Agosto 1980. Venti giorni dalla strage che ha ucciso 85 persone nella stazione ferroviaria di Bologna, ferendone altre 200. A poco più di due settimane dal più spaventoso attentato dinamitardo degli anni di piombo, ci sono giornalisti che si tuffano sulla pista dell'eversione nera, che inseguono neofascisti e massoni, altri che battono quella del terrorismo rosso, altri ancora che preparano viaggi in Medio Oriente. Tutti, forse, indagano sulle stesse cose.

Inchieste pericolose.

Graziella De Palo, romana, 24 anni, collaboratrice di ‘Paese Sera' prepara la valigia per Beirut. È giovane, non ha ancora ottenuto il tesserino da giornalista, ma è ambiziosa, concreta, piena di passione e dotata di una straordinaria sensibilità. Si occupa da tempo di politica estera e si è fatta notare con articoli sul traffico illecito di armi tra Italia e paesi sottoposti a embargo Onu. Fa discutere l'articolo uscito il 21 marzo 1980 sul quotidiano comunista, intitolato False vendite, spie e società fantasma: così diamo armi, che ricostruisce la rotta delle armi dall'Italia a paesi ‘canaglia'.

La fonte.

Graziella racconta come mitragliatrici, fucili automatici, pistole e munizioni partano dai porti italiani e virino verso sud, invece di raggiungere le destinazioni ufficiali, finendo nelle mani di terroristi irlandesi e turchi e di come, talvolta, tornino in Italia, finendo in quelle dei brigatisti rossi. La sua fonte privilegiata è l'onorevole e ammiraglio Falco Accame. Le sue interrogazioni parlamentari sono spunto per articoli dettagliati sul ruolo del Sismi in questi traffici, attraverso figure di rilievo come quella del colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, iscritto alla loggia massonica Propaganda 2, contro il quale la giornalista si scaglia in articoli che descrivono i suoi ambigui rapporti con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat.

La pista mediorientale.

Graziella collabora anche con ‘l'Astrolabio' dove ha conosciuto il collega Italo Toni, 51 anni, esperto di esteri, autore di quel reportage sui campi di addestramento alla guerriglia palestinese venduto al francese ‘Paris-Match' e diventato uno scoop mondiale. Nasce un sodalizio professionale duraturo che porta alla pubblicazione del libro Quale movimento. Polemica su Che Guevara, scritto a quattro mani. Il comune interesse per il Medio Oriente li spinge a programmare, proprio quell'estate, un viaggio-inchiesta in Libano. Entrambi free lance, si rivolgono a Nemer Hammad, rappresentante dell'OLP in Italia, che organizza il viaggio per loro. Saranno ospiti di Al Fatah, la principale organizzazione dell'OLP che fornirà loro alloggio e un interprete, il prete palestinese Ibram Ayad.

Viaggio a Beirut.

Arrivano a Damasco il 22 agosto. Il 24 attraversano la frontiera tra Libano e Siria e lo stesso giorno arrivano a Beirut, dove alloggiano all'hotel Triumph. In quegli anni Beirut è dilaniata dalla guerra civile e divisa da una linea di demarcazione, la green line, che separa il settore est, in mano alle milizie falangiste della destra cristiana e il settore ovest, terra delle milizie palestinesi musulmane, sia sciite che sunnite. È ‘la Mecca dello spionaggio', una città ambigua popolata da spie, killer, faccendieri e trafficanti e anche uomini d'affari. Beirut era allora sede della ‘Banco Ambrosiano Middle East' una delle consociate estere create dal banchiere Roberto Calvi, dove, si è ipotizzato, venivano riciclati i proventi del traffico di armi e di droga.

La scomparsa.

Il 2 settembre una macchina di Al Fatah passa a prenderli al Trumph, nel settore ovest della capitale libanese. All'ambasciata italiana i due giornalisti lasciano un messaggio significativo: "se tra tre giorni non avrete nostre notizie, cercateci". Da quel momento, come predetto, spariscono, ma nessuno li cerca.

Le ricerche.

Il 15 settembre, dopo giorni di angoscia, la famiglia di Graziella si mette in contatto con Damasco. Solo il 29 dello stesso mese l'ambasciata dichiara dispersi i due free lance e solo gli inizi di ottobre il Ministero degli Esteri decide di aprire un'inchiesta, affidandone la guida – anziché a Stefano d’Andrea, ambasciatore italiano a Beirut – al capo del Sismi, il generale Giuseppe Santovìto, anche lui iscritto alla Loggia P2, e a quel colonnello Giovannone il cui coinvolgimento nel loschi traffici di armi Graziella aveva denunciato. Il sequestro viene attribuito alle milizie di ‘Al Fatah', ma i palestinesi negano ogni responsabilità indicando accusando invece i cristiano maroniti del quartiere ovest.

I depistaggi.

Intanto Giovannone diffonde ogni genere di notizia: prima comunica che Graziella è viva ed è tenuta segregata sotto la sorveglianza di donne arabe e poi, che non ci sono motivi per ritenerla ancora in vita. Tutto e il contrario di tutto, la speranza e la disperazione, un'altalena che annienta le famiglie De Palo e Toni. Dopo due anni, finalmente, la procura di Roma apre un'inchiesta ufficiale e l'affida al pm, Giancarlo Armati. Il giudice conclude da subito che “non possano sussistere ulteriori ragionevoli dubbi sulla sorte dei due giornalisti Toni e De Palo": Graziella e Italo sono stati uccisi.

L'inchiesta.

Giancarlo Armati chiede di visionare i dossier segreti che regolano i rapporti tra il Sismi e l’OLP, ma il consenso gli viene negato. Tuttavia il pm riesce almeno a ricostruire il contesto in cui è maturata la scomparsa. I due "erano stati uccisi dal gruppo di Habbash (il Movimento Nazionalista Arabo, ndr.) subito o quasi” scrive negli atti. L'incognita riguarda piuttosto il movente e delinea uno scenario allarmante: “Forse i palestinesi – conclude il pm – avevano ricevuto qualche indicazione errata”, forse i due erano stati scambiati per spie di Israele o della destra italiana. Tale scenario, dice sempre il Pm Armati, “fu poi abilmente sfruttato dai palestinesi, che per bocca di Arafat affermarono che i due giornalisti erano stati catturati dai falangisti nel settore cristiano mentre scattavano fotografie”.

I traffici oscuri.

Giovannone viene rinviato a giudizio per favoreggiamento e rivelazione di segreti di Stato nell'ambito dell'istruttoria del giudice Renato Squillante sulla scomparsa dei due giornalisti italiani. Il colonnello “Seppe, subito o quasi, la sorte in cui erano incorsi i due giornalisti”, ma “si adoperò per ‘coprire' le responsabilità palestinesi”. Nel 1985, gravemente malato, Giovannone muore mentre era in attesa di giudizio anche per l'accusa di favoreggiamento aggravato nel traffico di armi e corruzione nell'ambito dell'inchiesta sui rapporti fra OLP e Brigate rosse. Nessuno saprà mai che ruolo ebbe nel rapimento e nell'uccisione dei due giornalisti: nella tomba porta anche il loro segreto.

Il lodo Moro.

Sono diverse le ipotesi che su quanto accade nell'estate del '80 nel paese dei cedri e tutte verosimili. È plausibile, infatti, che la loro morte sia stata conseguenza della rottura del cosiddetto ‘Lodo Moro'. Era stato proprio l'onorevole democristiano a volere l'accordo, stipulato tra il 1973 e il 1974 con l'OLP, che permetteva il transito in Italia di armi destinate alle cellule terroristiche internazionali palestinesi in cambio della promessa di non fare attentati nel nostro Paese. Il cosiddetto ‘Lodo Moro' aveva permesso il rifornimento di quelle armi che erano finite in mano agli stessi brigatisti che poi lo avevano freddato nella Renault 4 in via Caetani.

Il movente.

Proprio quell'estate del 1980, prima della strage di Bologna, che a Ortona (Chieti) veniva sequestrato un furgone con due lanciamissili Sam-7 Strela di fabbricazione sovietica. Nell'ambito dell'operazione viene arrestato Saleh Abu Anzeh, militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di ideologia marxsista e filosovietica. Con l'arresto, la morte di Moro e la politica del nuovo presidente, Francesco Cossiga, l'accordo non è più così solido. E così, con Abu Anzeh Saleh dietro le sbarre e il governo italiano non più così amico, è verosimile che i palestinesi abbiano deciso la linea dura per gli italiani in Libano. Vittime di una politica internazionale che faceva acqua da tutte le parti, dunque, oppure di un semplice errore di persona tutto è possibile e c'è addirittura chi ipotizza che la stessa strage di Bologna fosse una risposta palestinese ai fatti di Ortona.

Nel 1994, la storia di Graziella e Toni ha visto un'inquietante replica: l'uccisione dei colleghi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, assassinati da mano ignota in Somalia, mentre conducevano un'inchiesta sul traffico di rifiuti. Come per Ilaria e Miran, anche Graziella e Toni, targhe alla memoria e riconoscimenti postumi per il valore dimostrato nel giornalismo di frontiera si sono sprecati. La verità sulla loro morte, però, non è mai stata trovata.