Gavoi, minuscolo paesello nel cuore di una Sardegna lontana dal turismo di lusso. Sono gli ultimi giorni di marzo del 2008, quando il dentista Francesco Rocca, rispettabile professionista di mezza età e di buona famiglia, finisce sulle pagine di cronaca per un episodio agghiacciante. Sua moglie Dina, mamma della tenerissima Elisabetta, otto mesi, appena, è stata uccisa in un tentativo di rapimento. È stato proprio il dottore a fare la terribile scoperta rincasando nella villetta. Aperto il garage ha trovato la piccolina sotto choc e al freddo, nel seggiolino appoggiato sul pavimento sporco di sangue. I suoi occhi innocenti sono stati gli ultimi a vedere mamma Dina mentre veniva colpita violentemente, avvolta nello scotch e gettata nel bagagliaio della sua Punto rossa, dove sarebbe stata trovata diverse ore più tardi. Tutti pensavo che fosse stata rapita e portata via e nessuno aveva pensato a guardare nel portabagagli.

La storia con l'assistente

Strano episodio l'omicidio della signora Rocca, innanzitutto perché immotivato. Se volevano chiedere soldi alla nota famiglia (Rocca si era candidato per Alleanza Nazionale) uccidere l'ostaggio era una mossa stupida. Tuttavia i Rocca erano stati già vittima di episodi simili quando avevano tentato di rapire don Tonino, il padre di Francesco, a lungo sindaco di Gavoi. Anche questo influenza le indagini che a lungo esplorano il mondo dei piccoli malviventi, disorganizzati e senza troppi scrupoli, in cerca degli assassini di Dina. Alcuni mesi passano senza trovare collegamenti, intanto il dottor Rocca ha una nuova compagna Anna Guiso, la sua assistente. Anna è stata assunta per sostituire Dina quando è rimasta incinta della piccola Elisabetta e da lei è stata istruita e formata. All'epoca era fidanzata, poi dopo due anni, alla morte di Dina la storia è finita e si è ritrovata al fianco del vedovo. Andare avanti è un diritto, no?

Il supertestimone

E mentre Rocca cerca di superare la perdita, gli inquirenti cercano prove e ne trovano. Sullo scotch spunta una formazione pilifera, un pelo o un capello di chi quel pomeriggio imbavaglio la povera Dina fino a farla soffocare. È un inizio, ma bisogna poter confrontare il DNA con quello di un sospettato che al momento non c'è. Il caso Dina Dore sembra destinato inesorabilmente agli archivi, quando, una manciata di anni dopo, un testimone si fa avanti. Si chiama Stefano Lai e agli inquirenti racconta la confidenza fattagli da Pierpaolo Contu, operaio all'epoca dei fatti minorenne: "L'ho uccisa io, Rocca mi ha pagato 250 mila euro per farlo". A completare il quadro arriva addirittura una lettera anonima. Graziella Dore, la sorella di Dina, trova sul parabrezza della sua auto un pezzo di carta che conferma punto per punto a ricostruzione del Lai. C'è ancora quel DNA estratto dal frammento sul nastro adesivo e secondo i primi test apparterebbe proprio a Contu. Incastrato per un pelo. Tanto basta per andare in tribunale, dove sotto la lente finisce la vita di coppia di Francesco e Dina, gli sposi maturi.

La frase choc: "Si è meritata la fine che ha fatto"

Al banco dei testimoni, a pochi metri dall'uomo che per lei avrebbe fatto assassinare la moglie, Anna Guiso, l'assistente. La sua testimonianza è il chiodo che sigilla la bara di Rocca: "Io ti amo da sempre – le avrebbe detto il dentista – di lei (sua moglie Dina, ndr) non mi è mai fregato niente, meritava la fine che ha fatto”. Evitando con attenzione lo sguardo dell'ex amante, Anna rivela che dopo l'interruzione della loro relazione, Rocca avrebbe iniziato a perseguitarla. “Per un anno la nostra storia è andata avanti, ma poi mi sentivo oppressa e ad agosto 2009 mi sono licenziata. Da allora mi ritrovavo Francesco ovunque. Mi pedinava, mi mandava sms e bigliettini minacciosi. Quando mi vedeva sputava e mi faceva il gesto del dito in gola, qualche volta mi ha minacciato con la pistola. Avevo paura che mi uccidesse”. La Guiso parla addirittura di una pistola.

L'epilogo

Parallelamente Contu viene processato come esecutore materiale venendo condannato a 16 anni di carcere per tre gradi di giudizio. Fine pena mai per Francesco Rocca, condannato come mandante del delitto che per i giudici aveva un movente economico e non passionale. Se avesse divorziato da Dina per stare con Anna Guiso, Rocca avrebbe disperso i beni di famiglia: 250mila euro era una cifra ragionevole per chiudere la questione, ma la coscienza di un testimone l'ha tradito. Aveva fatto i suoi calcoli il dentista, ma senza la variabile umana.