Ad Amsterdam è montata la protesta contro i data center che consumano come intere città
Oggi, venerdì 6 novembre, migliaia di attivisti contrari ai data center si sono mobilitati in mezza Europa per chiedere una moratoria sull'espansione di queste infrastrutture, accusate di drenare enormi quantità di risorse ed energia. La rete della campagna Stop Dirty Datacenter – oltre 100 organizzazioni per i diritti distribuite in 15 Paesi europei – ha denunciato che la proliferazione degli impianti necessari per i servizi digitali e, soprattutto, per alimentare i modelli di intelligenza artificiale stia avvenendo senza controlli adeguati né un reale confronto con le comunità locali. L'epicentro delle contestazioni è stata la città di Amsterdam. Nella zona portuale della città, vicino alla stazione di Sloterdijk, Microsoft sta realizzando un imponente polo composto da tre torri alte 85 metri: a regime consumerà circa 800 milioni di chilowattora all'anno, un fabbisogno paragonabile a quello di tutte le famiglie della capitale olandese messe insieme.
Durante la manifestazione odierna, cui hanno preso parte anche attivisti arrivati da Germania, Belgio e altri Stati limitrofi, i manifestanti hanno fatto irruzione nel cantiere scalando le gru ed esponendo cartelli di protesta contro l'intelligenza artificiale e contro il presunto ruolo della multinazionale nell'appoggio a Israele nel conflitto a Gaza. Secondo quanto riferito da Reuters e altre agenzie di stampa, si sono registrati momenti di tensione con la polizia e con i cronisti sul posto, allontanati con la forza per impedire le riprese.
I motivi delle proteste in un Paese pieno di server
Quando si parla della distribuzione di data center in Europa, spesso si ricorre all’acronimo FLAP-D per indicare le aree tradizionalmente più sviluppate, con la più alta concentrazione di potenza di calcolo e strutture fisiche sul territorio. Amsterdam rappresenta la lettera "A" di questa particolare sigla (le altre sono Francoforte, Londra, Parigi e Dublino). Si può dunque ben capire come qui il conflitto sui data center sia particolarmente sentito.
Come riporta il centro statistico nazionale olandese, ad Amsterdam i data center assorbono già quasi il 5% dell'elettricità locale, tanto che la stessa amministrazione comunale ha riconosciuto come la saturazione della rete elettrica minacci la costruzione di circa 300.000 tra alloggi e quasi 50 tra scuole e centri per l'infanzia. Secondo i detrattori, poi, il complesso di Sloterdijk avrebbe ottenuto concessioni e allacciamento poco prima dell'entrata in vigore di vincoli più restrittivi, e sarebbe stato frazionato in tre distinti blocchi per mantenere ciascuna unità appena sotto la soglia che farebbe scattare il divieto nazionale per i mega-impianti. In un'altra parte della città la statunitense Equinix ha intanto ricevuto il via libera per un altro grosso campus destinato a consumare, a pieno regime, oltre un miliardo di litri di acqua ogni anno, innescando la protesta di oltre 500 residenti.
Tutto ciò, lo ribadiamo, avviene in un Paese che secondo Cloudscene – grande piattaforma che opera nel settore – è già imbottito di centri dati. Anzi, come abbiamo già raccontato su Fanpage.it, è proprio la saturazione di questi hub, ormai spremuti come limoni, che ha portato investitori e aziende a cercare altri mercati, tra cui quello italiano, che infatti ora rappresenta la nuova frontiera per strutture di questo tipo. La nostra fortuna è che, forse, essendo arrivati più tardi, potremo beneficiare degli errori e delle conseguenti correzioni operate da altri. Intanto anche qui le prime proteste hanno già avuto luogo e la Lombardia – la regione maggiormente interessata dal boom di data center e finora unica ad essersi dotata di una legge sul tema – ha da poco introdotto nuove modifiche per imporre ulteriori regole. A livello nazionale però continua a mancare una normativa univoca e il tempo continua a passare inesorabile.