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Discutiamo insieme di quello che succede tra i banchi di scuola

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L'episodio dello scambio a ‘Porta a Porta' tra la 24enne Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale dell’Unione degli universitari, uno dei volti della protesta delle tende contro il caro affitti e il caro vita, e il conduttore Bruno Vespa, è ormai noto. Il giornalista durante la puntata del talk politico incalza Brizzola e alza la voce, rimproverandola perché non si sarebbe preparata abbastanza sui problemi denunciati dagli studenti che protestano, in particolare sul tema della dispersione scolastica. "Quando parlate voi giovani per favore documentatevi prima, questo lavoro è fatto anche di studio, capisce?", dice il giornalista con fare paternalistico.

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Della scena, un altro brutto capitolo dei rapporti e giovani e adulti in tv, abbiamo parlato a lungo anche sul nostro giornale. La 24enne ha ricevuto le scuse di una lavoratrice del programma, ma non quelle ufficiali di Vespa.

Quello che però non è emerso durante la trasmissione proviamo a raccontarlo noi in quest'episodio speciale della nostra newsletter dedicata alla scuola, analizzando alcuni dati che smentiscono in parte lo scenario roseo descritto da Vespa a proposito della dispersione scolastica calata con il governo Meloni. A questo proposito la coordinatrice dell'Udu fa riferimento a un tasso d'abbandono scolastico "molto alto". Vespa la interrompe, invitandola a leggere le statistiche, e sottolinea che in Italia "c'è il massimo recupero storico del tasso di abbandono scolastico", e "con un anno di anticipo rispetto ai target dell'Unione europea". Partiamo da questo primo dato. È vero che, come certifica anche l'Istat, c'è stata una riduzione della dispersione scolastica e i dati complessivi sembrano migliorare. Ma questo non significa ovviamente che il problema sia scomparso. Perché le classi sociali più svantaggiate continuano ad avere livelli di dispersione scolastica notevoli. In questo modo il diritto allo studio non è davvero garantito per tutti, come ha provato a far presente Sabrina Brizzola, prima di essere zittita bruscamente da Vespa.

Quando si cita il fenomeno dell'abbandono scolastico precoce ci si riferisce alla fetta di popolazione tra i 18 e i 24 anni che ha conseguito al massimo un titolo secondario inferiore, ed è fuori dal sistema di istruzione e formazione (Early Leavers from Education and Training – ELET). Secondo il Quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell'istruzione e della formazione, entro il 2030 la dispersione dovrebbe raggiungere a livello europeo un valore inferiore al 9 per cento; nel nostro Paese l'obiettivo è stato già centrato nel 2025, con una media nazionale dell'8,2 per cento (inferiore alla media Ue del 9,1 per cento). Quindi quello che dice Vespa è corretto, si osserva effettivamente un recupero rispetto al 2005, quando il divario con l'Europa era di 6,5 punti percentuali. Ma non ha senso cantare vittoria, presentando unicamente questo dato, senza uno sguardo d'insieme. Come si evince dallo stesso rapporto Istat 2026, infatti, persistono forti differenze di genere (10,1 per cento tra i maschi contro il 6,2 tra le femmine) e disuguaglianze legate alla cittadinanza e al background culturale della famiglia di provenienza. Perché in Italia ancora oggi il futuro di un ragazzo dipende dal luogo (e dalla famiglia) in cui ha la fortuna di nascere. E la scuola evidentemente non riesce a fornire gli strumenti necessari a favorire una mobilità sociale verticale, che consentirebbe ai ragazzi di spostarsi verso posizioni sociali più elevate.

I livelli di dispersione scolastica restano più marcati al Sud rispetto a quelli riscontrati nelle Regioni del Nord: la situazione è peggiore per i ragazzi che vivono nelle Isole (tasso di abbandono scolastico al 13,7 per cento), mentre se la passano meglio i giovani del Nord-Est (6,8 per cento). È la fotografia di un Paese in cui il fenomeno si presenta a macchia di leopardo: nel Nord e nel Centro sono le zone rurali le aree più svantaggiate, mentre nel Mezzogiorno il problema si avverte maggiormente nelle grandi città (tasso di abbandono del 16,7 per cento nelle città delle Isole).

Tra i giovani con cittadinanza straniera, il tasso di abbandono precoce degli studi è di circa quattro volte superiore a quello dei ragazzi italiani (26,2 contro 6,7 per cento). Anche se tra gli stranieri conta molto l'età di arrivo in Italia (si passa dal 44,1 per cento di abbandono scolastico per chi è arrivato tra i 16 e i 24 anni, al 15,3 per cento per chi aveva meno di 10 anni al suo ingresso in Italia). E dove sono le misure adottate da questo governo, che favorirebbero l'inclusione scolastica degli studenti con background migratorio?

La vita dei ragazzi stranieri è ancora pesantemente condizionata dal titolo di studio dei genitori. Se nasci in una famiglia in cui il titolo di studio più alto dei genitori è la licenza media, hai meno possibilità di migliore la tua posizione sociale, rispetto a un ragazzo che nasce in una famiglia in cui i genitori sono laureati: nel primo caso il tasso di abbandono scolastico è del 20,7 per cento, nel secondo caso si ferma all'1,1 per cento. Osservando questi dati e questi divari, non pare ci sia molto da festeggiare.

Tra l'altro non si può certo dire che la diminuzione della dispersione scolastica sia un successo da attribuire specificamente a questo governo, come se ci fosse una correlazione diretta tra le politiche sulla scuola dell'esecutivo Meloni e questo risultato positivo. Si tratta infatti di un trend complessivamente in calo negli ultimi vent'anni, osservabile già da prima che a Palazzo Chigi arrivasse Giorgia Meloni. La forbice tra il dato europeo e quello italiano infatti si è andata via via assottigliando, già a partire dal 2005. Se in quell'anno la percentuale di persone tra i 18 e 24 anni che aveva lasciato gli studi in Italia era del 22,1 per cento, contro una percentuale a livello Ue del 15,6 per cento, la distanza tra le due platee si riduce già nel 2010 (tasso di abbandono precoce degli studi a livello europeo al 13,8 per cento contro il 18,6 per cento in Italia). E nel 2020 in Italia abbandonava gli studi precocemente il 14,2 per cento, contro una media europea del 10 per cento.

Bisogna anche tenere presente il fatto che accanto al fenomeno dell'abbandono scolastico, ci sono anche fenomeni di fragilità negli apprendimenti, oltre alla dispersione scolastica implicita: parliamo di studenti che terminano la scuola secondaria di secondo grado senza aver acquisito le competenze minime previste nelle prove INVALSI (Italiano, Matematica, Inglese – Listening e Reading). Sempre secondo l'Istat, nel 2025 la percentuale di studenti in dispersione implicita era dell'8,7 per cento, in aumento rispetto al 6,6 per cento del 2024. E sempre nel 2025 risultava in condizione di fragilità (ragazzi con livelli inadeguati di competenze in italiano e matematica) il 36 per cento degli studenti iscritti all'ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado (in aumento rispetto al 33 per cento rilevato nel 2024).

Allora prima di gongolare per i risultati ottenuti da Giorgia Meloni negli ultimi quattro anni e di presentare i dati con toni eccessivamente trionfalistici, Bruno Vespa dovrebbe chiedersi chi abbia realmente beneficiato del calo della dispersione scolastica e cosa ci sia davvero dietro queste percentuali. Spesso le condizioni reali dei ragazzi sono peggiori di quanto racconti il mero dato statistico.

A cura di Annalisa Cangemi

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