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Quanti posti di lavoro crea un data center: c’è una grossa differenza tra città e provincia

Una ricerca del Georgia Tech svela l’impatto economico dei data center: nelle metropoli spingono stipendi e occupazione, ma nelle zone rurali i vantaggi per il territorio rimangono marginali. Lo studio si è concentrato sullo scenario statunitense, ma può essere una preziosa lezione per il futuro del nostro Paese.
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L'esplosione dell'intelligenza artificiale sta innescando una corsa globale alla costruzione di nuovi data center. Oltreoceano il movimento di protesta cresce di giorno in giorno e anche in Italia abbiamo iniziato a chiederci seriamente in che modo l'arrivo di questi complessi energivori andrà a condizionare la vita di chi si troverà un data center vicino casa. Da un punto di vista ambientale, questa domanda non può avere ancora una risposta certa perché, banalmente, non abbiamo ancora dati sufficienti, visto che si tratta di una situazione senza precedenti. Su Fanpage.it ne abbiamo già parlato con il ricercatore Andrea Marinoni, autore di uno studio sulle isole di calore generate da queste strutture. Sul lato meramente economico invece, i data center possono effettivamente rappresentare un motore di sviluppo economico per i territori che li ospitano, ma non ovunque e non nelle stesse condizioni.

È questa la principale conclusione dello studio realizzato da Daniel Yue e Yiyang Zeng del Georgia Institute of Technology, che ha analizzato gli effetti economici che l'apertura di questi impianti comporta. La ricerca, consultabile sul Social Science Research Network, ha riscontrato che mentre nelle aree intorno alle grande città l'arrivo di uno o più data center può aumentare i tassi di occupazione e perfino gli stipendi delle comunità, lo stesso non avviene nelle zone di campagna o nei piccoli centri urbani.

I benefici economici esistono, ma dipendono dal contesto

Analizzando l'evoluzione economica delle contee statunitensi prima e dopo l'apertura del primo data center, lo studio ha rilevato un impatto generalmente positivo, almeno in termini socio-economici. Sul lungo periodo – oltre i tre anni dall'apertura – un data center può portare in media a un aumento dell'occupazione (+3,5%) dei salari (+5,0%), delle attività commerciali (+4,7%) e del reddito familiare complessivo (+1,9%). Ciò però non significa che queste infrastrutture siano sempre e comunque un toccasana per le economie locali. L'analisi di Yue e Zeng ha mostrato come i benefici in fatto di lavoro e ritorno commerciale non siano affatto uniformi, ma tendano a crescere o calare drasticamente a seconda del contesto che si trova ad accogliere simili strutture.

La vera discriminante non è infatti la dimensione dell'investimento, bensì il territorio che lo ospita. Nelle aree metropolitane, caratterizzate da una rete già consolidata di imprese, professionisti specializzati, fornitori e servizi, l'arrivo di un data center genera con maggiore facilità un effetto moltiplicatore che favorisce nuova occupazione e maggiore crescita economica. Al contrario, nelle aree rurali questi benefici risultano molto più limitati, perché gran parte delle competenze e dei servizi necessari viene reperita all'esterno, lasciando sul territorio un numero relativamente ridotto di posti di lavoro permanenti.

Lo studio non ignora però gli aspetti più controversi. I ricercatori stimano infatti un incremento medio di circa il 5% delle tariffe elettriche nelle aree in cui è stato possibile misurare con precisione l'impatto dei nuovi impianti, pur evidenziando come il dato vari in funzione delle regole di mercato e dei sistemi di distribuzione dei costi. Per questo motivo i due ricercatori invitano amministrazioni e decisori pubblici a valutare con attenzione non solo gli incentivi economici concessi agli investitori, ma anche la gestione delle reti elettriche, delle infrastrutture e la redistribuzione dei benefici fiscali sul territorio.

Un'indicazione importante anche per l'Italia

Sebbene il contesto italiano sia profondamente diverso da quello statunitense, sia dal punto di vista normativo sia sotto il profilo urbanistico e ambientale, le conclusioni dello studio offrono indicazioni preziose anche per il nostro Paese. Negli Stati Uniti la diffusione dei data center è avvenuta spesso con regole ben poco stringenti, sia a livello economico che ambientale. L'Italia, invece, si trova all'inizio di questa nuova fase di trasformazione digitale. L'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano ha stimato per il prossimo triennio l'arrivo di circa 25 miliardi di euro e 83 nuove infrastrutture, molte delle quali si concentreranno intorno al capoluogo lombardo. Se rinunciare a simili investimenti non appare una scelta percorribile – perdere questo treno non significa solo perdere del denaro, ma rimanere indietro in un settore strategico come la computazione dei dati e lo sviluppo dell'IA – abbiamo però l'occasione per pianificare razionalmente la distribuzione di questi impianti, massimizzando i benefici per i territori senza stravolgere l'ambiente e la qualità di vita delle comunità locali.

Le evidenze raccolte da Yue e Zeng (ma gli studi sull'argomento sono continui) possono dunque contribuire a superare due opposte semplificazioni. Da un lato viene ridimensionata l'idea che i data center siano infrastrutture prive di ricadute economiche per i territori ospitanti, dall'altro si dimostra che questi vantaggi non sono automatici né garantiti. Più che interrogarsi sulla bontà o meno dei data center in senso assoluto, appare dunque sempre più necessaria una localizzazione che valuti attentamente le caratteristiche economiche dei territori. Inserire queste infrastrutture in ecosistemi già capaci di valorizzarne gli effetti può amplificare crescita, occupazione e investimenti locali. Una diffusione indiscriminata, invece, rischierebbe di erigere cattedrali nel deserto incapaci di produrre un ritorno economico adeguato.

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