Data center in Italia, si rischia la bolla: chiedere energia a Terna è così facile che ci provano tutti

L'Italia si prepara a entrare nell'era dei data center. La crescita accelerata dell'intelligenza artificiale, unita alla progressiva saturazione dei principali hub europei – i cosiddetti FLAP-D, che faticano ormai a garantire spazi ed energia sufficienti per soddisfare la domanda – ha reso il nostro Paese uno dei mercati più promettenti per lo sviluppo di nuove infrastrutture digitali. Se leggiamo il numero di richieste a Terna, la società che gestisce la rete elettrica ad alta e altissima tensione in Italia, i numeri appaiono soverchianti. Alla fine di giugno 2026 le domande per ottenere un allacciamento per un data center erano 520, pari a una richiesta di oltre 96 GW di energia. Come se più di 80 città della grandezza di Milano consumassero elettricità a pieno regime. La realtà è però un po' diversa da come appare, soprattutto perché la maggioranza di queste richieste non verrà mai accettata. Chi presenta le domande lo sa perfettamente, ma farlo è così facile che procede comunque per poter aumentare il valore del terreno.
Il problema è che, al di là della bolla speculativa, questa pioggia di richieste finisce per ingolfare l'intero sistema e creare ancora più confusione in un settore strategico che ha invece grande bisogno di chiarezza e programmazione per poter portare vantaggi a tutti, territori e comunità incluse.
Troppe richieste per poche risorse: la corsa alla prenotazione alla rete
L'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano ha evidenziato come le richieste di connessione di cui ci stiamo occupando siano nettamente superiori alla capacità realmente installata. A fine 2025, la capacità complessiva installata era pari a 609 MW. Anche tenendo buone le stime dei ricercatori che calcolano un aumento a 1,5/2 GW per il 2030, si può ben comprendere come le richieste oltre i 90 GW totali siano del tutto irrealistiche.
Un recente studio dell'Università di Padova sviluppato in collaborazione con WWF Italia ha ben fotografato la situazione. A fine 2024, le richieste arrivavano a poco più di 14 GW. Nel 2025 però, dopo il boom di investimenti nel campo dell'IA, alle domande già in essere si sono aggiunti altri 41 GW, collocati soprattutto nell'area intorno a Milano, seguiti da altri 22 GW nei primi mesi del 2026. Una corsa forsennata che fa a cazzotti con l'effettiva disponibilità di spazi e risorse.
La falla nel sistema: chiedere una connessione è troppo facile
Le ragioni di questa anomalia sono molteplici, ma la principale riguarda l'estrema facilità con cui è possibile presentare una richiesta di connessione. Gli oneri iniziali sono molto contenuti e non esistono vere barriere economiche o finanziarie che scoraggino le iniziative prive di un progetto industriale consolidato. La normativa di Arera impone a Terna di non respingere preventivamente le richieste di connessione e con una cauzione di qualche migliaio di euro (cifre irrisorie per questo tipo di operatori) è possibile richiedere anche 100 o 200 MW, "prenotando" virtualmente la rete e aumentando il valore commerciale dell'area. Di fatto, chi dispone di un terreno, o anche solo di un'opzione d'acquisto, può mettersi in coda per ottenere una disponibilità di potenza elettrica. A Fanpage.it lo ha recentemente spiegato Luca Beltramino, presidente dell'Associazione Italiana Data Center. Vi lasciamo qui l'intervista.
Questo non significa ovviamente che tutte le richieste siano fittizie – talvolta costruttori e aziende presentano più domande per valutare le alternative più convenienti o maggiormente fattibili – tuttavia sommare indiscriminatamente tutti i gigawatt richiesti produce una rappresentazione del mercato molto distante dal numero di impianti che vedranno realmente la luce. Lo dimostrano anche i dati dell'Osservatorio del Politecnico di Milano: nel triennio 2023-2025 si è concretizzato soltanto il 68% degli investimenti annunciati. A fronte di una previsione di circa 10,5 miliardi di euro, gli investimenti effettivamente realizzati si sono fermati intorno ai 7 miliardi. Anche per questo motivo le richieste di connessione risultano oggi largamente superiori alle stime realistiche del fabbisogno di servizi digitali e di intelligenza artificiale.
Il rischio di rallentamenti e di una pianificazione distorta
Come sottolineato dallo studio dell'UniPD, il cui focus è la necessità di imporre precisi standard ambientali per massimizzare l'utilizzo delle fonti energetiche alternative, le attuali procedure obbligano Terna a valutare ed elaborare il preventivo soltanto dopo la richiesta dell'operatore. Questo rappresenta un grosso intralcio che rischia di inceppare l'intero sistema. Terna è infatti tenuta a esaminare tutte le domande ricevute, senza poter distinguere fin dall'inizio tra i progetti destinati ad andare in porto e quelli che invece rimarranno soltanto sulla carta. Si crea così un affollamento che rischia di sovrastimare il futuro fabbisogno energetico del settore e di complicare la pianificazione degli investimenti.
Senza ben sapere chi avrà bisogno di quanta energia, non si può per esempio programmare con criterio dove andranno costruite nuove stazioni elettriche o quali saranno le aree con la maggior concentrazione di impianti. A complicare ulteriormente il tutto ci pensa poi un quadro normativo non ancora ben definito, con responsabilità che e autorizzazioni che rimbalzano tra Stato, Regioni e singoli Comuni.
Per questo motivo il team di ricercatori coordinati da Arturo Lorenzoni, professore di Economia dell'Energia dell'Università di Padova, propone, tra le altre cose, una strutturale revisione delle regole per disciplinare i data center ancora prima che vengano costruiti. Tra le misure suggerite figurano un pre-screening tecnico da parte di Terna sulla capacità effettiva della rete locale, una verifica preventiva degli aspetti ambientali affidata a ISPRA in coordinamento con Regioni e ARPA, e soprattutto l'introduzione di requisiti finanziari più stringenti, come caparre significativamente più elevate e garanzie bancarie pluriennali. Così facendo sarà più semplice scoraggiare le richieste puramente speculative, consentendo alla rete di essere programmata sulla base di progetti realmente sostenibili e destinati a trasformarsi in investimenti concreti.