Le proteste contro i data center sono anche le prime proteste contro il corpo dell’intelligenza artificiale
C’è una vecchia battuta che gira nel mondo tech: “The cloud it’s just someone else computer”. Il cloud è semplicemente il computer di un’altra persona. Quando carichiamo una foto su iCloud o su Google Drive non stiamo spedendo quei documenti in una soffice nuvola di dati: sono salvati in una serie di computer, macchine fatte di materia. Silicio, cavi e circuiti che sono stati posizionati in serie, ordinati e ottimizzati in qualche capannone collocato in una zona antisismica, vicina a fonti d’acqua e alla rete delle corrente ad alta tensione. In due parole: un data center. Negli ultimi mesi su Fanpage.it stiamo raccontando come i data center stanno arrivando in Italia, soprattutto in certi territori. Nella cintura urbana, accanto ai grandi centri del Nord, le società che costruiscono data center hanno trovato un terreno che ha tutte le caratteristiche necessarie alle loro strutture ma non solo. Qui, in quella terra che Michele Serra ha chiamato "Capannonia" nel suo Ognuno Potrebbe, ci sono anche ettari di cemento inutilizzato. Sono i fossili di aziende uscite da tempo dal mercato, tendenzialmente in cattivo stato. L’edera fuori controllo, i vetri usati come bersagli per le pietre e gli interni diventati materiali per video di youtuber con che pubblicano serie sugli edifici abbandonati.
I proprietari hanno voglia di vendere, i comuni di incassare qualcosa da mettere a bilancio e le società che costruiscono data center hanno voglia di acquistare. Con i primi permessi rilasciati dalle amministrazioni sono iniziate anche le proteste. Comitati locali, voci a livello politico, tanti meme, manifesti, volantini e post condivisi sui social. E anche le prime manifestazioni, come quella organizzata a Rho, appena fuori Milano, per protestare contro il data center che sta costruendo Goodman Olimpia Logistics. L’abbiamo raccontata in questo articolo. Quello che si può leggere attorno alle proteste contro i data center però è anche altro. I data center sono la prima manifestazione fisica dell’intelligenza artificiale. Certo, tecnicamente non è così. Non è che tutti i data center che stanno nascendo serviranno per far funzionare l’intelligenza artificiale. Eppure l’associazione è quella. Gemini, ChatGPT e Claude per la prima volta si stanno trasformando in uno spazio fisico, che occupa cubature di volume edilizio, che consuma, che emette suoni e calore.
È qualcosa di concreto contro cui viene rivolta tutta la rabbia, i timori o almeno i sospetti che si sono accumulati negli ultimi mesi contro gli algoritmi. Lo dicono anche i manifestanti che partecipano ai cortei. Federico, agricoltore di 70 anni che per questa protesta si è spostato dal Piemonte: “Trovo pericolosa questa cultura imposta dall'alto e la stessa intelligenza artificiale. Ho paura che serva solo ai super-ricchi, con ben pochi benefici per le persone comuni”. Lo leggiamo nei cartelli e nei commenti: “Non saremo servi dei vostri server”, “ChatGpt is not free” o “Mai servi dei vostri server”. E lo vediamo negli Stati Uniti, dove ormai il movimento contro i data center è già molto più strutturato e collegato a quello contro le Big Tech. Qui le comunità locali hanno iniziato a testimoniare cosa vuol dire convivere con una di queste strutture.
Ormai è un documento storico un video pubblicato lo scorso maggio dalla deputata degli Stati Uniti Alexandria Ocasio-Cortez che ha portato in aula due barattoli pieni di acqua sporca: era quella che usciva dai rubinetti delle case attorno a un data center costruito da Meta, in Georgia. Lo specifichiamo, anche se la materia è relativamente recente e i vincoli ambientali in Italia per queste strutture dovrebbero essere più netti. Secondo un sondaggio pubblicato da Gallup, il 71% degli abitanti negli Stati Uniti si oppone alla costruzione di un data center vicino alla loro casa. Un dato da leggere insieme a un altro sondaggio di Gallup, riportato dall’agenzia stampa Ansa, ha dimostrato che, mentre aumentano i dubbi sui data center, nella Gen Z sta diminuendo la fiducia per l’intelligenza artificiale. “Il forte consenso è sceso di 14 punti percentuali al 22%, mentre la speranza nei confronti dell'IA è scesa di 9 punti al 18% e la rabbia è aumentata di 9 punti al 31%”.
Certo, nello stesso sondaggio viene specificato anche un altro dato: il 51% degli intervistati dichiara di usare costantemente un chatbot sviluppato dall’intelligenza artificiale.