Foto Palazzo Chigi/Filippo Attili/LaPresse
in foto: Foto Palazzo Chigi/Filippo Attili/LaPresse

Mercoledì 21 novembre sarà il giorno della verità. Quello tanto atteso e temuto dall’Italia e dai mercati. In quella giornata, infatti, arriverà il giudizio definitivo della Commissione europea sulla legge di Bilancio italiana. Una valutazione dall’esito quasi scontato: la bocciatura è dietro l’angolo. E si porranno le premesse per l’avvio della procedura d’infrazione per violazione della regola del debito. Non sarà, ancora, aperta formalmente la procedura. L’ufficializzazione non arriverà prima dell’approvazione della legge di Bilancio in Parlamento, un via libera che dovrà arrivare entro il 31 dicembre 2018.

Le tappe per la procedura d’infrazione

La Commissione Ue si riunirà il 21 novembre per prendere la sua decisione sulla procedura d’infrazione per violazione della regola del debito. A nessun Paese è mai stata applicata prima d’ora. Mercoledì potrebbe arrivare un avvertimento, cioè una sorta di annuncio dell’esecutivo europeo che prelude alla procedura da avviare poi a gennaio. Il 3 dicembre, intanto, il Consiglio Ecofin (composto dai ministri delle Finanze degli stati membri), discuterà la proposta di procedura d’infrazione avanzata dalla Commissione. A gennaio, poi, si procederà con l’apertura formale della procedura. La data dovrebbe essere quella del 22 gennaio, quando si riunirà nuovamente l’Ecofin. Ma, in caso di rilevanti cambiamenti in Parlamento, la linea dell’Ue potrebbe anche cambiare. Ipotesi al momento difficile da considerare, stando agli annunci del governo italiano. A quel punto nell’immediato cambia poco. Parte solamente il monitoraggio costante (ogni tre mesi) con una revisione degli obiettivi di finanza pubblica del nostro Paese. Ma nel medio e lungo periodo questo potrebbe voler dire che l’Ue costringerà l’Italia ad apportare modifiche anche pesanti alle misure inserite in manovra.

Cos’è la procedura per debito eccessivo

Quando la Commissione europea stabilisce che un Paese non ha rispettato gli obblighi, può inviare un parere motivato e chiedere allo Stato interessato di comunicare le misure adottate come risposta. Quando lo Stato membro non si conforma, allora la Commissione può deferire l’Italia alla Corte di giustizia. Dopo la sua sentenza, se il Paese non rettifica la misura contestata, allora la Commissione può procedere con un secondo deferimento proponendo alla Corte di imporre sanzioni pecuniarie.

La multa viene comminata sulla base di alcuni punti fermi: l’importanza delle norme violate e gli effetti sugli interessi generali; il periodo di tempo in cui il diritto dell’Ue non viene applicato; la capacità del Paese di pagare, facendo in modo di assicurarsi che le sanzioni abbiano realmente un effetto deterrente. L’importo proposto dalla Commissione europea, comunque, può essere modificato dalla Corte.

Cosa rischia l’Italia

Nel peggiore dei casi, l’Ue può comminare una multa fino a 9 miliardi di euro all’Italia. Prima, però, si dà tempo all’Italia per tentare di convergere sulle posizioni europee e nel frattempo si tengono sotto controllo i conti italiani. Ma se tutte le richieste verranno ignorate, allora il rischio è di una sanzione massima. La multa più alta imponibile corrisponde allo 0,5% del Pil del Paese sanzionato: nel caso dell’Italia parliamo di circa 9 miliardi di euro. La sanzione minima, invece, è dello 0,2% del Pil. Oltre alle multe, ci sono anche altri rischi: uno è quello del congelamento dei fondi strutturali, ovvero dei finanziamenti Ue per gli investimenti degli stati membri.

L’Italia per il periodo 2014-2020 dovrebbe ricevere in totale 73 miliardi di euro attraverso i cinque fondi strutturali. Tagliare questi finanziamenti avrebbe un impatto rilevante su molte regioni. Non a caso negli scorsi giorni alcuni presidenti di Regione, a partire da Vincenzo De Luca, hanno lanciato l’allarme sul tema. Altro rischio è lo stop ai prestiti da parte della Banca europea degli investimenti (Bei). In ogni caso, la sanzione potrà essere annullata negli anni (o mesi) successivi se il governo si impegnerà per un piano di rientro dal disavanzo.

Cosa potrebbe concedere l’Italia all’Ue

Negli scorsi giorni il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, ha parlato di clausole di salvaguardia per mettere l’Italia al riparo dallo sforamento del deficit. L’idea è quella di privatizzare parte del patrimonio pubblico, ma – come assicura lui stesso – senza vendere i gioielli di casa. Una dismissione che, secondo il governo, varrebbe un punto di Pil l’anno, cioè circa 17-18 miliardi. Così facendo, il debito pubblico in rapporto al Pil scenderebbe al 126% entro il 2021. Ma rimangono alcuni problemi da considerare: da una parte quali saranno i beni privatizzati per raggiungere una cifra così alta e dall’altra quali saranno i tempi per raccogliere queste risorse. Di certo non stretti come fa pensare il governo dalle dichiarazioni dei suoi esponenti.

Il ministero dell’Economia ha assicurato che il tetto massimo di deficit sarà del 2,4% e non teme il monitoraggio dell’Ue che sarà applicato a tutte le misure, anche reddito di cittadinanza e quota 100. Eppure a Bruxelles questo non basta, perché la manovra si baserebbe su stime di crescita ritenute poco credibili dall’Ue. La risposta italiana è attesa a partire da mercoledì, quando dovrà decidere se continuare con la linea dura, come fatto finora. Ma ci saranno da affrontare, da subito, le prime ricadute della procedura d’infrazione, a partire dalla reazione dei mercati. Oppure l’esecutivo potrebbe puntare a una correzione, magari riguardante le misure cardine – e più costose – come reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni, di cui ad oggi mancano ancora le regole e i decreti che le stabiliranno. In ogni caso, un ripensamento su queste due misure potrebbe essere tardivo. Se le risorse stanziate per il reddito di cittadinanza non dovessero essere impiegate nel 2019 a causa dei tempi troppi stretti per farlo partire già da marzo, a dispetto di quanto promesso anche oggi da Di Maio. Se pure dovessero ‘avanzare’ delle risorse, potrebbero essere recuperate solamente mettendole a bilancio nell’esercizio dell’anno successivo e non come fondi per far scendere il deficit rispetto al Pil nell'immediato.