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Cara Italia, non riesci a dare risposte alla nostra rabbia e ci fa male. Che ci restiamo a fare?

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A cura di Redazione
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Pubblichiamo la lettera di Sabrina Brizzola, 24 anni, coordinatrice dell’Unione degli universitari, volto della protesta delle tende contro il caro affitti e il caro vita: “Parlare delle piazze degli ultimi giorni, solo in riferimento a Milano e Torino, come di piazze di violenti, piazze di rabbia espressa, inascoltata per anni e compressa, non rende sicuramente giustizia ad una generazione, la nostra, che sta lottando per costruirsi un futuro qui”.

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Sabrina Brizzola, 24 anni, coordinatrice dell’Unione degli universitari, uno dei volti della protesta delle tende contro il caro affitti e il caro vita, che pochi giorni fa ha fatto parlare di sé per il suo appassionato intervento dal palco della manifestazione di Roma, promossa dalla Cgil con la rete La via Maestra. "I nostri diritti sono svenduti al miglior offerente. Vogliamo 1,7 miliardi sulle borse di studio, vogliamo 2 miliardi per rendere l'università gratuita", ha urlato al microfono alla mobilitazione del 17 ottobre, che a Roma ha visto la partecipazione di centomila persone.

Cara Italia,

avere vent'anni e vedere che non riesci a dare risposte alla nostra rabbia, alla nostra voglia di cambiamento, fa male. Ci fa sentire esclusi e piccoli quando invece la voglia è di urlare che non ce la facciamo più. Cara Italia, ti vogliamo bene, ma vederti devastata da definanziamenti e polizia ci fa chiedere: ma qui che ci restiamo a fare?

Parlare delle piazze degli ultimi giorni, solo in riferimento a Milano e Torino, come di piazze di violenti, piazze di rabbia espressa, inascoltata per anni e compressa, non rende sicuramente giustizia ad una generazione, la nostra, che sta lottando per costruirsi un futuro qui. Siamo una generazione che l'anno scorso è scesa nelle piazze di tutta Italia massicciamente, per chiedere la fine del genocidio in Palestina, perché non accettava che il proprio Stato finanziasse con armi e soldi l'uccisione di un intero popolo. Lo chiedeva con forza perché le scelte governative andavano nella direzione opposta ed era necessario far vedere che il mondo che vogliamo è fatto di pace e giustizia sociale. L'abbiamo fatto e siamo stati manganellati nelle piazze, siamo stati daspati dalle nostre città, siamo stati chiamati violenti, denunciati, senza la possibilità di andare a scuola, ci hanno represso insomma, con le buone ma soprattutto con le cattive. Le buone sono, come adesso, una narrazione schiacciante e pervasiva che non ci racconta, ma si ferma ad un gesto: una vetrina rotta, senza neanche analizzare come mai si è scelta la vetrina di un negozio di lusso. Forse è questo il simbolo dell'odio di classe? forse è per questo che stiamo male? Perché ci hanno detto che tutti saremmo potuti arrivare alla ricchezza e invece siamo poveri.

Con le buone, dicevamo, e con le cattive: 500 militari a Milano, cosa pensano risolveranno? In una città che ha già polizia ed esercito ad ogni angolo, che sta immobile, mentre la gente sta male. O ancora, con l'invenzione di un reato, come quello di manifestazione violenta, per applicare meglio quel DL Sicurezza a cui i cittadini si erano ampiamente opposti.

Si cerca il colpevole, a chi far pagare i danni, la famiglia che ha educato male: forse è questo modello che non educa, perché non rispetta, non ascolta, e si volta dall'altra parte se un giovane prova a mettere in discussione il sistema che vive.

Il focus sembra essere scovare chi ha organizzato, ma questo serve solo a chi comanda per trovare un colpevole, per puntare il dito. Quello che deve essere indagato invece è il fatto che se bastava un messaggio social per unire, in una settimana, centinaia di migliaia di persone, con lo stesso sentimento, quello di essere senza futuro e senza nessuno che ci rappresenta, forse dovremmo tutti interrogarci meglio su come costruire spazi di partecipazione e, come soggetti organizzati, dovremmo interrogarci su quale debba essere il nostro ruolo nel rappresentare la rabbia sociale senza che un singolo si trovi inerme davanti alla repressione delle forze dell'ordine.

Non c'è nulla di tradizionale, non c'è l'adesione ad un soggetto di cui si condivide l'ideologia, non c'è neanche la semplice espressione del dissenso da parte di un singolo, come sempre è tutto più complesso. L'organizzazione era collettiva ma la partecipazione era del singolo; cioè ognuno era lì con un proprio obiettivo, raggiungere un benessere personale, anche condividendo una rabbia sociale, ed è in questa distanza che ci dobbiamo inserire. Così è nato un cortocircuito in cui è emerso un malessere che viene provato da chi, a 12 anni, non è entrato in nessun sistema se non quello scolastico.

E oggi, lo vediamo tutti, le scuole sono teatro di esclusione sociale e, quando si fa accoglienza, è merito di singole iniziative. A scuola si inizia a delineare il privilegio e a classificare i cittadini di serie A e di serie B. Dalla stessa divisione si deciderà poi chi potrà continuare gli studi all'università, chi avrà un lavoro meglio retribuito, chi potrà pagare una visita medica e chi invece dovrà scegliere tra spesa e salute. E lo stato in tutto questo è assente, perché non garantisce a tutti le borse di studio, taglia sul trasporto pubblico, sulla residenzialità, sul sistema universitario e sulla ricerca, taglia e svende il sistema di welfare a privati che fanno profitto e non benessere.

E se tutta l'educazione di uno stato viene delegata ad un sistema di istruzione che cade a pezzi, non ci possiamo stupire se un 12enne prova rabbia. Se non esistono, in ogni quartiere, spazi di socialità, di aggregazione, di sport, se fuori dall'orario scolastico tutto pesa sulle spalle delle famiglie perché non ci sono parchi pubblici, luoghi di svago e di vacanza, come si costruisce la speranza di una vita dignitosa?

Quello che è evidente è che se tutti i canali televisivi avessero parlato di giovani e delle loro prospettive di futuro quando le piazze erano pacifiche e le proteste organizzate, non si sarebbe arrivati a questo punto.

Oggi dobbiamo ripartire, come? Iniziando ad ascoltare e ad essere coerenti: se la gente non vede un futuro è perché ci sono ostacoli materiali ed economici. Non servono promesse, serve vivere in un sistema accogliente, che non lascia indietro nessuno.

Come sindacato studentesco non smetteremo mai di lavorare per dare voce alle istanze della nostra generazione, perché abbiamo tutto il diritto di vivere, studiare e lavorare, con dignità, in Italia.

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