Alla fine il telescopio Swift NASA è caduto sulla Terra, l’astrofisico: “L’ho seguito per 22 anni”
Con la caduta del telescopio Swift della NASA, avvenuta oggi, mercoledì 4 novembre 2026 alle 13:39 ora italiana al largo di Sumatra, si perde anche un pezzo d’Italia. La fine della missione priva la comunità scientifica di uno dei suoi strumenti più preziosi, che per quasi 22 anni ha permesso di osservare e studiare alcuni degli eventi più energetici dell’Universo. E lascia un segno indelebile in chi ha partecipato attivamente alle attività del telescopio. “Personalmente, ho seguito la missione fin da prima del lancio” racconta Sergio Campana, astrofisico dell’INAF-Osservatorio astronomico di Brera e responsabile del team italiano di Swift. “Oltre a occuparmi della parte scientifica, sono stato il responsabile delle calibrazioni dell’X-ray Telescope (XRT), uno degli strumenti chiave dell’osservatorio”.
Cosa faceva il telescopio Swift?
Swift era pensato per studiare i lampi di luce gamma e per ripuntarsi autonomamente nel giro di 1-2 minuti. In pratica, quando rilevava un lampo di luce gamma, questa sua capacità di ripuntamento veloce ha fatto la sua fortuna, portandolo ad essere il satellite di punta dell’astronomia time-domain, che si è affermata negli ultimi anni. In confronto, gli altri satelliti impiegano circa 30 minuti per passare da una sorgente all’altra, per cui avere un sistema di ripuntamento così rapido ha fatto fare il salto di qualità a questa missione.
Cosa succedeva esattamente?
Il telescopio a grande campo Burst Alert Telescope (BAT) di Swift era incaricato di rivelare i lampi di luce gamma (Gamma-Ray Bursts, GRB). Una volta visto un GRB, Swift autonomamente ripuntava i suoi strumenti a campo piccolo, l’X-ray Telescope (XRT) e il telescopio ottico-ultravioletto, UVOT, per osservare l’emissione residua del GRB, detta afterglow.
Qual è stato il contributo dell’Italia alla missione Swift?
L’Italia ha fornito il modulo degli specchi per l’X-ray Telescope, il software per la riduzione dei dati e la stazione di Malindi, in Kenya, per la trasmissione a terra dei dati del satellite. Inoltre, il team italiano di Swift era di turno per due settimane ogni cinque, 24 ore su 24, sette giorni su sette, per rispondere a ogni nuovo GRB. L’X-ray Telescope, in particolare, è stato fondamentale per Swift. Per molti anni, era ritenuto da tutti lo strumento principe del satellite. Tutte le maggiori scoperte sui GRB sono venute dall’XRT con lo studio degli afterglow.
C’è un suo risultato che ritiene di maggiore rilievo o che ha portato alla scoperta di un nuovo fenomeno astrofisico?
GRB 050904, un lampo gamma che, al momento della scoperta, era il più distante mai osservato. È successo vent’anni fa, ricordo molto bene che quella notte. Ero ancora sveglio quando abbiamo osservato quello che era l’oggetto più lontano dell’universo, un primato successivamente surclassato dalle osservazioni del James Webb Space Telescope.
Quello che però ha confessato starle più a cuore è l’evento GRB 060218, associato alla supernova SN 2008D. Cosa ha visto?
Con GRB 060218 abbiamo visto l’esplosione di una stella in diretta. Il GRB ha dato il segnale e con i telescopi XRT e UVOT abbiamo visto le primissime fasi dell’esplosione di una supernova.
Tra gli eventi più famosi c’è anche il lampo soprannominato BOAT, il più brillante di tutti i tempi (GRB 221009A)
Sì, il BOAT, come suggerisce anche il suo nome, è stato il lampo di luce gamma più brillante di tutti i tempi… E di gran lunga! Un GRB così ce lo si aspetta circa ogni 100 anni o più. Viene da una combinazione di due fattori: essere relativamente vicino e che stesse puntando il suo getto di emissione esattamente lungo la nostra visuale.
Da “cacciatore” di lampi di raggi gamma, Swift si è rivelato anche un prezioso osservatore di sorgenti che emettono radiazioni periodiche, ma anche di asteroidi… giusto?
Nella sua seconda giovinezza, Swift ha osservato qualsiasi tipo di sorgente. Abbiamo anche provato a osservare un asteroide che passava tra la Terra e la Luna: YU55. L’osservazione non è stata facile perché l’asteroide si muoveva molto velocemente… e anche Swift aveva il suo movimento. Come previsto, non abbiamo rilevato nessuna emissione X, ma emissione UV osservata con UVOT.
Parliamo quindi di un telescopio da record, come numero di fenomeni studiati ma anche come tempo di permanenza nello spazio. Per quanto si sarebbe potuta ancora prolungare la sua attività scientifica se l’intensa attività solare non avesse accelerato la sua perdita di quota?
Si è trattato di una missione durata quasi 22 anni e quindi con qualche acciacco. Nonostante questo, ogni piccolo problema che si presentava veniva risolto per riportare alle caratteristiche originarie gli strumenti. Se fossimo riusciti a superare questo massimo solare, saremmo potuti andare avanti ancora per altri 11 anni, aspettando il prossimo massimo.
La NASA ha anche tentato un salvataggio, che si è poi rivelato una “Missione Impossibile”, come il titolo dello speciale andato in onda su Focus e ora disponibile su Mediaset Infinity, a cui lei ha partecipato. In cosa consisteva il progetto?
Le predizioni di caduta di un satellite non sono mai certe, ma nella primavera dell’anno scorso eravamo purtroppo abbastanza sicuri. La NASA ha deciso quindi di provare a salvare la missione Swift con un satellite da progettare ex novo, Link. Questo veicolo è stato realizzato e lanciato in meno di un anno ma, per le limitazioni di tempo, molti test sono stati saltati. Siamo stati enormemente stupiti e anche orgogliosi che la NASA volesse tentare di salvare Swift. Sapevamo che era rischioso e purtroppo non è andata a buon fine.
Cosa perdiamo con Swift?
Perdiamo tanto. Perdiamo un satellite capace di osservare decine di sorgenti al giorno, con dati pubblici a tutti e subito. Perdiamo un satellite dei pochi telescopi ultravioletti. Perdiamo un satellite che poteva monitorare le sorgenti del cielo dai raggi X duri (BAT) all’X e all’ottico-ultravioletto con frequenti osservazioni puntate. Perdiamo l’unico satellite capace di cercare le controparti elettromagnetiche di segnali gravitazionali. E la lista sarebbe ancora lunga.