Sui data center siamo ancora in tempo per non fare la fine degli Stati Uniti

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Negli USA è ormai esplosa la protesta contro i data center per l’impatto idrico ed energetico. In Italia il fenomeno è all’inizio. Norme ambientali più severe e tecnologie avanzate offrono maggiori tutele, ma solo una pianificazione e una strategia nazionale ben definita potrà evitare di ripetere gli errori americani.

Negli Stati Uniti i data center sono diventati un problema nazionale. Da Nord a Sud, in tutto il Paese comunità locali e comitati cittadini stanno cercando di fermare o rallentare la costruzione delle infrastrutture che in questi anni stanno diventando sempre più numerose per sostenere la crescita dell'intelligenza artificiale. La formula è quella del Not in my backyard: l'intelligenza artificiale può anche rappresentare il futuro, ma non a costo di distruggere il pianeta e, soprattutto, non a pochi metri da casa. Le accuse riguardano soprattutto il consumo di acqua potabile, la pressione sulla rete elettrica, le emissioni indirette, il rumore e la trasformazione del territorio. Secondo il portale Data Center Watch, progetto indipendente che monitora l'estensione delle proteste contro questi impianti, soltanto nel secondo trimestre del 2026 almeno 45 progetti, per un valore complessivo vicino ai 68 miliardi di dollari, sarebbero stati bloccati o ritardati.

Il dato politico è forse ancora più significativo. Il presidente Donald Trump si è più volte dichiarato a favore dei data center, in quanto infrastrutture indispensabili per proseguire la corsa degli USA nello sviluppo dell'intelligenza artificiale (o super intelligenza, come la chiama Trump). Eppure, secondo un recente sondaggio del New York Times, oltre il 60% degli americani si dice contrario alla costruzione di nuovi data center, compresa una quota rilevante degli elettori repubblicani. Perfino l'universo MAGA, tradizionale pilastro del trumpismo più intransigente, si sta schierando apertamente contro i centri dati, percepiti come l'ennesima espressione del potere delle grandi multinazionali, da sempre guardate con sospetto dall'ala anti-sistema del movimento. Una frattura tutt'altro che trascurabile, soprattutto in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre.

E l'Italia? Da noi il fenomeno è appena cominciato anche se, come dimostra la recente manifestazione tenutasi a Rho, nel Milanese, anche nel nostro Paese i cittadini stanno iniziando a protestare contro la costruzione di nuovi impianti. L'esempio americano può quindi offrirci un utile monito. Fortunatamente, lo scenario normativo italiano ed europeo è molto diverso da quello americano in termini di tutela dell'ambiente e gestione delle risorse, tuttavia l'esperienza oltreoceano mostra con grande chiarezza cosa potrebbe accadere quando la crescita delle infrastrutture procede più rapidamente della pianificazione territoriale e del consenso delle comunità.

Data center: le principali differenze tra USA e Europa

Innanzitutto è bene chiarire alcune fondamentali (e rassicuranti) distinzioni tra i data center già attivi negli States e quelli che stanno sorgendo in Italia, soprattutto in Lombardia e Piemonte. Una prima differenza riguarda proprio l'età delle infrastrutture. Negli Stati Uniti il settore è molto più sviluppato ed esteso e una buona parte di questi impianti è stata progettata in epoche in cui i consumi e le esigenze ambientali erano molto diversi. In Italia, invece, gran parte della capacità che si sta progettando è costituita da infrastrutture di nuova generazione, ben più efficienti per il raffreddamento, la gestione dell'energia e l'integrazione con fonti rinnovabili.

Strettamente legato a questo punto è il tema che forse più di tutti spaventa i cittadini, ossia il consumo dell'acqua potabile. In questi mesi noi di Fanpage.it abbiamo consultato le fonti più svariate: politici scettici, ricercatori e rappresentanti di chi questi data center li sta costruendo (vi lasciamo qui l'intervista al presidente dell'Italian Data Center Association). Tutti hanno concordato sul fatto che in Italia non vi saranno strutture che useranno l'acqua potabile destinate ai cittadini. I nuovi data center sono infatti dotati di sistemi ad aria e a circuiti idraulici chiusi, nei quali l'acqua viene fatta circolare senza essere continuamente consumata. Le tecnologie di raffreddamento diretto a liquido possono ridurre ulteriormente consumi e inefficienze. Questo non significa ovviamente che il problema idrico sia risolto, tuttavia rappresenta un confortante discostamento dall'esempio americano.

Un'altra differenza riguarda il consumo di suolo. Negli USA molte contestazioni nascono dalla realizzazione di grandi complessi su aree non precedentemente urbanizzate. In Italia, invece, una parte consistente dei nuovi progetti punta sul recupero di aree industriali o artigianali dismesse, il cosiddetto brownfield. Certo, su questo aspetto non ci sono ancora regole univoche e vincolanti e tale incertezza, combinata con la creatività con cui molti Comuni gestiscono i propri piani regolatori, può comunque creare equivoci ed eccessi di libertà nelle concessioni.

Data center in Italia: i punti ancora da chiarire

Se è vero che lo scenario americano non può essere sovrapposto come una copia carbone su quello italiano, vi sono però molti punti su cui invece permangono alcuni dubbi. Innanzitutto il rumore provocato dai macchinari. Questi impianti si stanno già dotando di sistemi più silenziosi, ma i motori dei server funzionano h24 e il ronzio dei sistemi di raffreddamento – soprattutto per i centri più grossi – non potrà mai essere eliminato del tutto. Per i residenti delle aree limitrofe – soprattutto chi vive vicino a poli industriali riconvertiti in data center – potrebbe rappresentare un grosso problema sia in termini di quiete, sia di perdita di valore delle proprie abitazioni.

C'è poi il tema energetico. Nel 2025 la potenza installata nei data center italiani ha raggiunto circa 609 MW, mentre le richieste di connessione a Terna continuano a crescere, anche se una parte sembra essere legata a iniziative speculative e non a progetti destinati a essere effettivamente realizzati. Ne abbiamo scritto più approfonditamente qui. Resta però da capire come verranno distribuite le risorse energetiche in un contesto internazionale sempre più incerto, nel quale l'energia è tornata a essere una questione strategica per famiglie e imprese. E soprattutto, da dove arriverà l'elettricità necessaria ad alimentare la nuova capacità di calcolo. In Europa si stanno sperimentando soluzioni per integrare maggiormente i data center con le fonti rinnovabili e recuperare il calore prodotto dai server, utilizzandolo, ad esempio, per alimentare le reti di teleriscaldamento. Il punto è capire se e in che misura queste tecnologie saranno adottate anche nei data center che stanno entrando in funzione o che sono già in fase di progettazione nel nostro Paese. Tutto ciò si lega anche al discorso dei possibili aumenti delle bollette. Ne abbiamo recentemente parlato con ARERA, l'istituzione che regole e monitora i costi dell'energia, e la situazione appare ancora tutta da definire.

Una strategia nazionale non è più rimandabile

Per tutti questi motivi, l'unico modo per capire se l'Italia riuscirà davvero a trasformare in un'opportunità di crescita la pioggia di investimenti che sta per caderle sulla testa – circa 25 miliardi nei prossimi tre anni secondo l'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano – risiede in una cabina di regia nazionale che, finora è venuta a mancare. Le istituzioni si stanno muovendo a vari livelli – la Regione Lombardia, per esempio, ha approvato una legge regionale per rispondere alle pressioni del territorio – ma questo non è un fenomeno che può essere gestito a livello locale. La legge delega per la disciplina organica dei data center è stata approvata dalla Camera dei Deputati lo scorso febbraio ed è attualmente in corso di ulteriore esame e passaggio al Senato, ma il tempo stringe, anche perché aziende e imprese mordono il freno per iniziare a concretizzare i propri investimenti. Abbiamo ancora la possibilità di fare le cose per bene. Sprecare questa occasione potrebbe essere una catastrofe sia per il nostro territorio che per la nostra economia.

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