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Bollette, posti di lavoro, acqua e black out: abbiamo parlato dei dubbi sui data center con chi li costruisce

Di fronte al boom dei data center in Italia, Fanpage.it ha intervistato Luca Beltramino, presidente dell’Italian Data Center Association (IDA) che rappresenta chi questi impianti li sta costruendo: “I data center sono infrastrutture strategiche nazionali, ma serve una regia unica per una transizione ordinata e sostenibile. Dobbiamo pilotare questa transizione digitale, è inevitabile”.
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Blackout, enormi consumi di energia, isole di calore e cattedrali nel deserto che non creano occupazione. Negli ultimi mesi si sta parlando molto di come i data center modificheranno le nostre città in che modo andranno a impattare sul benessere dei cittadini. Fanpage.it ha iniziato occuparsene fin da subito, intervistando ricercatori, analizzando report e raccontando come in altri Paesi – Stati Uniti in primis – queste infrastrutture stiano incontrando l'ostilità delle comunità locali. Ma quali sono le valutazioni di chi i data center li sta costruendo? Quali sono gli elementi che rendono simili impianti una necessità di sviluppo talmente urgente da moltiplicare in poco tempo le richieste per la costruzione di nuovi centri nel nostro Paese, soprattutto nell'aria intorno a Milano? Per conoscere tutte le voci di questo dibattito abbiamo parlato con Luca Beltramino, presidente di IDA (Italian Data Center Association), l'associazione che riunisce gli operatori e i costruttori di data center in Italia.

Come mai sembra che nel nostro Paese si debbano costruire sempre più data center?
In Italia l'urgenza di queste strutture è evidente se guardiamo i numeri europei: il nostro Paese esprime il 13,5% del PIL e il 12% della popolazione dell'Unione Europea, ma possiede meno del 4% della capacità complessiva dei data center. Sviluppare rapidamente queste piattaforme è l'unico modo per supportare il cloud, l'IA e tutte le applicazioni che usiamo quotidianamente, come i sistemi di videoconferenza, che, tra l'altro, contribuiscono a ridurre l'impatto ambientale legato agli spostamenti fisici.

Perché il nostro Paese è così interessante per la costruzione di questi impianti, in particolare la cintura intorno a Milano?
L'appetibilità dell'Italia risponde a una doppia dinamica. Da un lato c'è una forte domanda interna, legata proprio al deficit strutturale appena menzionato rispetto al PIL e alla popolazione. Dall'altro c'è una domanda esterna: molti operatori stranieri guardano all'Italia perché altri mercati europei si trovano in situazioni ormai sature per quanto riguarda la disponibilità di energia elettrica. Nelle città di mare italiane arrivano i cavi sottomarini, elemento che manca negli altri Paesi e che contribuisce a rendere l'Italia strategica. Milano, in particolare, si conferma poi il fulcro di questo sviluppo perché è storicamente il principale snodo di connettività e telecomunicazioni del Paese, nonché l'area economicamente più interconnessa con il resto d'Europa. Se non creiamo queste risorse sul nostro territorio saremo costretti a importare servizi digitali dall'estero, con un costo energetico ed economico molto più alto per la nazione.

Quali sono le caratteristiche che rendono un'area particolarmente adatta a ospitare un data center?
I data center sono grandi complessi in cui convergono le reti di telecomunicazione globali e dove risiedono i server per l'archiviazione e l'elaborazione dei dati. Richiedono terreni pianeggianti, possibilmente in aree brownfield (ex siti industriali da rigenerare), con una classificazione urbanistica di tipo produttivo/industriale. L'elemento cruciale è la vicinanza alle sottostazioni di alta tensione di Terna, poiché l'alimentazione avviene tramite cablaggi sotterranei dedicati.

Perché a queste infrastrutture è stato conferito un valore strategico, è una valutazione che troviamo anche cosiddetto "Decreto Bollette "
Senza data center non esiste sovranità sui dati sensibili della pubblica amministrazione, della sanità o dei trasporti. Se queste infrastrutture si fermano, si bloccano gli aeroporti e i treni, come abbiamo già visto accadere all'estero. Non sviluppare queste tecnologie significa dipendere totalmente dagli USA o dalla Cina, oppure subire la competitività del Nord Europa e dell'asse FLAP-D (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino), da dove oggi importiamo la maggior parte delle applicazioni. Per il comune cittadino il vantaggio sarà diretto. Se non avremo data center di prossimità, vicini agli utenti finali, i cittadini italiani non potranno beneficiare di tutte le nuove tecnologie che richiedono una latenza bassissima per funzionare in tempo reale.

L'arrivo dei data center viene però associato a disagi, blackout più frequenti e aumenti dei costi dell'elettricità.
Rispondo con i dati di Terna. Attualmente nel Nord Italia ci sono solo otto data center connessi alla rete ad alta tensione. Ognuno ha impegnato mediamente 50 MW, per un totale di circa 400 MW, ma l'utilizzo reale è di soli 100 MW. Su 57 GW di potenza di picco impegnata sulla rete italiana, i data center rappresentano lo 0,01% dei consumi. Anche se questa capacità dovesse raddoppiare entro il 2030, come previsto da IDA e Terna, passeremmo allo 0,02%. L'impatto sulla stabilità della rete è quindi irrisorio. I data center non indeboliscono la rete civile e non causano blackout ai cittadini, anche perché la rete elettrica che li alimenta viaggia su canali di alta tensione completamente separati dalla media e bassa tensione della distribuzione residenziale.

Questa stima sembra molto più prudenziale delle centinaia di richieste di connessione arrivate a Terna.
Il fenomeno dei 90 GW di richieste è una distorsione speculativa legata al mercato immobiliare e della logistica, settori in leggera contrazione che hanno visto nei data center una nuova opportunità di profitto. In Italia vigono le regole di Arera (l'autorità per l'energia), la quale impone a Terna l'obbligo di non rifiutare a priori le richieste di connessione. Di conseguenza, versando una cauzione di appena 2.500 euro, chiunque ha potuto richiedere 100 o 200 MW di potenza elettrica per "prenotare" la rete, associando tale disponibilità a un terreno da rivendere. Si tratta di un'occupazione puramente virtuale della rete. Per costruire 90 GW di data center servirebbe metà del PIL italiano: non esistono abbastanza investitori al mondo per una cifra simile.

Quali sono le vostre stime?
Con Terna abbiamo calcolato che la crescita reale dell'Italia nei prossimi 5-7 anni porterà il settore dagli attuali 500-600 MW a circa 1,2 GW, fino a un massimo di 2 GW nel 2030.

In Irlanda, dove si costruiscono data center da decenni, nel 2025 queste infrastrutture hanno consumato il 23% dell'elettricità nazionale.
L'Irlanda ha iniziato quindici anni fa a fare dei data center una bandiera di sviluppo economico nazionale, attirando le big tech americane con forti incentivi fiscali e costi energetici stracciati. Quella crescita è stata artificiale, non dettata da una domanda interna, e ha creato tensioni strutturali. In Italia siamo invece sotto l'1% del consumo elettrico nazionale. C'è un altro aspetto fondamentale: i data center sono i principali attivatori della transizione ecologica. Poiché firmano contratti di fornitura di energia rinnovabile a lunghissimo termine (10-15 anni), offrono le garanzie finanziarie necessarie per rendere "bancabili" e finanziare la costruzione di nuovi impianti solari ed eolici sul territorio italiano.

Anche il consumo di acqua spaventa molto.
In Italia il problema del consumo idrico nei nuovi insediamenti non esiste. È vero che esistono vecchi impianti di telecomunicazione costruiti 25 o 30 anni fa che usano ancora sistemi di raffreddamento ad acqua, ma sono strutture in via di dismissione. I data center moderni utilizzano sistemi di raffreddamento a circuito chiuso, il che significa che il consumo effettivo di acqua è quasi nullo. Gli stessi clienti internazionali impongono rigorosi criteri senza i quali non acquisterebbero gli spazi. Inoltre, la normativa italiana in materia è tra le più restrittive d'Europa. I casi di cronaca esteri legati a fiumi prosciugati o acque torbide appartengono a realtà non paragonabili alla nostra.

Negli Stati Uniti le emissioni complessive di carbonio di Microsoft, Amazon e Google sono aumentate di quasi un quinto nell'ultimo anno, principalmente a causa della costruzione di data center.
Anche qui occorre fare dei distinguo. La stragrande maggioranza degli operatori internazionali che aprono data center in Italia acquista e utilizza il 100% di energia proveniente da fonti rinnovabili, azzerando o riducendo al minimo le emissioni operative. Spesso vengono criticati i grandi generatori diesel presenti nei siti, ma si tratta di un altro falso mito. L'Italia ha una delle reti elettriche ad alta tensione migliori al mondo per continuità di servizio, con tempi di downtime (blackout) decisamente inferiori a Francia o Regno Unito. Di conseguenza, i generatori di emergenza vengono accesi solo per i test di manutenzione obbligatori, per un totale di circa 5-10 ore all'anno complessive. L'impatto emissivo e acustico annuale di questi impianti è inferiore a quello di un paio di camion TIR su strada.

Non c'è il rischio di creare "isole di calore" a causa della dispersione termica dei grandi impianti?
Gli studi sulle isole di calore e sull'innalzamento delle temperature del 2% si riferiscono a contesti statunitensi dove si concentra quasi la metà della capacità computazionale mondiale e dove il clima secco impone l'uso di torri evaporative che rilasciano calore nell'atmosfera. In Italia una simile concentrazione iper-massiva non si verificherà mai. Sul nostro territorio non permetteremmo mai – né come associazione, né a livello di governo o di amministrazioni locali – la creazione di aree desertiche a densità industriale così esasperata. Al contrario, l'IA applicata alla gestione degli edifici pubblici – come lo spegnimento automatico di luci e climatizzazione in assenza di personale – ridurrà drasticamente l'impatto termico delle nostre città.

Eppure sembra che per l'area di Milano il rischio di concentrazione ci sia. Come funziona la pianificazione?
Un singolo data center non costituisce mai un problema per la rete, per le emissioni o per il rumore, e le leggi italiane sulla zonizzazione acustica tutelano ampiamente la quiete pubblica. Comprendo la percezione di "concentrazione" nell'area sud e ovest di Milano (Settimo, Magenta, il Pavese), ma i volumi reali – come certificato da Terna – non sono minimamente paragonabili ai poli di saturazione esteri. Inoltre, grazie all'evoluzione tecnologica, i server diventano sempre più densi ed efficienti: a parità di potenza calcolata, lo spazio fisico occupato tende a ridursi. La pianificazione non è in mano al "Far West" di qualche anno fa.

Quali sono i criteri dettati dalle leggi vigenti?
Le norme attuali, come l'articolo 8 del Decreto Bollette nazionale (Legge 49) e la Legge 11 di Regione Lombardia, spingono i progetti verso l'assegnazione di aree ben definite, privilegiando i terreni dismessi industriali. I comuni con cui dialoghiamo sono felici di accogliere questi investimenti perché gli operatori si fanno carico della bonifica chimica e ambientale di ex capannoni abbandonati che le amministrazioni non avrebbero i fondi per risanare. Parliamo di un'ondata di capitali privati stimata in 25 miliardi di euro che si riversa sulla rigenerazione del territorio.

Un'altra critica mossa ai data center è che creino pochi posti di lavoro.
I dati ufficiali Istat smentiscono questo mito attraverso quella che chiamo "la regola del tre": ogni data center da 100 MW di potenza impiega, nell'arco dei primi 5 anni, tra le 3.000 e le 3.500 persone tra occupazione diretta, indiretta e indotto. La costruzione dura anni e procede per fasi, generando una spirale economica positiva sul territorio per i fornitori locali e i servizi. A Siziano, dove ho gestito la costruzione del campus Supernap, le attività commerciali del comune hanno triplicato il fatturato durante e dopo il cantiere. Quindi si può dire non solo che si crea lavoro, ma anzi c'è un'altissima carenza di personale specializzato.

Di chi saranno i dati elaborati? Esiste una strategia di sovranità digitale?
La sovranità digitale è un tema cruciale perché la vera ricchezza oggi risiede nel dato: i brevetti, i segreti industriali, le abitudini dei clienti e la proprietà intellettuale delle nostre aziende sono tutti digitalizzati. Esiste una precisa strategia regolatoria a livello europeo. Normative come il GDPR e le nuove direttive comunitarie impongono vincoli severissimi. I grandi provider internazionali di cloud si sono dovuti adeguare, implementando sistemi di crittografia avanzata che garantiscono che il dato europeo rimanga e venga gestito esclusivamente su territorio europeo. Dobbiamo continuare a investire in questa direzione.

Qual è il più grande rischio da sventare per evitare una diffusione incontrollata dei data center nel nostro Paese?
Se c'è una cosa che manca oggi in Italia, è una regia comune nazionale. Stanno nascendo diverse normative, tutte mosse da ottime intenzioni, ma l'applicazione frammentata da una regione all'altra o da un comune all'altro rischia di generare confusione, soprattutto nelle amministrazioni locali più piccole che si trovano a gestire progetti industriali enormi. Ci vorrebbe una cabina di regia unica che garantisca certezza sulle norme e sui tempi tecnici di approvazione. Deve essere chiaro fin dall'inizio dove sia possibile costruire e dove no. Una volta definite le aree idonee, i data center dovrebbero ricevere lo stesso trattamento burocratico in tutta Italia, consentendoci di pianificare e pilotare questa inevitabile transizione digitale nella maniera più ordinata e sostenibile possibile.

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