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Discutiamo insieme di quello che succede tra i banchi di scuola

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Gli studenti sono scesi in piazza contro il caro vita anche lo scorso fine settimana, partecipando allo sciopero del 30 ottobre indetto da gran parte dei sindacati di base (COBAS, Usb, ADL, Clap, Sial, CUB). Torneranno a protestare venerdì 20 novembre, giornata in cui è stato proclamato lo sciopero generale nazionale. Non hanno portato a nulla di buono le misure repressive contro il dissenso, i blitz, le provocazioni e le intimidazioni da parte della presidente del Consiglio Meloni, che dopo la decisione della Gip di Milano di non convalidare l'arresto di Youssef Siher – accusato di gestire una pagina Telegram che avrebbe aizzato le violenze – ha attaccato ancora la magistratura.

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La risposta dell’esecutivo al disagio dei giovani è scomposta e non all’altezza della situazione. Da una parte ci sono le offese, gratuite e sproporzionate ai limiti del ridicolo, come dimostra la lettura surreale del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano, secondo cui la responsabilità dei danni va attribuita anche alla droga, perché “Molti dei ragazzi protagonisti dei disordini del 17 e del 18 ottobre hanno assunto droga prima delle devastazioni”. Dall’altra parte ci sono le misure economiche, arrivate nella legge di Bilancio da 26 miliardi, di cui solo una minima parte destinati ai ragazzi: il pacchetto messo in campo per i giovani vale il 2% della Finanziaria. È stato calcolato che per le nuove generazioni sono stati pensati provvedimenti che non arrivano neanche a quota 600 milioni.

Si va dalla cedolare secca all’1% per chi affitta a inquilini sotto i 36 anni ai 2500 di aumenti tassati all’1% per gli under 30 (solo per il settore privato e solo per il 2027, per coloro che hanno un reddito massimo di 28.000 euro l’anno). Poi ci sono gli sconti fiscali per le imprese che assumono donne e giovani, con l’obiettivo di aumentare l’occupazione di queste categorie (la deduzione sul costo del lavoro per il 2027 sale al 180% sulle assunzioni di donne e al 140% sui giovani under 36). E infine il libretto per i bambini che nasceranno dal 1 gennaio 2027 in poi: lo Stato verserà per loro 100 euro all’anno fino al compimento dei 18 anni, e i familiari potranno alimentare questo fondo. Si tratta naturalmente di un contributo minimo, 1800 euro in tutto a bambino, che non sposterà nulla nella vita di chi ha gridato slogan in piazza nelle ultime settimane: il futuro per questa fetta di popolazione rimane troppo incerto, troppo nebuloso.

Tutte le misure che sono contenute nella manovra suonano come un contentino e non migliorano concretamente le condizioni dei ragazzi della Gen Alpha e Z che si sono mobilitati e che aspettavano un segnale. Non analisi, non prediche, chiedevano aiuti e prospettive. Presi in giro due volte: prima etichettati come pericolosi “spacca-vetrine”; poi maldestramente rabboniti con qualche premio di consolazione. “Maestà, il popolo ha fame! Dategli le targhe personalizzabili!”, ha opportunamente commentato Alessandra Maiorino del M5s.

Per i giovani, insomma, restano solo le briciole. Giorgia Meloni ha promesso un intervento per dotare le scuole di climatizzatori e pompe di calore – e lo stesso dovrebbe avvenire negli ospedali e nelle università – utilizzando le risorse della clausola di salvaguardia nazionale (NEC), che permette agli stati membri di indebitarsi in maniera straordinaria per misure che riguardano l’energia e la difesa. Ma si tratta di un intervento dai contorni vaghi e agli studenti si chiede ancora di pazientare: non si conoscono le tempistiche precise né quanti saranno gli edifici coinvolti o l’ammontare delle risorse a disposizione. L’unica certezza è che se quest’inverno arriveranno le temperature rigide dell’anno scorso gli alunni saranno costretti a fare lezione in aule gelide, mentre la prossima estate si preannuncia torrida con valori ben al di sopra dei 30 gradi nelle classi: i bandi per assegnare le risorse si faranno nel 2027, per cui gli interventi veri e propri non si vedranno prima dell’estate 2028.

Negli ultimi giorni poi si è assistito al rimpallo di responsabilità nel centrodestra sui tagli previsti a docenti e personale ATA: meno 6.974 posti tra organico dell’autonomia dei docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario Ata, che vanno ad aggiungersi alla riduzione dei 7.834 posti stabilita lo scorso anno (arrivando alla cifra di 14.808 posti in meno).

Né il ministro Valditara né il vicepremier Salvini sarebbero stato messi al corrente della sforbiciata operata dal Mef, di cui è titolare Giorgetti (collega di partito di Salvini e Valditara). “Non ne sapevo niente”, è stato il commento del segretario del Carroccio, che ora promette ritocchi in Parlamento, per evitare i tagli. Vedremo come andrà a finire. Intanto è facilmente prevedibile che con una perdita di 7mila posti, motivata con la denatalità e con il conseguente calo della popolazione scolastica, le criticità nella scuola pubblica non potranno che aumentare. Poteva essere la volta buona per ridurre il numero di alunni per classe, e invece no, niente da fare.

Davanti a questo quadro desolante gli studenti non hanno intenzione di interrompere le proteste. Ce lo racconta in una lettera uno studente della Rete Studenti Medi Lazio, Tiziano Santoboni, a cui abbiamo chiesto cosa ne pensa delle misure nella legge di Bilancio.

La lettera di Tiziano: "La manovra dimostra che non avete mai guardato in faccia un ragazzo di 16 anni"

Cara Presidente Meloni,

Caro Ministro Valditara,

Sono Tiziano, uno studente di un Istituto Tecnico nella periferia est di Roma, a San Basilio. L'aria che si respira nel mio quartiere non è buona e non si parla solo di inquinamento, si parla di scontento sociale, di rabbia e di rassegnazione che attraversa le nostre strade e arriva fin dentro le scuole. È una sensazione che conosco bene, perché la vivo ogni giorno insieme ai miei compagni e alle mie compagne.

La vivo soprattutto in questi giorni, quando ho letto le varie notizie sulla nuova legge di Bilancio in cui si decide come spendere i soldi di questo Paese. Chi decide che la scuola e i giovani di tutta Italia meritano solo 600 milioni, non ha mai guardato in faccia un ragazzo di sedici anni, studente in un istituto tecnico di periferia, che vive ogni giorno sulla propria pelle il peso delle disuguaglianze sociali ed economiche di questo paese. Camminando per i corridoi della mia scuola vedo tante facce, di giovani che hanno tra i 14 e i 18 anni e che portano già addosso delle preoccupazioni che non dovrebbero appartenere alla loro età.

Sono volti affamati, di ragazzi e ragazze che vogliono conquistarsi un presente e un futuro che però ci sembra essere già precluso. Ragazze e ragazzi che nelle loro famiglie sono costretti a fare i conti tra il diritto allo studio e il diritto ad un pasto dignitoso. Non sono solo numeri da inserire in una statistica: sono i miei compagni di classe, le persone con cui condivido le giornate, le stesse che dovrebbero poter vivere la propria adolescenza senza doversi preoccupare di come far arrivare la propria famiglia alla fine del mese. E questa legge di bilancio ci conferma ancora una volta che voi del paese reale non ne avete contezza e non vi interessa averne.

Leggendo la vostra manovra finanziaria, la sensazione che noi studenti proviamo non si limita alla rabbia, ma si trasforma in un profondo senso di estraneità verso uno Stato che dovrebbe tutelarci. Siamo stanchi di non vedere cambiamenti concreti, di assistere a provvedimenti che vengono presentati come grandi risposte e che, alla fine, non risolvono nulla. Fate decreti come quello per mettere un tetto di studenti stranieri nelle classi, mentre per i tetti veri non si spende un euro, rendendovi ridicoli anche agli occhi dell’Unione Europea.

Con questa legge di bilancio volete attuare un taglio di quasi 7mila posti tra docenti e personale ATA, che aggiunti agli scorsi tagli arrivano a quota 15 mila. Se per voi sono solo delle voci di bilancio su cui risparmiare, per noi significa laboratori chiusi perché mancano gli insegnanti che li preparano e li sorvegliano, vuol dire classi e banchi sporchi, piani scoperti e scuole sempre meno sicure a causa della mancanza di personale. Significano una scuola che perde pezzi, mentre ci viene chiesto di continuare a credere nel valore dell'istruzione, mentre ci viene insegnato che se ci impegniamo saremo meritevoli del successo in futuro.

Frequento un istituto tecnico e so quanto sia importante poter imparare attraverso la pratica. Non avere un Insegnante Tecnico-Pratico nei laboratori significa non avere la possibilità di sperimentare, di mettere in pratica ciò che ci viene insegnato, di acquisire competenze che dovrebbero prepararci al nostro futuro. La scuola tecnica non può essere ridotta a una serie di lezioni teoriche, perché il laboratorio è parte integrante della nostra formazione. Quando viene meno il personale necessario, non viene tagliato soltanto un posto di lavoro: viene sottratta un'opportunità a chi studia e questo noi non possiamo accettarlo.

Quando il nostro diritto all'istruzione non viene garantito, diventa per noi più evidente come il vostro modello di politica voglia sempre più braccia e sempre meno cervelli. Ci viene chiesto di formarci per il mondo del lavoro, ma intanto si riducono le risorse necessarie per farlo. Ci viene chiesto di essere responsabili, ma non ci vengono garantite le condizioni per esserlo davvero.

E mentre ci sottraete l'organico oggi, vi vantate di fondi fantasma per la climatizzazione degli istituti, risorse che restano vaghe, indefinite e rimandate al 2028. L’estate scorsa, e fino a poche settimane fa, noi studenti eravamo costretti a vivere nelle nostre classi-forno, con delle temperature mai viste: la vostra risposta è stata quella di chiederci di sudare fino allo stremo per altri due anni. Quello che serve davvero alla scuola italiana non è un ventilatore quando capita, ma un piano strutturale che consenta di rendere gli edifici scolastici in Italia veramente a norma e in grado di ospitare una comunità scolastica, ma per farlo è necessaria una scelta politica netta, che sembrerebbe non siete disposti a fare.

Come se non bastasse veniamo indirizzati a percorsi di Formazione Scuola Lavoro potenzialmente fatali, senza sicurezze e garanzie perché ancora una volta ci viene detto che non ci sono soldi. Lorenzo, Giuliano e Giuseppe: questi sono nomi di ragazzi come me, che sono morti di scuola, a causa di percorsi Scuola-Lavoro. Come potete non provare un minimo di interesse per la vita delle studentesse e degli studenti? Come potete pensare sia accettabile che un ragazzo di neanche 18 anni possa morire sul lavoro?

Siamo le stesse studentesse e studenti che non possono accedere ad un percorso psicologico adeguato, data la mancata presenza di sportelli psicologici all’interno delle nostre scuole, perché – anche qui – non ci sono fondi per pagare degli esperti. Nel frattempo, nella Regione Lazio, quest’anno sono tornate le figure di “idonei non beneficiari”, perché non ci sono abbastanza soldi per coprire tutte le borse di studio universitarie. A questo punto, penso sia chiaro a tutti quale sia il problema.

Depotenziare le nostre scuole e tagliare il personale significa toglierci uno degli strumenti più importanti che abbiamo per riscattarci dalla periferia e costruirci una vita dignitosa. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui le differenze sociali si riducono, non quello in cui vengono riprodotte. Dovrebbe essere l'ascensore sociale che permette a chi nasce in una famiglia con meno possibilità di costruirsi un futuro diverso. E invece, con questa manovra e da tempo, quell'ascensore sociale sembra essersi rotto.

Se questo Governo non è in grado di investire nel nostro domani, noi giovani non riusciamo a vivere nemmeno il nostro presente. Essere giovani e giovanissimi in periferia significa scontrarsi quotidianamente con un caro vita che ci schiaccia e ci soffoca; significa lottare con trasporti pubblici inaffidabili ma dai costi inavvicinabili; significa dover pagare cifre fuori da ogni budget per comprare i libri e il materiale scolastico. A tutto ciò si aggiunge la guerra agli spazi sociali, che ci costringe a dover sempre spendere, anche solo per uscire con gli amici, privandoci anche della vita sociale che ogni adolescente dovrebbe poter avere.

Questi problemi potrebbero essere affrontati se soltanto una parte dei vergognosi 14 miliardi spesi per la difesa fossero destinati a ciò che serve davvero alle nostre comunità: calmierare i prezzi nei supermercati, potenziare i trasporti pubblici e crearne dove non sono presenti, abbassare il costo degli abbonamenti e garantire a tutte e tutti una vita dignitosa. Non vogliamo continuare a fare una vita di privazioni e rinunce, vogliamo poter studiare senza dover scegliere tra un libro e un pasto, vogliamo poter raggiungere la scuola senza spendere una gran parte dei nostri soldi in trasporti, vogliamo poter vivere la nostra adolescenza senza essere schiacciati dal costo di ogni cosa.

Allora Le chiedo direttamente, Presidente Meloni, quali sono le sue priorità in un paese dove i giovani che rimangono non hanno più prospettive e quelli che fuggono sono sempre di più?

Il tempo in cui ci avete ignorato è stato troppo lungo, da tempo le piazze si riempiono contro tutte le ingiustizie che il suo Governo ha fatto, a partire dai tagli alla scuola, dalla corsa al riarmo, degli innumerevoli decreti Sicurezza che avete varato per silenziare le persone, dal disinteresse che avete avuto per chi moriva sotto le bombe che voi avete contribuito a costruire.

Non ci arrenderemo davanti ad una politica che continua a tagliare sul nostro futuro, che tenta di reprimere il nostro dissenso, creando la costante paura per lo straniero, mettendoci gli uni contro gli altri. Continueremo a protestare, a costruire solidarietà tra studenti e studentesse, tra chi vive le stesse difficoltà e chi non vuole più accettare che siano considerate inevitabili. Non siamo disposti a fare un singolo passo indietro.

Presidente Meloni, i fatti parlano da sé: i giovani stanno scendendo in piazza sempre più frequentemente e con maggiore partecipazione. Non è un caso, né un capriccio. È il risultato di anni in cui le nostre richieste sono rimaste inascoltate, in cui il costo della vita è aumentato e le risorse per la scuola sono state insufficienti. Presidente Meloni, non ci rimane che la rabbia e noi sapremo come organizzarla. Ci troverà nelle piazze in tutta Italia il 20 novembre.

A cura di Annalisa Cangemi

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