiusura del Cpr di via Corelli non è prudenza istituzionale, ma una forma di inerzia politica.
"Non è una decisione a cuor leggero", ha continuato Sala. Parole che suonano misurate, istituzionali, perfino comprensibili nella loro cautela. Eppure, proprio questa cautela oggi appare fuori luogo. Perché non siamo di fronte a un dossier tecnico o a un'opera pubblica da valutare: siamo davanti a un luogo che, ispezione dopo ispezione, è stato descritto come luogo "disumano" e "di tortura" dove le persone ancora oggi, nel 2026, "sono trattate come animali".
Infatti, la diffida presentata dall'europarlamentare Cecilia Strada e dai consiglieri regionali Onorio Rosati, Luca Paladini e Paolo Romano e dalla consigliera del Municipio 3 Rahel Sereke lo scorso 10 aprile, non nasce nel vuoto, ma si fonda su violazioni già ampiamente documentate. Anche Fanpage.it lo ha fatto attraverso le testimonianze di chi ha trascorso parte della propria vita all'interno del Cpr di via Corelli e ha contribuito a rendere visibile ciò che da anni associazioni, avvocati e garanti denunciano: un sistema segnato da condizioni estreme e una sistematica violazione dei diritti fondamentali. Per citare soltanto l'ultima: cinque minorenni trattenuti in isolamento all'interno del Centro.
E allora cosa c'è da ponderare? Sala parla di "due riflessioni importanti": la chiusura del centro e la richiesta di danni al Ministero dell'Interno. Ma è evidente che la seconda questione – pur delicata sul piano giuridico – non può diventare un alibi per rinviare la prima. La tutela dell'immagine del Comune non può venire prima della tutela delle persone trattenute. "È un atto politico che comprendo", ha poi aggiunto il sindaco riferendosi alla diffida. Ecco, appunto: è un atto politico. E come tale richiede una risposta politica, non un rinvio amministrativo. Non si tratta, infatti, di una questione ideologica, ma di coerenza. Perché, quando vuole, la politica sa essere rapida, sa decidere in poche ore su temi molto complessi. Dunque, se Sala volesse davvero intervenire, tutelando le persone all'interno del Centro, potrebbe farlo subito, invece, ha scelto di prendere tempo quando, proprio il tempo, per chi è dentro non è una variabile neutra: è attesa, sospensione e sofferenza.
Per questo, continuare a rinviare la scelta significa scegliere di lasciare le cose come stanno senza assumersi la responsabilità delle proprie scelte, sapendo esattamente cosa questo comporta. Questa, però, non è cautela istituzionale: è immobilismo politico travestito da prudenza. E il punto, che Sala dovrebbe tenere a mente, è che a forza di prendere tempo si finisce solo per perdere credibilità. Nel mentre, però, le persone continuano a essere "trattate come animali" proprio nella sua Milano, che – alla fine – non è poi tanto moderna, inclusiva e all'avanguardia come vuole far credere.