E così negli Stati Uniti i data center fanno perdere le elezioni

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La rivolta contro lo strapotere dell’intelligenza artificiale e dei data center ha aiutato molto la causa Dem a sbancare nelle elezioni di metà mandato. È una lezione che può essere utile anche per l’Italia.

La sconfitta dei Repubblicani alle midterm 2026 è stata chiara e, per molti versi, sorprendente. Il Partito Democratico ha conquistato il controllo di entrambe le Camere del Congresso, ottenendo una clamorosa vittoria anche in Stati tradizionalmente ostili, come il Texas, da sempre roccaforte repubblicana, dove la dem Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore uscente Greg Abbott. Le letture dietro a un simile ribaltone possono essere molteplici, dall'aumento del costo della vita alla sconsiderata guerra in Iran. Tra i fattori principali che hanno contribuito a spostare consensi verso i Democratici c'è però senza dubbio la posizione molto critica nei confronti dell'intelligenza artificiale e, soprattutto, dell'espansione incontrollata dei data center.

In questi mesi Trump non ha mai posto alcun freno allo sviluppo di questa tecnologia dirompente che, secondo i suoi calcoli, è indispensabile per salvaguardare l'egemonia statunitense dall'avanzata della Cina. Anzi, ha perfino deciso di cambiarle il nome in Super Intelligenza e realizzare una task force ad hoc per supportarne la crescita. Una posizione ovviamente condivisa da buona parte dell'establishment tecnologico della Silicon Valley – Elon Musk in testa – ma che ha finito per creare una delle fratture più evidenti rispetto al sentimento dell'elettorato americano.

Se infatti l'intelligenza artificiale suscita timori per il possibile impatto sul mondo del lavoro e per i crescenti rischi legati alla sicurezza – su Fanpage.it scriviamo da mesi di agenti fuori controllo e di modelli che facilitano il compito degli hacker –  i data center sono finiti in qualche modo per rappresentare la manifestazione "fisica" dell'IA. Rumorosi, energivori e fortemente dipendenti dalle risorse idriche, questi enormi impianti hanno incontrato l'ostilità anche dell'universo MAGA, espressione del Trumpismo più verace ma profondamente legato alla difesa del territorio e delle comunità locali, oggi minacciate da infrastrutture che consumano risorse e divorano aree verdi.

Quanto hanno influito i data center sulle elezioni

Che la questione data center sia diventata politicamente rilevante lo dimostrano banalmente i numeri. Secondo AdImpact, nota società di analisi, durante la campagna elettorale per le elezioni generali del 2026, candidati e gruppi esterni hanno speso 173 milioni di dollari in pubblicità sui data center, quasi tutte orientate in senso negativo. Un investimento che testimonia quanto il tema sia stato fiutato da almeno una parte delle forze politiche in campo. Prendiamo il caso più eclatante, quello del Texas.

Qui la vittoria di Gina Hinojosa potrebbe avere davvero conseguenze importanti sui piani di espansione delle infrastrutture per l'IA. Durante la campagna elettorale, la neoeletta governatrice ha infatti sostenuto apertamente una moratoria sulla costruzione di nuovi data center fino all'approvazione di norme che tutelino acqua, elettricità, qualità dell'aria e, naturalmente, diritti di proprietà. Un po' quello che qui in Italia chiedono diversi comitati territoriali. Se Hinojosa manterrà le promesse sarà un colpo durissimo per il settore, visto che nelle previsioni per il 2028 il 40% dei nuovi centri dati di tutti gli USA dovrebbe sorgere proprio in Texas.

Anche in Ohio, Georgia e Arizona, altri tre Stati che negli ultimi anni hanno visto sorgere data center come funghi, i Democratici hanno ottenuto risultati significativi. In Georgia, il senatore rieletto Jon Ossoff ha perfino scelto di inserire nel proprio discorso di vittoria un attacco diretto ai Big della Silicon Valley. "I magnati della tecnologia scavano bunker mentre ci avvertono che la nuova intelligenza artificiale che stanno creando rischia di portare all'estinzione dell'umanità", ha affermato senza tanti giri di parole. Una posizione che, a quanto pare, ha fatto decisamente presa tra i cittadini americani.

La lezione americana per l'Italia

Quanto accaduto negli Stati Uniti offre uno spunto di riflessione anche per il nostro Paese. Qui non abbiamo ancora assistito – e per fortuna non assisteremo – agli scempi avvenuti oltreoceano, tuttavia il malcontento nei territori interessati dai nuovi insediamenti si tocca già con mano e il dibattito è destinato a intensificarsi. Secondo l'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel triennio 2026-2028 sono attesi 83 nuovi data center, per un valore potenziale di oltre 25 miliardi di euro d'investimenti, la maggior parte dei quali sorgeranno in Piemonte e, soprattutto, in Lombardia.

La lezione americana è che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale non può essere considerato una questione esclusivamente tecnologica o industriale. Senza regole, trasparenza e garanzie sull'impatto ambientale e sulle risorse energetiche e idriche, anche un investimento presentato come strategico rischia di trasformarsi in un problema per le comunità che lo devono ospitare e i cittadini non sembrano disposti ad accettare un'espansione senza condizioni, soprattutto quando i benefici economici appaiono concentrati nelle mani delle grandi aziende, con benefici contenuti per i territori. È un messaggio che Trump e i Repubblicani hanno imparato a proprie spese e che anche l'Italia farebbe bene a tenere presente.

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